Il ricordo è legato al loro stridere acuto, nel bosco di pini marittimi del barone Fumarola. Il caldo insopportabile mi faceva sudare i piedi e le piccole ciabattine da mare - giuste per una bimba di tre anni - scivolavano rispetto ai piedini, così da mettere le dita nelle condizioni di urtare gli aghi lunghi e pungenti, che tappezzavano il terreno.
Questo disappunto non fermava il mio pellegrinare, perché guardare i tronchi lanciati e ombrosi, diventava un gioco. Restavo alla ricerca degli involucri abbandonati dagli insetti canterini, mutati.
Oggi - che sono diventata grande - il loro canto è legato al passaggio da parchi cittadini, dove il caldo di luglio nutre lo stesso cicaleccio che accompagnava le lunghe estati dell'infanzia.
Guastalla, parco delle Cave, parco dei Fontanili; in tutti, quegli insetti stagionali dominano lo spazio sonoro.
Mi riposa ascoltarli. Mi piace cercare di identificare il fruscio che domina sugli altri. Sorrido al pensare che dietro ad una melodia polifonica albergano numerose cicale, che la letteratura ha sempre considerato zuzzurellone.
Forse godo del fatto che il mio desiderio di spensieratezza, sia innescato da uno sbattere di ali.
lunedì 10 luglio 2017
domenica 2 luglio 2017
Gita domenicale a Fuipiano in valle Imagna
Tornare dove sono stata portata a cinque giorni dalla
nascita;
riconoscere scorci dell’infanzia;
raggiungere boschi di latifoglie stranoti;
camminare su prati su cui si è corso per il primo decennio
di vita,
dirsi cose tra cugini come quarant’anni fa;
godere della mamma che la racconta a suo fratello;
guardare con stupore la villa che apparteneva allo zio;
prendere l’ombra delle betulle a cui si attaccava l’amaca;
stare al sole sulla panchina di sasso dove trastullavo
il bambolotto;
riconoscere che lo sguardo si porta al Resegone che non è
cambiato;
commuoversi perché il cuore è sempre lo stesso;
accettare che la nostalgia può essere per qualcosa che c’è,
o per qualcuno che manca.
giovedì 8 giugno 2017
Sempre, per sempre.
Lo scialle era ripiegato in modo da fargli vedere il visetto rugoso e
le manine avvizzite. Stava lì impalato e si chiedeva che cosa si aspettavano
che se ne facesse, le donne, di quel fagotto che la levatrice gli aveva messo
fra le braccia, quand’ecco all’improvviso sentì una scossa che fece tremare lui
e la bambina. Non veniva da nessuna delle persone presenti, eppure non riusciva
a rendersi conto se fosse stata la piccina a trasmetterla a lui o lui alla
piccina. E subito il cuore cominciò a battergli nel petto come non era mai
accaduto prima, e di colpo non si sentì più intirizzito, né triste, né
irrequieto, né arrabbiato e gli parve invece di star proprio bene. La sola cosa
che lo inquietava era di non riuscire a capire perché il cuore dovesse battere
e martellare in quel modo nel suo petto, dal momento che lui non aveva né
ballato, né corso, né si era arrampicato su per montagne scoscese.
“Vi prego”, disse alla levatrice, “mettete la mano qui, e sentite! Mi
sembra che il cuore batta in modo così strano”.
“E’ proprio batticuore”, asserì la levatrice, “forse ci andate soggetto
ogni tanto?”
“No, non l’ho mai avuto prima”, assicurò Jan. “Mai in questo modo”.
“Non vi sentite bene, allora? Avete male in qualche posto?”
No, no davvero.
La levatrice non riusciva a capire che cosa gli succedesse. “Ad ogni
buon conto vi prendo io la bambina”, disse.
Ma allora Jan sentì che non voleva staccarsi dalla piccina.
“No; lasciatemela tenere ancora, la bimbetta”, replicò.
E le donne dovettero leggere nei suoi occhi, o udire nella sua voce,
qualcosa che le rese allegre, perché la levatrice increspò le labbra e le altre
scoppiarono addirittura in una grande risata.
“Non vi era mai capitato prima di voler così bene a qualcuno da avere
il batticuore per causa sua?”, chiese la levatrice.
“No”, rispose Jan.
E nello stesso istante capì cos’era stato a far battere il suo cuore. E
non soltanto questo: cominciò anche a intuire cosa gli era mancato per tutta la
vita. Perché chi non sente battere il cuore nel dolore o nella gioia non può di
certo essere considerato un vero essere umano.
Pag 20-21 Edizione Iperborea de “L’imperatore di Portugalla” di Selma
Lagerlöf
Iniziare
e terminare di leggere un romanzo per riascoltare che, per poter amare da vero
essere umano si ha da nascere, vivere, morire.
domenica 14 maggio 2017
Il padre e la volontà di vivere
Steinbeck in «Furore» fa dire alla figura femminile
protagonista del romanzo, che interloquisce con suo marito: “Siamo più
adattabili che voialtri uomini, - spiegò la mamma con dolcezza. – Noi la vita
ce la portiamo sulle braccia, voialtri ve la portate dentro la testa. Non ti
tormentare, chi sa … chi sa che l’anno venturo non si riesca ad avere un
pezzetto di terra nostro”. E lui risponde – “Quando non si ha più niente, come
farsi illusioni? Finita la stagione dei raccolti non abbiamo più lavoro. E cosa
faremo? Come faremo a mangiare? Con Rosatè, ormai vicina al suo tempo. Fa paura
pensare. È per questo che io vivo nel passato. Sembra che non c’è più niente
davanti a noi e che la nostra vita è finita”. La mamma sorrise. – “No, babbo
non è vero. Questa è un’altra cosa che le donne capiscono meglio degli uomini,
me ne sono già accorta. L’uomo vive a scosse. Muore un vecchio, o nasce un
bambino, sono due scosse. La donna si lascia vivere, un po' come l’acqua di un
fiume: piccole anse, piccole cascate, ma l’acqua continua a scorrere. È così
che noi donne vediamo la vita. Nessuno di noi muore del tutto: la gente
continua, con qualche cambiamento, magari, ma continua”.
A questo punto del dialogo Steinbeck fa intervenire lo zio. Altra
figura maschile estremamente simbolica nel romanzo, il quale sentenzia: - “Non
si può dire, - fece zio John. – Chi gli impedisce di fermarsi un bel giorno? A
forza di sentirsi stanca, un bel giorno si sdraia e si lascia morire”. *
È proprio così che questo Nobel della letteratura dimostra di conoscere
il genere umano. L’ultima battuta è detta da un maschio, ed esprime con estrema
crudità quello che sta dimostrando mio padre.
E come ostetrica posso confermare l’intuizione geniale di Steinbeck,
aggiungendo che l’uomo detta il vivere al corpo con la testa, così che il corpo
non farà che seguire la volontà. La donna, in opposto, segue con la testa ciò
che le detta il corpo, e la testa si lascerà addomesticare dal corpo. È per
questo che la donna sa partorire. È per questo - forse – che l’uomo sa dettare
quando lasciarsi morire.
Ed è per questo che Steinbeck conclude il romanzo con una scena
spettacolare che vi rimando a leggere; quale dolcezza infinita della
possibilità femminile di sostenere la vita. Mentre al contrario, rozzi
individui non affrontano l’argomento - di cui questo breve post - banalizzando
con affermazioni quali: «Le donne ragionano con l’utero».
