giovedì 15 febbraio 2018

sabato 10 febbraio 2018

Donne che sanno amare


Di nuovo si trovò a confrontarsi di colpo con la propria incredibile ignoranza dell’indole di Alexa. Il fatto di sapere abbastanza bene come si sarebbe comportata nelle normali contingenze della vita, e di poter contare in tali occasioni sul grande coraggio e la franchezza che aveva sempre presagito in lei, lo rendeva ancora più sfiduciato sulla sua capacità di penetrare nella tortuosa psicologia di un gesto che egli stesso non riusciva più a spiegare o capire. Sarebbe stato più facile che Alexa fosse stata più complicata, più femminile – se lui avesse potuto contare sulla sua comprensione immaginativa o sulla sua ottusità morale – ma non era sicuro di nessuna delle due cose. Non era sicuro di niente, tranne che, per un certo tempo, doveva evitarla. Non riusciva a liberarsi dall’illusione che di lì a poco il suo atto avrebbe cessato di fare sentire le proprie conseguenze.
Il grido della moglie lo sorprese. «Non ti ha dato me … ti ha dato te stesso». Si protese verso di lui come spinta da un’onta di pietà. «Non vedi?» proseguì mentre lui continuava a guardarla: «che questo è il dono a cui non puoi fuggire, il debito che sei costretto a saldare? Non vedi che prima non eri mai stato l’uomo che lei pensava tu fossi, mentre ora ti ha trasformato, in modo meraviglioso, nell’uomo che amava? Per una donna, vale la pena soffrire per una cosa simile, di morirci … questo è il dono che avrebbe desiderato farti!»
«Ah», gridò lui, «guai all’uomo per colpa del quale ciò avviene. E io, che cosa le ho dato io?»
«La felicità di dare», disse Alexa.

Edith Wharton. La pietra di paragone, pag. 84-85 e 134. La Tartaruga edizioni

sabato 27 gennaio 2018

Vivere

È alzarsi per partire,
è un nonno tutto curvo che spinge a fatica la carrozzina del nipotino,
è un bambino che guarda con entusiasmo un ragazzo-giocoliere al semaforo,
è aspettare nel parcheggio un’amica,
è ascoltare le notizie alla radio,
è ricordare chi ha sofferto,
è fare un viaggio famigliare,
è riuscire a dire quello che si ha dentro,
è prendere un caffè al bar,
è camminare per un paese di case fatte con i sassi,
è un macellaio che taglia con cura un cappello del prete,
è comprare delle salamelle,
è la panettiera che lascia aperta la busta dopo che ha inserito una mica ancora calda di forno,
è la casa tra le colline dove ho studiato per la maturità,
è il fango sulle scarpe cittadine,
è scoprire una via crucis tra le pietre,
è vedere alberi con vicino a ciascuno la targa di un nome d’uomo,
è riconoscere una cappella sotto un porticato,
è entrare in una trattoria a gestione famigliare,
è un bicchiere di gutturnio,
è un piatto di “pissarei e fasoi”,
è non volersi alzare da tavola,
è scoprire uno scorcio di sole che accende il pomeriggio,
è tornare,
è aprire la porta di casa,
è una spremuta d’arancia,
è godere del silenzio di un sabato pomeriggio,
è spegnere il cellulare,
è scrivere i pensieri che tornano,
è lasciare che arrivi la sera,

è abbandonarsi alla notte.

mercoledì 24 gennaio 2018

Niall Williams - Quattro lettere d'amore

Una specie di viaggio in Irlanda.
Piacevole lettura.

sabato 20 gennaio 2018

Quasi quasi realistico.

Per quello che mi passa per la testa...

mercoledì 10 gennaio 2018

WONDER (2017)



Con i film interpretati da Julia Roberts sono sempre caduta in piedi. Non so se li ho visti proprio tutti, sicuramente i più famosi come “Pretty Woman” o “A letto con il nemico”, ma anche i meno famosi come “Scelta d’amore”, si. Sta di fatto che ieri sera è riuscita a destarmi “stupore” per l’ennesima volta - e non solo perché è una donna meravigliosa, o perché è mia coscritta.
Dopo aver accettato di fare qualcosa insieme ad amiche, temevo potesse annoiarmi un film sentimentale, legato a valori americani moralisti. Invece la competenza del regista - che permette ai diversi protagonisti di manifestare il proprio punto di vista con cui affrontare la vita - mi ha appassionato per lo svelarsi della realtà dell’essere umani, che è riuscito a far emergere.
Accettare il diverso è una delle cose più difficili del vivere, ma “non è l’altro a dover cambiare la propria faccia, siamo noi che possiamo imparare a guardare l’altro in modo diverso”. Questo, così da cogliere il punto d’attrazione e la spinta per la crescita personale.
Il film ha permesso il commuovermi nell’ordine per: un direttore scolastico con il coraggio educante, una sorella umana, un uomo-padre, una madre determinata, compagni di vita veri (perché disposti al sacrificio per affermarti come amico), il “prodigio” di un bambino che si lascia amare nonostante l’essere sfigurato da una malattia congenita.
Oddio, forse il merito di aver trascorso una serata piacevole più che a Giulia, devo riconoscerlo a Stephen Chbosky … ma va bene così.
Consiglio: “Wonder”- un film da vedere.

sabato 11 novembre 2017

La bellezza di leggere


Mi capita di leggere molto spesso. Leggo per tanti motivi: per informarmi, per studiare, per correggere, per imposizione, per volontà. Con questo, resta - quando posso scegliere io di leggere una cosa piuttosto che un’altra - di chiedermi quali testi scegliere e perché. Ultimamente alla prima domanda: cosa scegliere; ho dato una risposta strategica. Mi faccio "passare" i libri da chi ne legge anche più di due a settimana. Io ne leggo circa uno al mese, se non meno, pertanto sono certa che chi ne legge più di me potrà consigliarmi qualcosa che ha già superato un filtro: la critica di chi è più avvezzo al gusto del “bel leggere”. Sul perché leggere di volontà una cosa piuttosto che un’altra ho adottato un’altra strategia. Non andando a caccia io stessa di romanzi, gialli o qualsiasi altro genere di scrittura per rispondere ad un mio gusto personale o ad una ricerca particolare di significato, mi rimetto a dare risposta al quesito a fine di lettura; come a dire: mi sei stato suggerito ed ora cosa mi suggerisci?
È così che ad oggi mi trovo di voler guardare ai suggerimenti degli ultimi due libri assaporati.
Il mese scorso ho consumato lentamente “L’età dell’innocenza” e mi sono ritrovata a considerare che spesso l’uomo può rinunciare a una passione quando la vita è dettata da un moralismo fatto di convenzioni e apparenza; ma l’uomo non può rinunciare al desiderio quando la vita mette a nudo la necessità di essere veri e reali.  