*Dialoghi tratti dal romanzo «Furore», di John Steinbeck
domenica 7 maggio 2017
sabato 15 aprile 2017
venerdì 3 marzo 2017
Figlia dell'era tecnologica
Qualcuno dovrò pur ringraziare pubblicamente!
Ho da leggere fino a tardi quando fuori è buio: schiaccio un pulsante e mantengo la luce.
Ho da lavare diverse lenzuola, quando il tempo stringe: schiaccio un pulsante e avvio il programma.
Ho da sgrassare i piatti dell'altra sera: schiaccio un pulsante e parte la lavastoviglie.
Ho da frullare una quantità industriale di prezzemolo (chi l'ha comprato forse ha esagerato): schiaccio un pulsante e in un battibaleno è tutto tritato.
Ho da iniziare a caricare le valige per il viaggio e la rimessa è nel seminterrato: schiaccio un pulsante e mi raggiunge l'ascensore.
Devo uscire con la macchina dal garage: schiaccio un pulsante e si aprono i cancelli.
Ora, potrei andare avanti parecchio per indicare tutti i pulsanti che ho schiacciato dalle nove di stamattina ad adesso.
Tra l'altro non voglio omettere quelli che in questo istante, ripetutamente, vedono il mio polpastrello così da garantire lo stesso scritto che li descrive.
Con ciò: grazie perché sono nata nell'era della tecnologia!
Ho da leggere fino a tardi quando fuori è buio: schiaccio un pulsante e mantengo la luce.
Ho da lavare diverse lenzuola, quando il tempo stringe: schiaccio un pulsante e avvio il programma.
Ho da sgrassare i piatti dell'altra sera: schiaccio un pulsante e parte la lavastoviglie.
Ho da frullare una quantità industriale di prezzemolo (chi l'ha comprato forse ha esagerato): schiaccio un pulsante e in un battibaleno è tutto tritato.
Ho da iniziare a caricare le valige per il viaggio e la rimessa è nel seminterrato: schiaccio un pulsante e mi raggiunge l'ascensore.
Devo uscire con la macchina dal garage: schiaccio un pulsante e si aprono i cancelli.
Ora, potrei andare avanti parecchio per indicare tutti i pulsanti che ho schiacciato dalle nove di stamattina ad adesso.
Tra l'altro non voglio omettere quelli che in questo istante, ripetutamente, vedono il mio polpastrello così da garantire lo stesso scritto che li descrive.
Con ciò: grazie perché sono nata nell'era della tecnologia!
giovedì 2 marzo 2017
martedì 21 febbraio 2017
sabato 4 febbraio 2017
domenica 29 gennaio 2017
sabato 28 gennaio 2017
Studiare, insegnare, fare ricerca.
28 gennaio san Tommaso d’Aquino
All’inizio dell’assemblea liturgica
O Dio, fonte di luce e di grazia, che illuminasti san Tommaso d’Aquino in modo mirabile e singolare con il carisma della tua sapienza, a quelli che sono chiamati a studiare e a insegnare concedi l’amore sincero e orante della ricerca perché possano trasmettere fedelmente agli altri la verità contemplata, a edificazione della tua Chiesa.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
All’inizio dell’assemblea liturgica
O Dio, fonte di luce e di grazia, che illuminasti san Tommaso d’Aquino in modo mirabile e singolare con il carisma della tua sapienza, a quelli che sono chiamati a studiare e a insegnare concedi l’amore sincero e orante della ricerca perché possano trasmettere fedelmente agli altri la verità contemplata, a edificazione della tua Chiesa.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
giovedì 5 gennaio 2017
Una sera. Un fim.
La notte poi non ho dormito, ma non per il film, per il vento. Anche se il film ha influito con una certa insistenza sui pensieri del riposo insonne.
Ho così riempito con la mente, la vigilanza nel buio, indotta dai rumori torvi legati allo sbattere di finestre, fioriere, tendoni e sibili tra le fronde.
La visione su grande schermo mi ha colpito perché un uomo – interprete della trama - non è stato autocelebrativo, ricordando a tutti che ciò che si riesce a fare di buono è sempre nel riconoscimento della collaborazione con un altro. Un altro che può essere il copilota, le hostess, l’equipaggio, tutti gli operatori dei servizi di emergenza… tutti coloro che collaborano all’opera che si dipana.
Io mi sono anche figurata, nelle mie riflessioni notturne, che se questo altro che si riconosce compagno, ha da essere innanzitutto l’Altro con la A maiuscola, tutto ciò che è il nostro “fare” sarebbe ancora di più "grande e buona opera".
Ma per ieri sera è stato sufficiente rivivere ciò che è accaduto a New York nel 2009: 155 persone si sono salvate perché a partire da chi aveva più responsabilità - fino ad arrivare a chi ne aveva sicuramente di meno - tutti hanno collaborato ad evitare una sciagura.
“Meglio un ritardo che un disastro” - ad un certo punto del film legge da un bigliettino Sully - ed è proprio vero. Meglio il ritardo della reazione umana, dello spazio del libero arbitrio, che il meccanico e freddo calcolo delle tecniche compiuterizzate che asetticamente esprimono perfezione apparentemente possibile, ma ingannevole.
Ingannatrice e distorta, la realtà virtuale che non tiene conto della carne e del sangue che commuovono, mette il dubbio anche a Sully di aver “fatto tutto il possibile e anche più del possibile”.
Ma il grande Clint Eastwood - con la regia e produzione - governa la ripresa di un fatto reale dal capitolare sincero: il cuore dell’uomo è fatto per la verità e trova riposo solo in essa.
Così dimostra l’equipaggio salvato da una sciagura, così dimostrano i cittadini newyorkesi, così esprime l’abbraccio di una albergatrice sconosciuta.
Un film da vedere per chi non l’avesse già fatto…
Unica pecca: perché la moglie di Sully non va immediatamente a New York per dire all’uomo che ama che lo ama abbracciandolo… e si limita ad una serie di telefonate di cui due terzi del dire sono fuori luogo? Perché la figura femminile del film è così lenta ed egoista?
Domande d’obbligo, visto che mi rammarico sempre quando il mio “genere” viene impoverito nelle sceneggiature.
venerdì 2 dicembre 2016
Aprire la finestra per volare col pensiero
Ad un certo punto dello
“spignattamento” è necessario aprire la valvola della pentola a pressione. È
terminato il tempo di cottura e lasciare che il fischio si prolunghi rischia di
spappolare il già cotto. Con ciò è necessario che il vapore non invada troppo
la cucina, pertanto qual miglior modo per ottenere un duplice effetto benefico,
se non quello di aprire la finestra? In primo luogo il riciclo dell’aria sarà
assicurato, secondariamente il cucinato si raffredderà più velocemente e si
potrà comodamente procedere con gli opportuni impasti tra ingredienti.
Ma questo gesto,
apparentemente banale, stasera mi ha sorpresa.
Nel cielo del post
tramonto, ancora blu per la luce non completamente scomparsa all'orizzonte, un
sottile spicchio di luna brillante domina. È così luminoso che riesco a
definire nella penombra in modo preciso i confini della luna nella sua
rotondità. Arrivo a vedere quella metà della luna che si nasconde sempre
nell'oscurità, che resta sempre nell'ombra di sé stessa.
Poco distante da questa
luna da seduzione, spostando lo sguardo leggermente alla sinistra, vedo una
stella, un’unica stella, che solitaria è altrettanto lucente, quasi come un
frammento di quello spicchio di luna. Forse è un pianeta illuminato anch'esso
dal sole. In effetti la sua luce non ha intermittenze, resta fissa e troneggia
nel resto di un cielo che man mano che passano gli istanti del mio incanto,
diventa sempre più scuro, più nero.
Il mio pensiero inizia a
volare.
Volo con un po’ di
nostalgia, nostalgia di qualcosa che mi manca, o forse meglio di qualcuno che
avverto mancare.
La luna, le stelle, il
cielo, hanno sempre interrogato chi si ferma a guardarli.
Credo che quello che sto
subendo è un fascino che attraversa i secoli, senza mai perdere il suo
ascendente.
Se guardo il tuo cielo,
opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu
hai fissate,
che cosa è l'uomo perché
te ne ricordi,
il figlio dell'uomo perché
te ne curi?
Salmo 8
Nox erat et caelo fulgebat
luna sereno
inter minora sidera,
cum tu magnorum numen
laesura deorum
in verba iurabas mea
Era
notte e in un cielo limpido velato di stelle
splendeva la luna,
e tu, già offendendo in cuore il nome degli dei,
giuravi sulle mie parole
Orazio – Epodi - 15 – A Neèra
Beatrice in suso, e io in
lei guardava;
e forse in tanto in quanto
un quadrel posa
e vola e da la noce si
dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil
cosa
mi torse il viso a sé; e
però quella
cui non potea mia cura
essere ascosa,
volta ver' me, sì lieta come bella,
«Drizza la mente in Dio
grata», mi disse,
«che n'ha congiunti con la
prima stella».
Dante – Paradiso II, 22-30
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul
deserto piano,
Che, in suo giro lontano,
al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano
a mano;
E quando miro in cielo arder
le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e
quel profondo
Infinito Seren? che vuol
dir questa
Solitudine immensa? ed io
che sono?
Leopardi – XXIII Canto
notturno dl un pastore errante dell’Asia
La luna rimarrà la luna
E ci saranno sempre
Giovani che di sera
Al suo lume appartati
Si sorprenderanno
a dire le parole felici.
Anche se troppi
I satelliti artificiali
Non riusciranno mai
con le loro indiscrete
apparizioni
a disturbarne l’incanto
antico.
Giuseppe Ungaretti----La luna rimarrà la
luna
sabato 29 ottobre 2016
Comunicare
Come tutti gli anni accade, mi ritrovo a vigilare nelle aule del polo
universitario di via Golgi.
La commissione di vigilanza ha un obiettivo preciso: dare le opportune
indicazioni ai candidati aspiranti l’accesso alla Laurea Magistrale, dettare i
tempi per lo svolgimento del test di ammissione e controllare che non ci siano
scorrettezze nello svolgimento.
Al fine di ciò la commissione d’aula stila un verbale, consegna tutto
il materiale agli addetti amministrativi e si accommiata.
Il 26 ottobre c. a. la commissione cui sono stata assegnata è intima:
due amministrativi e un professore ordinario. L’aula indicatami è grande, di
quelle da 150 posti. I candidati invitati ad accomodarsi sono 64.
Riusciamo a distribuire maschi e femmine in modo ordinato cercando di
evitare vicinanze “pericolose”; e seguendo tutte le opportune procedure diamo
lo start.
Inizio a camminare tra le file e i corridoi. Non mi do tregua. Il tempo
ha da passare, e oltre ad una piccola pausa caffè concessami con il professore,
due ore sono lunghe a trascorrere, e girare un po’ su e giù per le scale degli
spalti, non può che farmi bene.
Colgo due fanciulle che si parlano e le richiamo. Da quel momento in
poi silenzio totale.
Ma non sono tranquilla.
Mi accorgo infatti, con una sorta di “meta-competenza”, che un ragazzo
e una ragazza “comunicano”. Non è una comunicazione verbale e neanche gestuale
è qualcosa che scorre su un canale di cui avverto presenza ma non è percepibile
né con udito, né con occhio. La trasmissione non usa né il senso uditivo, né
visivo: bensì cinestetico. Per coglierla dev’essersi attivato in me quel senso
percettivo cui cerco di educare le mie studentesse quale: “proprio dell’essere
ostetrica”.
Continuo a scrutare i due fanciulli, quasi in modo ossessivo, ma non
riesco a trovare un “atto” sospetto oggettivabile che li “inchiodi”. Sono
seduti su file diverse, la femmina è davanti al maschio e tra loro hanno un
contatto che sfrutta – per me che li guardo - la diagonale da destra verso
sinistra, a partire dalla femmina, diretto verso il maschio.
Non mi dimentico di tenere d’occhio tutta l’aula, ma insistendo con lo sguardo
sui due soggetti “sospetti”, ad un tratto noto una somiglianza somatica. Mi
viene l’intuizione di potermi trovare davanti a due “gemelli”. Di fatto, per
professionalità, se dovessi quantizzare la capacità comunicativa di questi
soggetti, direi che i “gemelli” sono speciali; vivono i nove mesi gestazionali a
stretto contatto, immersi negli stessi “sapori”, tanto da essere educati come
potrebbero fare trent’anni di amicizia post natale!
Scendo alla cattedra dove è restata seduta una delle colleghe amministrative
e chiedo se tra i convenuti registrati ce ne sono due con lo stesso cognome:
bingo! Ho sbagliato di poco, la ragazza e il ragazzo sono sorella e fratello
con circa due anni d’età di differenza a vantaggio della femmina.
Faccio presente al resto della commissione di tenere d’occhio i due
fratelli, ma resta a tutti veramente difficile “sintonizzarsi sulle loro
frequenze”. Il tempo scorre e si avvicina l’ultimo quarto d’ora in cui non si
può più consegnare il test volontariamente. Ora tutti i rimanenti devono
aspettare la fine del tempo previsto.
Finisce la prova e inizia il “ritiro d’ufficio”. Lei e lui hanno finito
di stilare il compito e attendono restando nel loro banco. Non perdo
l’occasione per essere io ad avvicinarmi loro e chiedere: “Avete imparato fin
da piccoli a comunicare usando un alfabeto tutto vostro?”. Diventano entrambi
rossi nel volto, e mi sorridono. Non parlano, la sorella si limita a farmi un
gesto: si tocca il volto comprendendo la radice del naso e la bocca. Stupendo! Comunica
ancora una volta sfruttando il canale cinestetico: il tatto, e la possibilità
della percezione d’olfatto e di gusto di un “fluido”, quale potrebbe essere per
un profumo e un cibo.
Sorrido e a mia volta riprendo con la voce - anche se hanno già compreso
cosa è successo - li ho colti, ma ci tengo a dire cosa me lo ha permesso: “Mi
sono accorta che comunicavate perché sono un’ostetrica, e tra voi è come
presente un cordone ombelicale, che si ‹percepisce›
fortissimo, ma non sono riuscita a incastrarvi!”
Mi allontano e alle mie spalle sento il fratello che sussurra alla sorella:
“Come ha fatto ad accorgersi?” E lei risponde: “È un’ostetrica”.