Ora mi ritrovo ad aver divorato con inquietudine “La ragazza del treno”, saltando da uno stile lento e romantico ad uno frammentato ed enigmatico. La quarta di copertina dice che non guarderò più fuori da un finestrino del treno come prima. Forse non sarà così, ma è vero che il romanzo è sublime nel trasmettere il mistero drammatico che è ciascuna vita, e quanto l’altro possa restare incomprensibile ai nostri occhi ciechi, e al nostro cuore sordo.


mercoledì 30 agosto 2017

Stasera va, va così.

Si torna al quotidiano,
tornare è un viaggio,
un viaggio caldo,
caldo come l’auto parcheggiata al sole.
È ritrovare le cose solite,
eppure cambiate.
L’irruzione di ladri ha lasciato il segno,
così come ha lasciato il segno lasciare i monti,
lasciarti partire,
accettare di andare a casa.
Manca il silenzio della cima,
resta la nostalgia del sole,
della luce che fa scoprire il colore dei tuoi occhi,
colore uguale a quello di tuo padre.
Eppure oggi ho fissato degli occhi,
occhi in lacrime da dolore profondo,
dolore antico,
generato da un peso di zaino troppo pesante,
troppo pesante per l’età in cui è stato caricato.
Lo zaino era pesante anche per la pietraia,
perché era pensato per il ghiacciaio,
il ghiacciaio avrebbe svuotato il carico.
Così ha cercato di alleggerire il peso l’abbraccio,
l'abbraccio che ho cercato di far sentire,
l’ascolto che ho cercato di dare,
di dare ad una donna giovane,
ad una futura ostetrica,
che non sa ancora se lo diventerà.
Ma il destino è buono,
ne sono certa,
ne sono certa perché quanto te l’ho ricordato,
mi hai sorriso.
Un sorriso fugace,
schivo così come quando si cerca di farti una fotografia,
di trovare il tuo sguardo,
di toccarti.
Ma toccare non deve essere un trattenere,
è giusto lasciar andare,
è buono tenere la giusta distanza,
la distanza di frasi monche,
delle parole che d'inchiostro nascono ora.
Così,
stasera va così,
il mio viaggio si traduce in frasi,
frasi brevi,
forse troppo brevi per essere comprensibili,
ma è il bello della vita:
trovare momenti,
attimi in cui scoprire frammenti di mistero,
attimi in cui il mistero si svela,

attimi in cui le distanze del viaggiare monadi si annullano.

lunedì 10 luglio 2017

Il canto delle cicale

Il ricordo è  legato al loro stridere acuto, nel bosco di pini marittimi del barone Fumarola. Il caldo insopportabile mi faceva sudare i piedi e le piccole ciabattine da mare - giuste per una bimba di tre anni - scivolavano rispetto ai piedini, così da mettere le dita nelle condizioni di urtare gli aghi lunghi e pungenti, che tappezzavano il terreno.
Questo disappunto non fermava il mio pellegrinare, perché guardare i tronchi lanciati e ombrosi, diventava un gioco. Restavo alla ricerca degli involucri abbandonati dagli insetti canterini, mutati.
Oggi - che sono diventata grande - il loro canto è  legato al passaggio da parchi cittadini, dove il caldo di luglio nutre lo stesso cicaleccio che accompagnava le lunghe estati dell'infanzia.
Guastalla, parco delle Cave, parco dei Fontanili; in tutti, quegli insetti stagionali dominano lo spazio sonoro.
Mi riposa ascoltarli. Mi piace cercare di identificare il fruscio che domina sugli altri. Sorrido al pensare che dietro ad una melodia polifonica albergano numerose cicale, che la letteratura ha sempre considerato zuzzurellone.
Forse godo del fatto che il mio desiderio di spensieratezza, sia innescato da uno sbattere di ali.

domenica 2 luglio 2017

Gita domenicale a Fuipiano in valle Imagna

Tornare dove sono stata portata a cinque giorni dalla nascita;
riconoscere scorci dell’infanzia;
raggiungere boschi di latifoglie stranoti;
camminare su prati su cui si è corso per il primo decennio di vita,
dirsi cose tra cugini come quarant’anni fa;
godere della mamma che la racconta a suo fratello;
guardare con stupore la villa che apparteneva allo zio;
prendere l’ombra delle betulle a cui si attaccava l’amaca;
stare al sole sulla panchina di sasso dove trastullavo il bambolotto;
riconoscere che lo sguardo si porta al Resegone che non è cambiato;
commuoversi perché il cuore è sempre lo stesso;

accettare che la nostalgia può essere per qualcosa che c’è, o per qualcuno che manca.

giovedì 8 giugno 2017

Sempre, per sempre.