Posso concludere l’esperienza: quest’anno è stata una
“vigilanza” interessante. Ho dato esercizio a qualcosa che tutti sperimentiamo,
anche se spesso non ci diamo il giusto peso: il valore di sfiorare; di inviare
un messaggio aromatico.
sabato 17 settembre 2016
Voler bene (2)
Maria,
medico geriatra, ieri è andata a fare una visita domiciliare per valutare la
possibile attribuzione di invalidità ad un ultranovantenne. È accaduto al
mattino pertanto alla sera ha potuto raccontare come si sono svolte le cose.
Arrivata
in una umile casa di povero quartiere della periferia milanese, Maria è accolta
da una coppia di coniugi canuti, con una figlia in loro compagnia. Il soggetto
della visita è un uomo reduce da vent'anni di lavoro come “spacca-pietre” in
Germania, rientrato in Italia per lavorare altri venticinque anni per le
Ferrovie dello Stato come “lava-carrozze”, si chiama Angelo. La moglie Anna lo
osserva con sguardo amorevole, la figlia vigila per l’occasione sui genitori.
Angelo
si rivela subito impegnativo. Tremolante, seduto tutto curvo su di una poltrona
governata da sistemi telecomandati, fa fatica ad articolare la voce, ma
saluta con rispetto. Per la visita c’è da invitarlo a cambiare stanza, così si ha
modo di constatare che l’alzarsi richiede un certo tempo ed impegno e resta
indispensabile il deambulatore che viene spinto a fatica. Raggiunta la camera
da letto, si procede con una visita di individuazione di disfunzioni organiche,
non solo legate alla longeva età, bensì legate al fatto che è ormai conclamato
un morbo di Parkinson. La figlia vorrebbe intromettersi per aiutare il padre,
ma fa parte della visita riuscire a comprendere il livello dei deficit, per cui
il soggetto delle cure non va sostituito.
Ora
si torna in cucina-salotto perché la seconda parte della visita prevede di
somministrare alcuni test attitudinali che classificano i possibili decadimenti
cognitivi.
Tutto
procede lentamente, come ci si aspetta che possa procedere in un soggetto di
cui la compromissione del corpo gravemente scoliotico, quasi sicuramente
sfocerà in una invalidità riconosciuta.
Manca
l’ultimo step della visita. Maria chiede ad Angelo: “Scriva una frase per
favore”, porgendo all’anziano un foglio e una penna.
Silenzio.
Lungo silenzio. Tempo. Molto tempo.
Interviene
la figlia: “Dottoressa guardi che mio padre è tantissimo tempo che non lo vedo
scrivere, lasci stare…”
Maria:
“Non si preoccupi. Diamo tempo”.
Maria,
guardando lo sguardo presente di Angelo sul foglio, ha capito che ci sarà
sufficiente energia per comandare una mano come si conviene. Ci vuole solo
tempo. Il tempo darà la possibilità di ordinare i processi.
Finalmente
Angelo comincia a scrivere, con un tratto appena appena decifrabile ma
chiaramente interpretabile: “Anna ti volio bene”.
Spettacolo!
Ecco una sfumatura del voler bene: un tempo che governato dalla commozione, lascia
emergere il profondo che scalda il cuore e giustifica il nostro limite, anche di
grafia.
mercoledì 14 settembre 2016
Voler bene
Cosa
vuol dire voler bene? Me lo chiedo spesso e tutte le volte che me lo domando
penso che spiegare cosa vuol dire “voler bene” sia una delle cose più difficili
della vita.
È
difficile dire di cosa si tratta per diversi motivi, tra i quali, a mio parere,
c’è quello di pensare che dobbiamo descrivere una realtà di cui siamo capaci e
il confondere il “voler bene” con un sentimento passeggero.
Di
fatto credo fermamente che il bene sia innanzitutto un balsamo di cui siamo
riceventi, e che nel momento in cui è vero, è un per sempre ineludibile.
Da
non dimenticare è poi che ciò di cui si fa esperienza, non sempre è riducibile
a poche fredde parole. Per descrivere alcune perle della vita sarebbe
necessaria calda poesia … e ben sappiamo, che non sempre “siamo capaci” d’arte
di lemmi.
Oggi,
ancora una volta, mi sono posta il difficile quesito, ma sono stata fortunata.
Non
ho avuto il tempo di arrovellarmi in intricati pensieri, perché ho lasciato che
lo sguardo si fermasse ad osservare un bambino che stava seduto al fianco del
suo papà, durante il tragitto metropolitano che mi separa dal centro città alla
periferia di casa.
Il
bambino giocava con una spada. Uno di quei giocattoli di plastica che sembrano
veri. Durante le “sciabolate”, trattenute con giusto limite, continuava a
chiamare il papà, che pazientemente, ad ogni richiamo, prestava l’attenzione.
Ad un tratto, come tutti i giochi e l’uso di giocattolo, anche la bella spada
ha stancato il bambino, che prontamente nel suo papà ha trovato una soluzione di
custodia. Il mite papà ha preso la spada e l’ha infilata nella cinghia
superiore dello zainetto. Quella cinghia a forma di maniglia che normalmente ci
permette di prendere lo zaino mantenendolo verticale. Così è stata trovata una
guaina al giocattolo, che da quel momento in poi è restato sul pavimento,
serrato tra i piedi del papà.
Ora
il bambino, con le mani libere, ha iniziato ad essere affettuoso con un babbo
che lo richiamava ad un ordine di gesti quali: il provocare solletico nei
limiti del contenibile, il bisogno di mantenere la maglia senza eccesso di “sgualcimenti”,
l’agitarsi entro il raggio che non mettesse a rischio di caduta.
Contemporaneamente
ai richiami verbali, sempre molto contenuti, il babbo teneva una mano in modo
tale da prevedere possibili movimenti imprevedibili del figlio, mentre l’altra
mano assecondava il nuovo gioco: trastullarsi con la sensibilità e l’agilità del
corpo.
Il
mio sguardo non si è stancato di guardare la scena e arrivati al capolinea il
padre del “guerriero ginnasta” mi ha dato lo spazio di un sorriso per salutarlo
con una parola pronunciata in apprezzamento alla vivacità del figlio:
“Stupendo!”
“Stupendo”
anche perché dandomi le spalle, mostrava uno zainetto insolitamente ornato da
un “oggetto fendente,dolcemente ciondolante”.
In
realtà il profondo del mio dire “stupendo” è stato anche perché lo spettacolo ha
coinciso con uno di quei momenti in cui mi pare di intuire cosa possa essere il
“voler bene”.
Voler
bene è legato al lasciarsi disarmare. Lasciare che l’altro vinca la nostra
difesa. Cercare l’altro che sappiamo essere presente anche per rispondere al
nostro richiamo, al nostro bisogno di attenzione, alla necessità di essere
voluti.
Voler
bene è accettare il limite del non esser esagerati, dell’essere contenuti in un
ordine, in un rispetto, in una gestualità che tiene conto della reciprocità.
Che sa cogliere quando è possibile sospendere e riprendere, per confermare sia
nella sospensione che nella ripresa di essere presenti all’altro.
Voler bene è dare
spettacolo di bellezza. È adornarsi di armonia aromatica d’olio prezioso.
sabato 3 settembre 2016
Dialoghi e silenzio
Mi trovo in coda, ad aspettare il mio turno per fare un biglietto
acquisto panini.