Lo scialle era ripiegato in modo da fargli vedere il visetto rugoso e le manine avvizzite. Stava lì impalato e si chiedeva che cosa si aspettavano che se ne facesse, le donne, di quel fagotto che la levatrice gli aveva messo fra le braccia, quand’ecco all’improvviso sentì una scossa che fece tremare lui e la bambina. Non veniva da nessuna delle persone presenti, eppure non riusciva a rendersi conto se fosse stata la piccina a trasmetterla a lui o lui alla piccina. E subito il cuore cominciò a battergli nel petto come non era mai accaduto prima, e di colpo non si sentì più intirizzito, né triste, né irrequieto, né arrabbiato e gli parve invece di star proprio bene. La sola cosa che lo inquietava era di non riuscire a capire perché il cuore dovesse battere e martellare in quel modo nel suo petto, dal momento che lui non aveva né ballato, né corso, né si era arrampicato su per montagne scoscese.
“Vi prego”, disse alla levatrice, “mettete la mano qui, e sentite! Mi sembra che il cuore batta in modo così strano”.
“E’ proprio batticuore”, asserì la levatrice, “forse ci andate soggetto ogni tanto?”
“No, non l’ho mai avuto prima”, assicurò Jan. “Mai in questo modo”.
“Non vi sentite bene, allora? Avete male in qualche posto?”
No, no davvero.
La levatrice non riusciva a capire che cosa gli succedesse. “Ad ogni buon conto vi prendo io la bambina”, disse.
Ma allora Jan sentì che non voleva staccarsi dalla piccina.
“No; lasciatemela tenere ancora, la bimbetta”, replicò.
E le donne dovettero leggere nei suoi occhi, o udire nella sua voce, qualcosa che le rese allegre, perché la levatrice increspò le labbra e le altre scoppiarono addirittura in una grande risata.
“Non vi era mai capitato prima di voler così bene a qualcuno da avere il batticuore per causa sua?”, chiese la levatrice.
“No”, rispose Jan.
E nello stesso istante capì cos’era stato a far battere il suo cuore. E non soltanto questo: cominciò anche a intuire cosa gli era mancato per tutta la vita. Perché chi non sente battere il cuore nel dolore o nella gioia non può di certo essere considerato un vero essere umano.

Pag 20-21 Edizione Iperborea de “L’imperatore di Portugalla” di Selma Lagerlöf


Iniziare e terminare di leggere un romanzo per riascoltare che, per poter amare da vero essere umano si ha da nascere, vivere, morire.

domenica 14 maggio 2017

Il padre e la volontà di vivere

Steinbeck in «Furore» fa dire alla figura femminile protagonista del romanzo, che interloquisce con suo marito: “Siamo più adattabili che voialtri uomini, - spiegò la mamma con dolcezza. – Noi la vita ce la portiamo sulle braccia, voialtri ve la portate dentro la testa. Non ti tormentare, chi sa … chi sa che l’anno venturo non si riesca ad avere un pezzetto di terra nostro”. E lui risponde – “Quando non si ha più niente, come farsi illusioni? Finita la stagione dei raccolti non abbiamo più lavoro. E cosa faremo? Come faremo a mangiare? Con Rosatè, ormai vicina al suo tempo. Fa paura pensare. È per questo che io vivo nel passato. Sembra che non c’è più niente davanti a noi e che la nostra vita è finita”. La mamma sorrise. – “No, babbo non è vero. Questa è un’altra cosa che le donne capiscono meglio degli uomini, me ne sono già accorta. L’uomo vive a scosse. Muore un vecchio, o nasce un bambino, sono due scosse. La donna si lascia vivere, un po' come l’acqua di un fiume: piccole anse, piccole cascate, ma l’acqua continua a scorrere. È così che noi donne vediamo la vita. Nessuno di noi muore del tutto: la gente continua, con qualche cambiamento, magari, ma continua”.
A questo punto del dialogo Steinbeck fa intervenire lo zio. Altra figura maschile estremamente simbolica nel romanzo, il quale sentenzia: - “Non si può dire, - fece zio John. – Chi gli impedisce di fermarsi un bel giorno? A forza di sentirsi stanca, un bel giorno si sdraia e si lascia morire”. *
È proprio così che questo Nobel della letteratura dimostra di conoscere il genere umano. L’ultima battuta è detta da un maschio, ed esprime con estrema crudità quello che sta dimostrando mio padre.
E come ostetrica posso confermare l’intuizione geniale di Steinbeck, aggiungendo che l’uomo detta il vivere al corpo con la testa, così che il corpo non farà che seguire la volontà. La donna, in opposto, segue con la testa ciò che le detta il corpo, e la testa si lascerà addomesticare dal corpo. È per questo che la donna sa partorire. È per questo - forse – che l’uomo sa dettare quando lasciarsi morire.
Ed è per questo che Steinbeck conclude il romanzo con una scena spettacolare che vi rimando a leggere; quale dolcezza infinita della possibilità femminile di sostenere la vita. Mentre al contrario, rozzi individui non affrontano l’argomento - di cui questo breve post - banalizzando con affermazioni quali: «Le donne ragionano con l’utero».


*Dialoghi tratti dal romanzo «Furore», di John Steinbeck 

domenica 7 maggio 2017

sabato 15 aprile 2017

venerdì 3 marzo 2017

Figlia dell'era tecnologica

Qualcuno dovrò pur ringraziare pubblicamente!
Ho da leggere fino a tardi quando fuori è buio: schiaccio un pulsante e mantengo la luce.
Ho da lavare diverse lenzuola, quando il tempo stringe: schiaccio un pulsante e avvio il programma.
Ho da sgrassare i piatti dell'altra sera: schiaccio un pulsante e parte la lavastoviglie.
Ho da frullare una quantità industriale di prezzemolo (chi l'ha comprato forse ha esagerato): schiaccio un pulsante e in un battibaleno è tutto tritato.
Ho da iniziare a caricare le valige per il viaggio e la rimessa è nel seminterrato: schiaccio un pulsante e mi raggiunge l'ascensore.
Devo uscire con la macchina dal garage: schiaccio un pulsante e si aprono i cancelli.

Ora, potrei andare avanti parecchio per indicare tutti i pulsanti che ho schiacciato dalle nove di stamattina ad adesso.
Tra l'altro non voglio omettere quelli che in questo istante, ripetutamente, vedono il mio polpastrello così da garantire lo stesso scritto che li descrive.

Con ciò: grazie perché sono nata nell'era della tecnologia!