Sono ad una di quelle cene organizzate per la beneficienza.
Davanti a me due uomini.
Dietro di me due donne.
Sia i due uomini che le due donne si conoscono tra loro, infatti
entrambe le coppie gemellate per genere, discorrono animatamente.
Inizialmente non ho voglia di ascoltare e soprattutto desidero stare in
silenzio. La giornata è stata sufficientemente stancante e il rientro dalle
vacanze è stato abbastanza sconvolgente. Solo il silenzio può darmi una mano a
superare lo shock dell’addio alle montagne, dell’addio alla conquista di una
vetta, dell’addio al refrigerio, dell’addio a ciò che è silenzio senza doverlo “fare”.
Stando in coda, il tempo dell’attesa si prolunga, si prolunga
esageratamente e l’attenzione inizia a spostarsi in alternanza ai due colloqui
concitati l’uno della coppia che mi precede e l’altro della coppia che mi segue.
Inizio ad ascoltare interrogandomi: di che cosa stanno parlando così vivacemente
due uomini e di che cosa stanno parlando così animosamente due donne?
Rispetto ai due uomini mi viene un sospetto, facilmente gli uomini
parlano di lavoro, di donne o di calcio. Lascio così che l’orecchio oda e
confermo la mia ipotesi: i due soggetti sono in disputa sull’ultima partita di
calcio giocata dai loro figli e sul motivo più o meno condiviso per essere
ricorsi ad un rigore.
Rispetto alle due donne la previsione è più complessa. Le donne - se
madri - parlano facilmente dei figli, ma spesso i dialoghi che pensi siano attribuibili
a problemi di bambini, scopri solo con il loro procedere, che sono per esigenze
di canidi. Comunque sia le donne parlano più spesso degli uomini e forse per
questo i loro argomenti spaziano e sono meno prevedibili. Possono parlare di
distrazioni, di cucina, di palestra, di vestiti, di acquisti, di arredo, insomma
di tutto, di un po’, di nulla. Ascolto pertanto senza supposizioni.
È qui che resto stupita del fatto che il dialogo è su argomenti che
tratto per il mio lavoro: gravidanza, amniocentesi e villocentesi. Le due
signore si confrontano per l’aver fatto la diagnosi prenatale nei confronti del
loro nascituro, con estrema disinvoltura.
Ok, ho capito perché quando non sono al lavoro, preferisco ascoltare
gli uomini, e in questo caso capisco perché ho preferito ritrovare il silenzio.
sabato 30 luglio 2016
Ti insegno un trucco per conoscere lo stile di una donna.
Devi avere un po’ di tempo a disposizione.
Vai al supermercato e mettiti in modo tale da osservare il punto casse.
Ora guarda le acquirenti che di volta in volta arrivano, come hanno caricato
il carrello e cosa succede al momento del pagamento.
Primo caso. C’è la donna che arriva a tutta velocità. Il carrello ha
dentro poche cose e disposte disordinatamente. In particolare ti accorgerai che
la frutta e l’insalata sono state messe sotto alle mozzarelle e ai bicchierini
dello yogurt. Raggiunto il tapirulan lo lascia scorrere vuoto per diverso tempo
e solo al sospiro della donna che segue nella coda, farà in modo che gli
alimenti siano disposti chi prima e chi dopo, senza far caso al fatto che
potrebbero essere dritti o capovolti. Al momento di pagare, dopo che gli
acquisti si sono accumulati nello spazio post check, chiederà alla cassiera di
venderle un sacchetto.
La donna in oggetto è impetuosa, un po’ frettolosa e distratta. Probabilmente
si dimenticherà di prendere qualcosa che a casa le manca.
Secondo caso. C’è la donna che arriva lentamente, guardinga, cercando
di individuare la cassa che ha la coda più breve. Il carrello ha dentro molte
cose e disposte ordinatamente. In particolare ti accorgerai che i detersivi, i
barattoli e le conserve sono tutte sotto, insieme all’acqua e alle bibite. La
frutta e la verdura restano in superficie. Le uova sono appoggiate sul seggiolino
per il bebè, che altrimenti resterebbe vuoto e chiuso. Raggiunto il tapirulan, cerca il segnaposto e
immediatamente lo colloca. Inizia subito a disporre gli alimenti con ordine
meticoloso. Stando ad osservare con attenzione noterai che dispone ciascuna
cosa tenendo conto degli oggetti uguali tra loro, del peso e del genere.
Infatti ciò che è da conservare in frigorifero sarà lontano da ciò che può
essere conservato in dispensa. I diversi acquisti saranno appoggiati tutti nel
senso dello stare retti. Chiuderà lo spazio dei suoi "generi" con un secondo segnaposto. Post check, avrà pronti i suoi numerosi sacchetti riciclati,
che riempirà con diligente cura. Le uova saranno appoggiate nel sacchetto “frigor”, rigorosamente per ultime.
Sei davanti ad una donna precisa, forse un po’pignola, che impegna il
tempo con scrupolo e per non dimenticare nulla si sarà fatta anche una lista
spesa, che avrà di volta in volta spuntato.
Terzo caso. Vedi un carrello in coda, con dentro delle cose più o meno
minute. Nessuno lo custodisce in modo continuo. A tratti appare una donna che
lancia al suo interno oggetti raccolti tra le diverse corsie, secondo l’ordine
dello scaffale su cui erano posti. Ogni volta che torna tiene d’occhio come
avanza la coda e se chi le sta dietro ha fatto avanzare il “suo” carrello,
senza superarlo. Non deve comprare molte cose, e spesso usa il carrellino, non
il carrello. E’ nella fila dei “dieci pezzi”, ma al suo turno di check
inevitabilmente la cassiera le deve far notare che i pezzi sono 11 o 12 … non
importa, ormai ha già in mano il bancomat per pagare e nessuno la fermerà.
Sei davanti ad una donna opportunista, forse un po’ egoista, che vive
di una furbizia propria a discapito della pazienza degli altri.
Ora, è evidente che tre casi non possono riassumere le infinite
sfumature di modi di fare che collegano uno dei tre stili con l’altro, ma è
tutto vero e ti invito a farci caso e a meditarci su.
Quale stile ti corrisponde?
domenica 3 luglio 2016
Ho portato la sposa
Se venticinque anni fa mi avessero anticipato cosa avrei
fatto il venticinque giugno di quest’anno, avrei confermato che avrei voluto
viverlo!
Svegliarmi di
sabato mattina alle sei e trenta, attaccare fiocchi agli specchietti, e il cartello
“io porto la sposa” sul vetro del bagagliaio;
avviarmi, tra gli
sguardi curiosi di una Milano per buona parte ancora addormentata, verso Monza
San Fruttuoso;
accettare che chi
guarda nell’abitacolo del veicolo resti un po’ deluso, dal non trovare nessuno
oltre l’autista;
incontrare nel
cortile della casa un uomo che va a “fare” manicure e sopracciglia, e
abbracciandomi mi dice: sarà una tortura;
entrare in
appartamento per incontrare la migliore amica che ho, per scoprire che ha
lottato buona parte della notte con una valigia che dovrà pesare massimo venti
chili;
dirigermi da
parrucchiere e truccatore, finalmente con la sposa a bordo;
lasciare che al
semaforo qualcuno abbozzi un sorriso o un discorso, anche se la sposa vuole
sfuggire alle congratulazioni;
godere di avere
nei capelli i “fiori della sposa”;
correre a tutta
velocità per lasciare la macchina nel parcheggio sotterraneo del centro, così
da aver modo di arrivare per tempo;
restare
spettatrice della gioia di un’amica;
commuovermi negli
abbracci;
partecipare al
volersi bene;
rimanere sola;
perdermi nella
campagna brianzola;
condizionare
ritardo alla cucina;
condividere la
festa;
tentare di fare
una presentazione di foto, nonostante i problemi tecnici da assetto tecnologico
allestito all’aperto;
sintonizzare
l’impianto audio sulla musica preferita dalla sposa, bypassando la playlist
dell’agriturismo;
lasciare che
tutti tornino a casa, per restare con gli sposi;
accompagnare al
“nido” gli sposini, con una Panda carica di fiori;
sostituire il
cartello sul vetro del bagagliaio, per dichiarare: “io oggi ho portato la
sposa”;
assistere alla
gioia incontenibile dei bambini, che incontrandomi in tangenziale comprendono
la bellezza di una macchina “addobbata”;
abbandonare
qualche lacrima di gioia;
regalare alla
Madonna il cuscino di rose e gladioli;
raccontare alla
sera di essere contenta;
guardare la luna che
chiude un giorno speciale;
ringraziare il Mistero, grande e buono nell’amore.
giovedì 9 giugno 2016
Piove dopo le 17
Forse piove dopo le 17 perché prima delle 17 ero in centro
città e dopo le 17 sono arrivata nella periferia del west. Si sa, le perturbazioni
sono localizzate.
Forse piove dopo le 17 perché ieri sera guardavo 17 uomini
vestiti scuro, ridenti, di cui buona parte oggi avrebbe trascorso la giornata
fino alle 17 con più di cento bambini al seguito. Lo so, San Giuseppe è influente
sul tempo e sicuramente è favorevole con chi è stato scelto come lui da Dio.
Forse piove dopo le 17 perché è stato per quell’ora che sono
uscita dal lavoro. Si sa, sembra incredibile ma l’acquazzone sopraggiunge
spesso nei momenti in cui sei vulnerabile.
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora ero così affamata che
solo eventi atmosferici come la pioggia o la neve avrebbero potuto sedarmi. Lo
so, quando sento il profumo della pioggia riesco a frenare tutte le altre cose
che sento: anche i brontolii di stomaco.
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora buona parte delle
persone erano già arrivate a casa dopo la fatica della giornata. Si sa, è più
bello ascoltare il ticchettio della pioggia sotto un tetto e magari comodamente
seduti su un divano.
Forse piove dopo le 17 perché è a quell’ora che io godo particolarmente
del cielo. Lo so, guardare le luci che sfumano verso la sera mi riempie di
santa nostalgia.
Forse piove dopo le 17 perché la pioggia ha deciso di cadere
dopo le 17. Si sa, le nuvole vanno e vengono come vogliono.
Forse piove dopo le 17 perché solo dopo le 17 avrei trovato
il tempo di descrivere quello che è successo. Lo so, mi piace raccontare quello
che si tratteggia nella memoria.
martedì 26 aprile 2016
Il mistero ha un grande senso dell'umorismo
La mamma si è messa in mente di
mettere a posto qualche cassetto dimenticato.
Non so se l’ispirazione le è venuta
dal fatto che è ormai prossimo il festeggiamento del suo sessantesimo di
matrimonio, e il desiderio è di fare un po’ d’ordine nei pensieri e nelle cose; oppure
se è stata una illuminazione dall’alto, per stupirci.
Sta di fatto che facendo ciò è
affiorato dal lontano 1955 un biglietto, che lei ha recapitato al papà dopo
quattro anni di fidanzamento, ad un anno dal matrimonio ormai concordato.
Dopo qualche istante dal
ritrovamento, ha deciso di farmi partecipare al recupero della “reliquia”, e mi
ha concesso lettura del contenuto.
Con la sua voce a tutt’oggi
emozionata, mi ha scandito le lettere, rendendole parola dopo parola, brevi
frasi concise.
Mi sono commossa.
Anche qui un’incertezza mi assale:
non so se il mio coinvolgimento è stato destato dalla prudenza amorosa trapelante
dal tratto contenuto dello scritto materno, oppure se la partecipazione è stata
per un modo di comunicare che riconosco anche mio, e mi assimila a lei.
Amo scrivere le cose importanti, o
meglio, le cose che ritengo importanti.
Uno scritto è per sempre, e sono
persuasa che dovremmo avere più coraggio nello scrivere, perché dovremmo avere
più fiducia nell’eterno.
Sono grata del fatto accaduto, e mi
sento confermata in un modo d’espressione d’essere.
E’ troppo bello poter rinnovare il
dirsi, di ciò che è vero.
lunedì 25 aprile 2016
In conclusione di una lettura
“Secondo una certa filosofia, il luogo delle origini sarebbe
vuoto: i filosofi, come fanno a saperlo? Comunque sia, la comune esperienza
umana dice che, sulla strada verso le origini, troviamo una donna che ci ha
messo al mondo e che, come insegnava lo psicanalista dell’Hôtel Dieu, ci ha
amato di un amore sufficiente. Ma c’è anche un prima di lei, naturalmente”.
Luisa Muraro
L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto
pag 73
domenica 17 aprile 2016
Letture
"Sull’adozione. Noi viviamo in paesi dove la materia vivente, come il sangue e organi, non si compravende, si dona, e dove bambine e bambini non vanno messi in vendita né si comprano. Abbiamo presenti gli effetti deteriori della commercializzazione del sangue e degli organi, praticata in paesi meno civili dei nostri, e ci è stato spiegato perché sia doveroso passare per l’adozione e a norma di legge. Come mai, dunque, ci troviamo a discutere sulla leicità del farsi fare delle creature umane a pagamento, come fosse un problema mai affrontato prima, sul quale non esistono criteri di giudizio? Perché questa disparità di giudizio e di sensibilità nella testa delle medesime persone?"
Pag 12
giovedì 31 marzo 2016
Parafrasi della vita
Da che sono cosciente, mi rendo conto di riposare quando
riesco a tornare in luoghi che mi sono famigliari.
Non è solo il fatto di conoscerli che mi distende, bensì mi
ristora il significato che portano.
Sono convinta che la vita sia data per conoscere a fondo se
stessi, le persone e le cose che sono date di incontrare; così alcune località
e particolari, possono sostenere questa intenzione.
Andare per un sentiero, anticipando consapevolmente i
percorsi di maggior difficoltà, così da mettermi nelle condizioni di passo e respiro
per poterli affrontare;
raggiungere aree di risposta alla sete, intenzionalmente;
guardare con affetto un rudere, così come vorrei fare con
tutto quello che lascio in sospeso;
stupirmi della bellezza del dato gratuito, contemplando un
panorama incantevole;
riconoscere che tanti particolari del percorso sono cambiati,
da che li ho guardati l’ultima volta;
godere del silenzio della neve, che protegge dal gelo il
terreno;
raccogliermi nel calore della giacca con cui mi posso
rivestire, nel momento in cui la nuvola assorbe il sole e il vento fa la sua
parte;
esistere nei passi fatti insieme agli amici che amo.
Come si fa a non collegare tutto ciò ad una parafrasi del
vivere?