Letture (5)


Angeli della notte
A. Joseph Cronin

giovedì 2 marzo 2017

Letture (4)


Avventure in due mondi
A. Joseph Cronin

martedì 21 febbraio 2017

Letture (3)


Le chiavi del regno
A. Joseph Cronin

sabato 4 febbraio 2017

Letture (2)


Grazia Lindsay
A. Joseph Cronin

domenica 29 gennaio 2017

Letture


Viviamo ancora
A. Joseph Cronin

sabato 28 gennaio 2017

Studiare, insegnare, fare ricerca.

28 gennaio san Tommaso d’Aquino
All’inizio dell’assemblea liturgica

O Dio, fonte di luce e di grazia, che illuminasti san Tommaso d’Aquino in modo mirabile e singolare con il carisma della tua sapienza, a quelli che sono chiamati a studiare e a insegnare concedi l’amore sincero e orante della ricerca perché possano trasmettere fedelmente agli altri la verità contemplata, a edificazione della tua Chiesa.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

giovedì 5 gennaio 2017

Una sera. Un fim.

La notte poi non ho dormito, ma non per il film, per il vento. Anche se il film ha influito con una certa insistenza sui pensieri del riposo insonne. Ho così riempito con la mente, la vigilanza nel buio, indotta dai rumori torvi legati allo sbattere di finestre, fioriere, tendoni e sibili tra le fronde. La visione su grande schermo mi ha colpito perché un uomo – interprete della trama - non è stato autocelebrativo, ricordando a tutti che ciò che si riesce a fare di buono è sempre nel riconoscimento della collaborazione con un altro. Un altro che può essere il copilota, le hostess, l’equipaggio, tutti gli operatori dei servizi di emergenza… tutti coloro che collaborano all’opera che si dipana. Io mi sono anche figurata, nelle mie riflessioni notturne, che se questo altro che si riconosce compagno, ha da essere innanzitutto l’Altro con la A maiuscola, tutto ciò che è il nostro “fare” sarebbe ancora di più "grande e buona opera". Ma per ieri sera è stato sufficiente rivivere ciò che è accaduto a New York nel 2009: 155 persone si sono salvate perché a partire da chi aveva più responsabilità - fino ad arrivare a chi ne aveva sicuramente di meno - tutti hanno collaborato ad evitare una sciagura. “Meglio un ritardo che un disastro” - ad un certo punto del film legge da un bigliettino Sully - ed è proprio vero. Meglio il ritardo della reazione umana, dello spazio del libero arbitrio, che il meccanico e freddo calcolo delle tecniche compiuterizzate che asetticamente esprimono perfezione apparentemente possibile, ma ingannevole. Ingannatrice e distorta, la realtà virtuale che non tiene conto della carne e del sangue che commuovono, mette il dubbio anche a Sully di aver “fatto tutto il possibile e anche più del possibile”. Ma il grande Clint Eastwood - con la regia e produzione - governa la ripresa di un fatto reale dal capitolare sincero: il cuore dell’uomo è fatto per la verità e trova riposo solo in essa. Così dimostra l’equipaggio salvato da una sciagura, così dimostrano i cittadini newyorkesi, così esprime l’abbraccio di una albergatrice sconosciuta. Un film da vedere per chi non l’avesse già fatto… Unica pecca: perché la moglie di Sully non va immediatamente a New York per dire all’uomo che ama che lo ama abbracciandolo… e si limita ad una serie di telefonate di cui due terzi del dire sono fuori luogo? Perché la figura femminile del film è così lenta ed egoista? Domande d’obbligo, visto che mi rammarico sempre quando il mio “genere” viene impoverito nelle sceneggiature.

venerdì 2 dicembre 2016

Aprire la finestra per volare col pensiero


Ad un certo punto dello “spignattamento” è necessario aprire la valvola della pentola a pressione. È terminato il tempo di cottura e lasciare che il fischio si prolunghi rischia di spappolare il già cotto. Con ciò è necessario che il vapore non invada troppo la cucina, pertanto qual miglior modo per ottenere un duplice effetto benefico, se non quello di aprire la finestra? In primo luogo il riciclo dell’aria sarà assicurato, secondariamente il cucinato si raffredderà più velocemente e si potrà comodamente procedere con gli opportuni impasti tra ingredienti.
Ma questo gesto, apparentemente banale, stasera mi ha sorpresa.
Nel cielo del post tramonto, ancora blu per la luce non completamente scomparsa all'orizzonte, un sottile spicchio di luna brillante domina. È così luminoso che riesco a definire nella penombra in modo preciso i confini della luna nella sua rotondità. Arrivo a vedere quella metà della luna che si nasconde sempre nell'oscurità, che resta sempre nell'ombra di sé stessa.
Poco distante da questa luna da seduzione, spostando lo sguardo leggermente alla sinistra, vedo una stella, un’unica stella, che solitaria è altrettanto lucente, quasi come un frammento di quello spicchio di luna. Forse è un pianeta illuminato anch'esso dal sole. In effetti la sua luce non ha intermittenze, resta fissa e troneggia nel resto di un cielo che man mano che passano gli istanti del mio incanto, diventa sempre più scuro, più nero.
Il mio pensiero inizia a volare.
Volo con un po’ di nostalgia, nostalgia di qualcosa che mi manca, o forse meglio di qualcuno che avverto mancare.
La luna, le stelle, il cielo, hanno sempre interrogato chi si ferma a guardarli.
Credo che quello che sto subendo è un fascino che attraversa i secoli, senza mai perdere il suo ascendente.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l'uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Salmo 8

Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu magnorum numen laesura deorum
in verba iurabas mea
Era notte e in un cielo limpido velato di stelle
splendeva la luna,
e tu, già offendendo in cuore il nome degli dei,
giuravi sulle mie parole
Orazio – Epodi - 15 – A Neèra

Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver' me, sì lieta come bella,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n'ha congiunti con la prima stella».
Dante – Paradiso II, 22-30

Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Leopardi – XXIII Canto notturno dl un pastore errante dell’Asia

La luna rimarrà la luna
E ci saranno sempre
Giovani che di sera
Al suo lume appartati
Si sorprenderanno
a dire le parole felici.
Anche se troppi
I satelliti artificiali
Non riusciranno mai
con le loro indiscrete apparizioni
a disturbarne l’incanto antico.

Giuseppe Ungaretti----La luna rimarrà la luna

sabato 29 ottobre 2016

Comunicare

Come tutti gli anni accade, mi ritrovo a vigilare nelle aule del polo universitario di via Golgi.
La commissione di vigilanza ha un obiettivo preciso: dare le opportune indicazioni ai candidati aspiranti l’accesso alla Laurea Magistrale, dettare i tempi per lo svolgimento del test di ammissione e controllare che non ci siano scorrettezze nello svolgimento.
Al fine di ciò la commissione d’aula stila un verbale, consegna tutto il materiale agli addetti amministrativi e si accommiata.
Il 26 ottobre c. a. la commissione cui sono stata assegnata è intima: due amministrativi e un professore ordinario. L’aula indicatami è grande, di quelle da 150 posti. I candidati invitati ad accomodarsi sono 64.
Riusciamo a distribuire maschi e femmine in modo ordinato cercando di evitare vicinanze “pericolose”; e seguendo tutte le opportune procedure diamo lo start.
Inizio a camminare tra le file e i corridoi. Non mi do tregua. Il tempo ha da passare, e oltre ad una piccola pausa caffè concessami con il professore, due ore sono lunghe a trascorrere, e girare un po’ su e giù per le scale degli spalti, non può che farmi bene.
Colgo due fanciulle che si parlano e le richiamo. Da quel momento in poi silenzio totale.
Ma non sono tranquilla.
Mi accorgo infatti, con una sorta di “meta-competenza”, che un ragazzo e una ragazza “comunicano”. Non è una comunicazione verbale e neanche gestuale è qualcosa che scorre su un canale di cui avverto presenza ma non è percepibile né con udito, né con occhio. La trasmissione non usa né il senso uditivo, né visivo: bensì cinestetico. Per coglierla dev’essersi attivato in me quel senso percettivo cui cerco di educare le mie studentesse quale: “proprio dell’essere ostetrica”.
Continuo a scrutare i due fanciulli, quasi in modo ossessivo, ma non riesco a trovare un “atto” sospetto oggettivabile che li “inchiodi”. Sono seduti su file diverse, la femmina è davanti al maschio e tra loro hanno un contatto che sfrutta – per me che li guardo - la diagonale da destra verso sinistra, a partire dalla femmina, diretto verso il maschio.
Non mi dimentico di tenere d’occhio tutta l’aula, ma insistendo con lo sguardo sui due soggetti “sospetti”, ad un tratto noto una somiglianza somatica. Mi viene l’intuizione di potermi trovare davanti a due “gemelli”. Di fatto, per professionalità, se dovessi quantizzare la capacità comunicativa di questi soggetti, direi che i “gemelli” sono speciali; vivono i nove mesi gestazionali a stretto contatto, immersi negli stessi “sapori”, tanto da essere educati come potrebbero fare trent’anni di amicizia post natale!
Scendo alla cattedra dove è restata seduta una delle colleghe amministrative e chiedo se tra i convenuti registrati ce ne sono due con lo stesso cognome: bingo! Ho sbagliato di poco, la ragazza e il ragazzo sono sorella e fratello con circa due anni d’età di differenza a vantaggio della femmina.
Faccio presente al resto della commissione di tenere d’occhio i due fratelli, ma resta a tutti veramente difficile “sintonizzarsi sulle loro frequenze”. Il tempo scorre e si avvicina l’ultimo quarto d’ora in cui non si può più consegnare il test volontariamente. Ora tutti i rimanenti devono aspettare la fine del tempo previsto.
Finisce la prova e inizia il “ritiro d’ufficio”. Lei e lui hanno finito di stilare il compito e attendono restando nel loro banco. Non perdo l’occasione per essere io ad avvicinarmi loro e chiedere: “Avete imparato fin da piccoli a comunicare usando un alfabeto tutto vostro?”. Diventano entrambi rossi nel volto, e mi sorridono. Non parlano, la sorella si limita a farmi un gesto: si tocca il volto comprendendo la radice del naso e la bocca. Stupendo! Comunica ancora una volta sfruttando il canale cinestetico: il tatto, e la possibilità della percezione d’olfatto e di gusto di un “fluido”, quale potrebbe essere per un profumo e un cibo.
Sorrido e a mia volta riprendo con la voce - anche se hanno già compreso cosa è successo - li ho colti, ma ci tengo a dire cosa me lo ha permesso: “Mi sono accorta che comunicavate perché sono un’ostetrica, e tra voi è come presente un cordone ombelicale, che si ‹percepisce› fortissimo, ma non sono riuscita a incastrarvi!”
Mi allontano e alle mie spalle sento il fratello che sussurra alla sorella: “Come ha fatto ad accorgersi?” E lei risponde: “È un’ostetrica”.
Posso concludere l’esperienza: quest’anno è stata una “vigilanza” interessante. Ho dato esercizio a qualcosa che tutti sperimentiamo, anche se spesso non ci diamo il giusto peso: il valore di sfiorare; di inviare un messaggio aromatico.

sabato 17 settembre 2016

Voler bene (2)