Per cui, il mio augurio - a chiunque - è di avere nel cuore un
luogo così:
raggiungibile fisicamente;
attuale nella memoria;
fissato nel sogno.
Buon cammino!
lunedì 28 marzo 2016
sabato 26 marzo 2016
sabato 19 marzo 2016
Ora
Per esistere è bastato essere voluti;
per essere certi del cielo, a volte basta guardare oltre il
terso;
per fare un pellegrinaggio, a volte basta attraversare una
piazza;
per definire il perdono, a volte basta oltrepassare una
porta;
per continuare a sperare, a volte basta sapere che si può
ricominciare;
per vivere l’attesa, a volte basta ricordare che esiste chi
si ama;
per essere felici, a volte basta ricordare un abbraccio;
per esprimere quello che non si riesce a pronunciare, a
volte basta un sorriso;
per esternare il bene, a volte basta una carezza;
per dire il necessario, a volte basta sapere di poter tornare
a ripetere;
per riposare, a volte basta programmare una partenza;
per non perdere il presente, a volte basta vivere il silenzio;
per fissare la bellezza, a volte basta scrivere un pensiero;
per vivere c’è da essere.
giovedì 25 febbraio 2016
Lezione di vita
Trentasei bambini di quinta elementare in un’unica aula.
Mi presento e si presentano dicendo ad alta voce il nome.
Sono due terzi femmine e un terzo maschi.
Apparentemente italiani tranne tre. Si evidenzia una fanciulla che
porta il chador, che direi essere egiziana, una con carnagione scura e minuta,
che ha tutta l’aria di essere dello Sri Lanka, infine un maschio, che ha un
nome slavo.
Il quartiere in cui siamo è notoriamente malfamato, in cui si
affastellano alte case popolari in cemento armato. Senza decorazioni. Con tante
antenne paraboliche. Senza portineria o ascensore. Abitato da “povera gente”,
non solo nel senso economico del termine, bensì per la scarsa opportunità di
godere “dell’armonia”.
Eppure, questi bambini mi hanno stupita con domande fattemi avere
qualche giorno fa, in previsione di incontrarci…
Ma chi ci ha creati, cioè chi ci ha fatti nascere?
Come si sviluppa il nostro corpo?
Di solito a che età smettono di crescere gli organi?
Quando cresci ti farà male qualche osso, o qualche parte del corpo?
Come cresciamo? E' diverso per ognuno di noi?
A che età il corpo umano è sviluppato per bene?
A che età è possibile avere figli?
Come si fa a riprodursi?
Qual è l'età più adatta per fare bambini?
Non ho capito come mia mamma ha fatto a farmi crescere nella
pancia...
Come nasce un bambino?
Da dove escono i bambini?
Perché nascono bambini con gravi malattie anche se i genitori sono
sani?
… Stupende!
Faccio vedere loro un filmato di circa quindici minuti. Sono tutte
riprese dal vero.
Restano incantati.
L’ovocita naviga nella Tuba di Falloppio, gli spermatozoi nuotano
nel liquido seminale, ovocita e lo spermatozoo si incontrano, si sviluppa la
morula che continua il suo viaggio nella tuba. Il filmato si concentra ora sui
cromosomi, sulle cellule totipotenti, sulle singole cellule che si
differenziano e si aggregano in tessuti. Io parlo sul filmato muto e spiego. Do
il nome alle cellule e ai tessuti che si organizzano. Poi riprende il viaggio.
La blastocisti arriva in utero. Un fotogramma dell’annidamento. Lo sviluppo
dell’embrione e del feto visti con fetoscopia. Le bozze delle mani e dei piedi,
della testa, degli occhi delle orecchie, del naso e della bocca, e un cuoricino
che batte a tutta velocità. Un feto che ha meno di dieci giorni di vita ed è
già una miniatura perfetta. Spettacolo!
Ho risposto a buona parte delle loro domande, ma ora si sono
entusiasmati e iniziano ad avere lo spazio per alzare la mano e chiedere tutto
quello che gli passa per la mente.
Forse anche quello che non pensavano di osar chiedere.
Alla fine dell’incontro si avvicina una bambina. Vicina vicina,
all’orecchio, e mi bisbiglia: ma tu hai bambini?
Le ho risposto dicendo la verità. Con ciò
sono sicura di non averla delusa, perché ha capito che facendomi quella
domanda, ha dimostrato di aver compreso cosa volevo partecipare con l’appena
trascorsa “lezione di vita”: il Grande Mistero che la rende possibile!
domenica 7 febbraio 2016
"Non uccidere donne e bambini"
Non uccidere le donne e i bambini, non tradire il proprio Khan, combattere il nemico fino alla morte … sono “norme” di legge che spingono a fondare l’impero mongolo, il più vasto della storia umana.
Temüjin è un uomo, che chiede ai suoi guerrieri di “essere uomini”.
Questa esortazione permetterà di essere vincente, anche perché spingerà più volte Temüjin, ad andare a chiedere forza all’Essere superiore, a Dio. Che più volte lo aiuterà, anche se il modo rimarrà agli occhi degli spettatori “miracoloso” e non esplicito.
Aiuto di cui Temüjin resterà grato, grato così da rispettare diverse cose, tra cui il grande Monastero che poteva restare vittima di una delle sue conquiste.
Temüjin è un uomo che decide, e decide grazie al riconoscere di essere scelto. Così come è evidente in uno dei dialoghi finali del film.
Borte osserva marito e figlio.
Il padre dice al figlio: “Hai l’età per scegliere moglie. Sai, scegliere moglie è la cosa più difficile della vita”. E il figlio: “E come farò a scegliere bene”. Il padre risponde: “Ti insegnerò io. Io ho scelto bene”.
Il padre dice al figlio: “Hai l’età per scegliere moglie. Sai, scegliere moglie è la cosa più difficile della vita”. E il figlio: “E come farò a scegliere bene”. Il padre risponde: “Ti insegnerò io. Io ho scelto bene”.
Così Borte interviene: “Ma sono stata io a sceglierti!?”.
Lo sguardo severo di Temüjin, si ferma a guardare negli occhi Borte.
Donna forte, fedele, anche se non secondo i canoni del moralismo atteso. Donna determinata a salvare comunque e sempre, il suo uomo e il loro legame.
Temüjin ancora una volta è “uomo”, e ammette: “E’ Vero”.
Un film del 2007 che merita di essere rivisto.
giovedì 4 febbraio 2016
Guardare le montagne all’orizzonte
Guardare le montagne all’orizzonte, è come guardarsi dentro.
Vedere le cime innevate, è come ammettere l’inverno della
malinconia.
Riconoscere le vette, è come dare il nome al proprio
desiderio.
Godere di un viaggio con il pensiero, è come attendere una
condivisione.
Ricordare la baita tra i larici, è come vivere il calore del
bene.
Cercare l’orizzonte, è come chiedere un orientamento.
Ritagliare il cielo con i confini del visibile, è come
protendersi all’infinito.
Scorgere lo spicchio di luna nel limpido azzurro, è fiducia
che un altro sguardo contemporaneamente lo colga.
Annusare l’aria frizzante che ti assale, è come confidare nell’abbraccio.
Assaporare il profumo del terso, è avere la certezza di
essere amati.
Ascoltare il vento, è come vincere i limiti di tempo e spazio.