Maria, medico geriatra, ieri è andata a fare una visita domiciliare per valutare la possibile attribuzione di invalidità ad un ultranovantenne. È accaduto al mattino pertanto alla sera ha potuto raccontare come si sono svolte le cose.
Arrivata in una umile casa di povero quartiere della periferia milanese, Maria è accolta da una coppia di coniugi canuti, con una figlia in loro compagnia. Il soggetto della visita è un uomo reduce da vent'anni di lavoro come “spacca-pietre” in Germania, rientrato in Italia per lavorare altri venticinque anni per le Ferrovie dello Stato come “lava-carrozze”, si chiama Angelo. La moglie Anna lo osserva con sguardo amorevole, la figlia vigila per l’occasione sui genitori.
Angelo si rivela subito impegnativo. Tremolante, seduto tutto curvo su di una poltrona governata da sistemi telecomandati, fa fatica ad articolare la voce, ma saluta con rispetto. Per la visita c’è da invitarlo a cambiare stanza, così si ha modo di constatare che l’alzarsi richiede un certo tempo ed impegno e resta indispensabile il deambulatore che viene spinto a fatica. Raggiunta la camera da letto, si procede con una visita di individuazione di disfunzioni organiche, non solo legate alla longeva età, bensì legate al fatto che è ormai conclamato un morbo di Parkinson. La figlia vorrebbe intromettersi per aiutare il padre, ma fa parte della visita riuscire a comprendere il livello dei deficit, per cui il soggetto delle cure non va sostituito.
Ora si torna in cucina-salotto perché la seconda parte della visita prevede di somministrare alcuni test attitudinali che classificano i possibili decadimenti cognitivi.
Tutto procede lentamente, come ci si aspetta che possa procedere in un soggetto di cui la compromissione del corpo gravemente scoliotico, quasi sicuramente sfocerà in una invalidità riconosciuta.
Manca l’ultimo step della visita. Maria chiede ad Angelo: “Scriva una frase per favore”, porgendo all’anziano un foglio e una penna.
Silenzio. Lungo silenzio. Tempo. Molto tempo.
Interviene la figlia: “Dottoressa guardi che mio padre è tantissimo tempo che non lo vedo scrivere, lasci stare…”
Maria: “Non si preoccupi. Diamo tempo”.
Maria, guardando lo sguardo presente di Angelo sul foglio, ha capito che ci sarà sufficiente energia per comandare una mano come si conviene. Ci vuole solo tempo. Il tempo darà la possibilità di ordinare i processi.
Finalmente Angelo comincia a scrivere, con un tratto appena appena decifrabile ma chiaramente interpretabile: “Anna ti volio bene”.

Spettacolo! Ecco una sfumatura del voler bene: un tempo che governato dalla commozione, lascia emergere il profondo che scalda il cuore e giustifica il nostro limite, anche di grafia. 

mercoledì 14 settembre 2016

Voler bene

Cosa vuol dire voler bene? Me lo chiedo spesso e tutte le volte che me lo domando penso che spiegare cosa vuol dire “voler bene” sia una delle cose più difficili della vita.
È difficile dire di cosa si tratta per diversi motivi, tra i quali, a mio parere, c’è quello di pensare che dobbiamo descrivere una realtà di cui siamo capaci e il confondere il “voler bene” con un sentimento passeggero.
Di fatto credo fermamente che il bene sia innanzitutto un balsamo di cui siamo riceventi, e che nel momento in cui è vero, è un per sempre ineludibile.
Da non dimenticare è poi che ciò di cui si fa esperienza, non sempre è riducibile a poche fredde parole. Per descrivere alcune perle della vita sarebbe necessaria calda poesia … e ben sappiamo, che non sempre “siamo capaci” d’arte di lemmi.
Oggi, ancora una volta, mi sono posta il difficile quesito, ma sono stata fortunata.
Non ho avuto il tempo di arrovellarmi in intricati pensieri, perché ho lasciato che lo sguardo si fermasse ad osservare un bambino che stava seduto al fianco del suo papà, durante il tragitto metropolitano che mi separa dal centro città alla periferia di casa.
Il bambino giocava con una spada. Uno di quei giocattoli di plastica che sembrano veri. Durante le “sciabolate”, trattenute con giusto limite, continuava a chiamare il papà, che pazientemente, ad ogni richiamo, prestava l’attenzione. Ad un tratto, come tutti i giochi e l’uso di giocattolo, anche la bella spada ha stancato il bambino, che prontamente nel suo papà ha trovato una soluzione di custodia. Il mite papà ha preso la spada e l’ha infilata nella cinghia superiore dello zainetto. Quella cinghia a forma di maniglia che normalmente ci permette di prendere lo zaino mantenendolo verticale. Così è stata trovata una guaina al giocattolo, che da quel momento in poi è restato sul pavimento, serrato tra i piedi del papà.
Ora il bambino, con le mani libere, ha iniziato ad essere affettuoso con un babbo che lo richiamava ad un ordine di gesti quali: il provocare solletico nei limiti del contenibile, il bisogno di mantenere la maglia senza eccesso di “sgualcimenti”, l’agitarsi entro il raggio che non mettesse a rischio di caduta.
Contemporaneamente ai richiami verbali, sempre molto contenuti, il babbo teneva una mano in modo tale da prevedere possibili movimenti imprevedibili del figlio, mentre l’altra mano assecondava il nuovo gioco: trastullarsi con la sensibilità e l’agilità del corpo.
Il mio sguardo non si è stancato di guardare la scena e arrivati al capolinea il padre del “guerriero ginnasta” mi ha dato lo spazio di un sorriso per salutarlo con una parola pronunciata in apprezzamento alla vivacità del figlio: “Stupendo!”
“Stupendo” anche perché dandomi le spalle, mostrava uno zainetto insolitamente ornato da un “oggetto fendente,dolcemente ciondolante”.
In realtà il profondo del mio dire “stupendo” è stato anche perché lo spettacolo ha coinciso con uno di quei momenti in cui mi pare di intuire cosa possa essere il “voler bene”.
Voler bene è legato al lasciarsi disarmare. Lasciare che l’altro vinca la nostra difesa. Cercare l’altro che sappiamo essere presente anche per rispondere al nostro richiamo, al nostro bisogno di attenzione, alla necessità di essere voluti.
Voler bene è accettare il limite del non esser esagerati, dell’essere contenuti in un ordine, in un rispetto, in una gestualità che tiene conto della reciprocità. Che sa cogliere quando è possibile sospendere e riprendere, per confermare sia nella sospensione che nella ripresa di essere presenti all’altro.
Voler bene è dare spettacolo di bellezza. È adornarsi di armonia aromatica d’olio prezioso.

sabato 3 settembre 2016

Dialoghi e silenzio

Mi trovo in coda, ad aspettare il mio turno per fare un biglietto acquisto panini.
Sono ad una di quelle cene organizzate per la beneficienza.
Davanti a me due uomini.
Dietro di me due donne.
Sia i due uomini che le due donne si conoscono tra loro, infatti entrambe le coppie gemellate per genere, discorrono animatamente.
Inizialmente non ho voglia di ascoltare e soprattutto desidero stare in silenzio. La giornata è stata sufficientemente stancante e il rientro dalle vacanze è stato abbastanza sconvolgente. Solo il silenzio può darmi una mano a superare lo shock dell’addio alle montagne, dell’addio alla conquista di una vetta, dell’addio al refrigerio, dell’addio a ciò che è silenzio senza doverlo “fare”.
Stando in coda, il tempo dell’attesa si prolunga, si prolunga esageratamente e l’attenzione inizia a spostarsi in alternanza ai due colloqui concitati l’uno della coppia che mi precede e l’altro della coppia che mi segue. Inizio ad ascoltare interrogandomi: di che cosa stanno parlando così vivacemente due uomini e di che cosa stanno parlando così animosamente due donne?
Rispetto ai due uomini mi viene un sospetto, facilmente gli uomini parlano di lavoro, di donne o di calcio. Lascio così che l’orecchio oda e confermo la mia ipotesi: i due soggetti sono in disputa sull’ultima partita di calcio giocata dai loro figli e sul motivo più o meno condiviso per essere ricorsi ad un rigore.
Rispetto alle due donne la previsione è più complessa. Le donne - se madri - parlano facilmente dei figli, ma spesso i dialoghi che pensi siano attribuibili a problemi di bambini, scopri solo con il loro procedere, che sono per esigenze di canidi. Comunque sia le donne parlano più spesso degli uomini e forse per questo i loro argomenti spaziano e sono meno prevedibili. Possono parlare di distrazioni, di cucina, di palestra, di vestiti, di acquisti, di arredo, insomma di tutto, di un po’, di nulla. Ascolto pertanto senza supposizioni.
È qui che resto stupita del fatto che il dialogo è su argomenti che tratto per il mio lavoro: gravidanza, amniocentesi e villocentesi. Le due signore si confrontano per l’aver fatto la diagnosi prenatale nei confronti del loro nascituro, con estrema disinvoltura.

Ok, ho capito perché quando non sono al lavoro, preferisco ascoltare gli uomini, e in questo caso capisco perché ho preferito ritrovare il silenzio.

sabato 30 luglio 2016

Ti insegno un trucco per conoscere lo stile di una donna.


Devi avere un po’ di tempo a disposizione.
Vai al supermercato e mettiti in modo tale da osservare il punto casse.
Ora guarda le acquirenti che di volta in volta arrivano, come hanno caricato il carrello e cosa succede al momento del pagamento.

Primo caso. C’è la donna che arriva a tutta velocità. Il carrello ha dentro poche cose e disposte disordinatamente. In particolare ti accorgerai che la frutta e l’insalata sono state messe sotto alle mozzarelle e ai bicchierini dello yogurt. Raggiunto il tapirulan lo lascia scorrere vuoto per diverso tempo e solo al sospiro della donna che segue nella coda, farà in modo che gli alimenti siano disposti chi prima e chi dopo, senza far caso al fatto che potrebbero essere dritti o capovolti. Al momento di pagare, dopo che gli acquisti si sono accumulati nello spazio post check, chiederà alla cassiera di venderle un sacchetto.
La donna in oggetto è impetuosa, un po’ frettolosa e distratta. Probabilmente si dimenticherà di prendere qualcosa che a casa le manca.

Secondo caso. C’è la donna che arriva lentamente, guardinga, cercando di individuare la cassa che ha la coda più breve. Il carrello ha dentro molte cose e disposte ordinatamente. In particolare ti accorgerai che i detersivi, i barattoli e le conserve sono tutte sotto, insieme all’acqua e alle bibite. La frutta e la verdura restano in superficie. Le uova sono appoggiate sul seggiolino per il bebè, che altrimenti resterebbe vuoto e chiuso.  Raggiunto il tapirulan, cerca il segnaposto e immediatamente lo colloca. Inizia subito a disporre gli alimenti con ordine meticoloso. Stando ad osservare con attenzione noterai che dispone ciascuna cosa tenendo conto degli oggetti uguali tra loro, del peso e del genere. Infatti ciò che è da conservare in frigorifero sarà lontano da ciò che può essere conservato in dispensa. I diversi acquisti saranno appoggiati tutti nel senso dello stare retti. Chiuderà lo spazio dei suoi "generi" con un secondo segnaposto. Post check, avrà pronti i suoi numerosi sacchetti riciclati, che riempirà con diligente cura. Le uova saranno appoggiate nel sacchetto “frigor”, rigorosamente per ultime.
Sei davanti ad una donna precisa, forse un po’pignola, che impegna il tempo con scrupolo e per non dimenticare nulla si sarà fatta anche una lista spesa, che avrà di volta in volta spuntato.

Terzo caso. Vedi un carrello in coda, con dentro delle cose più o meno minute. Nessuno lo custodisce in modo continuo. A tratti appare una donna che lancia al suo interno oggetti raccolti tra le diverse corsie, secondo l’ordine dello scaffale su cui erano posti. Ogni volta che torna tiene d’occhio come avanza la coda e se chi le sta dietro ha fatto avanzare il “suo” carrello, senza superarlo. Non deve comprare molte cose, e spesso usa il carrellino, non il carrello. E’ nella fila dei “dieci pezzi”, ma al suo turno di check inevitabilmente la cassiera le deve far notare che i pezzi sono 11 o 12 … non importa, ormai ha già in mano il bancomat per pagare e nessuno la fermerà.
Sei davanti ad una donna opportunista, forse un po’ egoista, che vive di una furbizia propria a discapito della pazienza degli altri.

Ora, è evidente che tre casi non possono riassumere le infinite sfumature di modi di fare che collegano uno dei tre stili con l’altro, ma è tutto vero e ti invito a farci caso e a meditarci su.

Quale stile ti corrisponde? 

domenica 3 luglio 2016

Ho portato la sposa


Se venticinque anni fa mi avessero anticipato cosa avrei fatto il venticinque giugno di quest’anno, avrei confermato che avrei voluto viverlo!
Svegliarmi di sabato mattina alle sei e trenta, attaccare fiocchi agli specchietti, e il cartello “io porto la sposa” sul vetro del bagagliaio;
avviarmi, tra gli sguardi curiosi di una Milano per buona parte ancora addormentata, verso Monza San Fruttuoso;
accettare che chi guarda nell’abitacolo del veicolo resti un po’ deluso, dal non trovare nessuno oltre l’autista;
incontrare nel cortile della casa un uomo che va a “fare” manicure e sopracciglia, e abbracciandomi mi dice: sarà una tortura;
entrare in appartamento per incontrare la migliore amica che ho, per scoprire che ha lottato buona parte della notte con una valigia che dovrà pesare massimo venti chili;
dirigermi da parrucchiere e truccatore, finalmente con la sposa a bordo;
lasciare che al semaforo qualcuno abbozzi un sorriso o un discorso, anche se la sposa vuole sfuggire alle congratulazioni;
godere di avere nei capelli i “fiori della sposa”;
correre a tutta velocità per lasciare la macchina nel parcheggio sotterraneo del centro, così da aver modo di arrivare per tempo;
restare spettatrice della gioia di un’amica;
commuovermi negli abbracci;
partecipare al volersi bene;
rimanere sola;
perdermi nella campagna brianzola;
condizionare ritardo alla cucina;
condividere la festa;
tentare di fare una presentazione di foto, nonostante i problemi tecnici da assetto tecnologico allestito all’aperto;
sintonizzare l’impianto audio sulla musica preferita dalla sposa, bypassando la playlist dell’agriturismo;
lasciare che tutti tornino a casa, per restare con gli sposi;
accompagnare al “nido” gli sposini, con una Panda carica di fiori;
sostituire il cartello sul vetro del bagagliaio, per dichiarare: “io oggi ho portato la sposa”;
assistere alla gioia incontenibile dei bambini, che incontrandomi in tangenziale comprendono la bellezza di una macchina “addobbata”;
abbandonare qualche lacrima di gioia;
regalare alla Madonna il cuscino di rose e gladioli;
raccontare alla sera di essere contenta;
guardare la luna che chiude un giorno speciale;
ringraziare il Mistero, grande e buono nell’amore.


giovedì 9 giugno 2016

Piove dopo le 17

Forse piove dopo le 17 perché prima delle 17 ero in centro città e dopo le 17 sono arrivata nella periferia del west. Si sa, le perturbazioni sono localizzate.
Forse piove dopo le 17 perché ieri sera guardavo 17 uomini vestiti scuro, ridenti, di cui buona parte oggi avrebbe trascorso la giornata fino alle 17 con più di cento bambini al seguito. Lo so, San Giuseppe è influente sul tempo e sicuramente è favorevole con chi è stato scelto come lui da Dio.
Forse piove dopo le 17 perché è stato per quell’ora che sono uscita dal lavoro. Si sa, sembra incredibile ma l’acquazzone sopraggiunge spesso nei momenti in cui sei vulnerabile.
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora ero così affamata che solo eventi atmosferici come la pioggia o la neve avrebbero potuto sedarmi. Lo so, quando sento il profumo della pioggia riesco a frenare tutte le altre cose che sento: anche i brontolii di stomaco.  
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora buona parte delle persone erano già arrivate a casa dopo la fatica della giornata. Si sa, è più bello ascoltare il ticchettio della pioggia sotto un tetto e magari comodamente seduti su un divano.
Forse piove dopo le 17 perché è a quell’ora che io godo particolarmente del cielo. Lo so, guardare le luci che sfumano verso la sera mi riempie di santa nostalgia.
Forse piove dopo le 17 perché la pioggia ha deciso di cadere dopo le 17. Si sa, le nuvole vanno e vengono come vogliono.
Forse piove dopo le 17 perché solo dopo le 17 avrei trovato il tempo di descrivere quello che è successo. Lo so, mi piace raccontare quello che si tratteggia nella memoria.

martedì 26 aprile 2016

Il mistero ha un grande senso dell'umorismo

La mamma si è messa in mente di mettere a posto qualche cassetto dimenticato.
Non so se l’ispirazione le è venuta dal fatto che è ormai prossimo il festeggiamento del suo sessantesimo di matrimonio, e il desiderio è di fare un po’ d’ordine nei pensieri e nelle cose; oppure se è stata una illuminazione dall’alto, per stupirci.
Sta di fatto che facendo ciò è affiorato dal lontano 1955 un biglietto, che lei ha recapitato al papà dopo quattro anni di fidanzamento, ad un anno dal matrimonio ormai concordato.
Dopo qualche istante dal ritrovamento, ha deciso di farmi partecipare al recupero della “reliquia”, e mi ha concesso lettura del contenuto.
Con la sua voce a tutt’oggi emozionata, mi ha scandito le lettere, rendendole parola dopo parola, brevi frasi concise.
Mi sono commossa.
Anche qui un’incertezza mi assale: non so se il mio coinvolgimento è stato destato dalla prudenza amorosa trapelante dal tratto contenuto dello scritto materno, oppure se la partecipazione è stata per un modo di comunicare che riconosco anche mio, e mi assimila a lei.
Amo scrivere le cose importanti, o meglio, le cose che ritengo importanti.
Uno scritto è per sempre, e sono persuasa che dovremmo avere più coraggio nello scrivere, perché dovremmo avere più fiducia nell’eterno.
Sono grata del fatto accaduto, e mi sento confermata in un modo d’espressione d’essere.

E’ troppo bello poter rinnovare il dirsi, di ciò che è vero.