Toccare il tramonto di una sera che non riesce ad essere
fredda, è come accettare che il cuore ha bisogno di te.
giovedì 7 gennaio 2016
Epifania
Leggo, copio e incollo:
EPIFANIA, I RE MAGI, IL VERO SIGNIFICATO DELLA FESTA.
Che razza di bisogno dovevano avere i Magi per mettersi insieme alla volta di un viaggio così lungo! La Scrittura non ci dice molto su di loro, ma una cosa balza subito agli occhi: nel Vangelo essi non hanno nome, sono tre eppure sono trattati come uno. L’amicizia che sperimentavano tra loro era tale che – per dirla con Cicerone – idem velle, idem nolle. Desideravano la stessa cosa e respingevano la stessa cosa. Ma che cosa permette una compagnia di questo tipo, una fraternità che superi le differenze di cultura, di razza, di storia che la Tradizione ci tramanda come tratti distintivi dei Tre Re al centro del racconto dell’Epifania?
La domanda non è affatto scontata in un tempo in cui fra gli uomini, fra gli stessi cristiani, la parola forse più impegnativa e complessa è proprio la parola amicizia, la forma storica della fraternità. Il segreto dei Magi, come accennato poc’anzi, stava nel loro Io. In nessuno di loro c’era infatti contrapposizione tra Io e Noi, tra l’esigenza di fare un cammino – un lavoro – per sé e l’evidenza del fatto che tale lavoro non poteva essere fatto in una deserta solitudine, ma dentro una strada, dentro un ambito umano a fondamento del quale doveva esserci questo
"guardare insieme le stelle", questo tenere aperti gli occhi fissi verso la realtà, ossia verso quel Cielo che della realtà è il suo significato più pieno e più vero.
I Magi tra di loro non parlano, non discutono, non si divorano, ma permangono nel silenzio di chi è tutto impegnato a scrutare il Cielo per cogliere un segno, per cogliere un astro che indichi il passo da compiere. Che libertà dovevano avere i Magi per arrendersi a quel segno così banale, così impercettibile ai soliti occhi, da non essere considerato da nessun altro se non solo da quei tre. Essi non si sono fermati a dire "Che bello!", né lo hanno razionalmente esaminato fino alla sua naturale scomparsa, ma si sono fidati, lo hanno seguito. La stella nella notte era una luce fra tante, ma agli occhi di chi cercava, agli occhi di chi mendicava, era qualcosa di più, era una chiamata.
Così oggi un dolore o una malattia, piuttosto che un amore o un piccolo successo, non si può ridurre a qualche cosa dinnanzi al quale incantarsi o ragionare, bensì ha necessità di essere – per me che lo vedo, per me che lo
vivo – un segno da seguire, una provocazione per partire, una chiamata a lasciare la mia terra per andare, per partire. Ma partire per dove? Le miglia che percorsero i Magi, alla luce dell’arido segno che a volte perfino spariva dalla loro vista, sono il percorso che può compiere qualunque uomo per scoprire che cosa c’è all’origine del segno, che cos c’è alla radice della stella, dietro al dolore, alla delusione, a qualcosa che inizia.
E fu grande – per loro come per noi – la sorpresa di trovare un bambino all’inizio di tutto. La Bibbia ci narra che, davanti al Bambino, non furono delusi o protesi ad una "devota critica", ma furono pieni di stupore, curiosi. E
riconobbero in quel bambino un Re degno dell’oro, un Sacerdote degno dell’incenso, e un Mistero - a cavallo tra la morte e la vita - degno della mirra. Riconobbero Dio. Questa è l’Epifania, la più antica festa della Chiesa dopo la Pasqua. La festa del riconoscimento disarmato di un Dio che si è fatto piccolo, si è fatto Bimbo, per poter incontrare l’attesa e il dramma di ciascuno di noi. Ma la fede, il riconoscimento di quella Presenza straordinaria nella carne ordinaria del Fanciullo di Betlemme, non rimase
un astratto ricordo. Essi tornarono a casa, alla loro casa, alla loro vita, prendendo "un’altra strada", lasciandosi cambiare per sempre, del tutto, da quell’incontro, da quel Bambino.
Ciascuno di noi, dopo i giorni del Natale, è chiamato a chiedersi "chi era" quel neonato che ha adorato nella Notte Santa del 25 dicembre. Ma forse, ancora di più, ciascuno di noi è chiamato a chiedersi chi è, come si chiama, che
cos’è, Colui che sta all’origine, alla radice, di ogni fatto, di ogni mossa, di ogni segno che si manifesta nella realtà.
Epifania è manifestazione, è riconoscimento, è semplicità di cuore. Per tornare alle nostre case, al nostro lavoro come al nostro studio, alle fatiche del nostro matrimonio come a quelle del nostro peccato, per un’altra strada, con un altro sguardo. Perché, dopo aver visto quegli occhi, dopo aver sfiorato le mani di Maria, dopo aver
ascoltato il silenzio di Giuseppe, chi ha ancora paura del 7 di gennaio? Chi ha ancora paura di ricominciare?
E’ una domanda ingenua, forse banale, ma tutto dipende dall’Io, dal suo desiderio, e da coloro che ogni giorno ci scegliamo – e possiamo sceglierci – come compagni di strada, come scrutatori delle stelle, come Re Magi.
EPIFANIA, I RE MAGI, IL VERO SIGNIFICATO DELLA FESTA.
Che razza di bisogno dovevano avere i Magi per mettersi insieme alla volta di un viaggio così lungo! La Scrittura non ci dice molto su di loro, ma una cosa balza subito agli occhi: nel Vangelo essi non hanno nome, sono tre eppure sono trattati come uno. L’amicizia che sperimentavano tra loro era tale che – per dirla con Cicerone – idem velle, idem nolle. Desideravano la stessa cosa e respingevano la stessa cosa. Ma che cosa permette una compagnia di questo tipo, una fraternità che superi le differenze di cultura, di razza, di storia che la Tradizione ci tramanda come tratti distintivi dei Tre Re al centro del racconto dell’Epifania?
La domanda non è affatto scontata in un tempo in cui fra gli uomini, fra gli stessi cristiani, la parola forse più impegnativa e complessa è proprio la parola amicizia, la forma storica della fraternità. Il segreto dei Magi, come accennato poc’anzi, stava nel loro Io. In nessuno di loro c’era infatti contrapposizione tra Io e Noi, tra l’esigenza di fare un cammino – un lavoro – per sé e l’evidenza del fatto che tale lavoro non poteva essere fatto in una deserta solitudine, ma dentro una strada, dentro un ambito umano a fondamento del quale doveva esserci questo
"guardare insieme le stelle", questo tenere aperti gli occhi fissi verso la realtà, ossia verso quel Cielo che della realtà è il suo significato più pieno e più vero.
I Magi tra di loro non parlano, non discutono, non si divorano, ma permangono nel silenzio di chi è tutto impegnato a scrutare il Cielo per cogliere un segno, per cogliere un astro che indichi il passo da compiere. Che libertà dovevano avere i Magi per arrendersi a quel segno così banale, così impercettibile ai soliti occhi, da non essere considerato da nessun altro se non solo da quei tre. Essi non si sono fermati a dire "Che bello!", né lo hanno razionalmente esaminato fino alla sua naturale scomparsa, ma si sono fidati, lo hanno seguito. La stella nella notte era una luce fra tante, ma agli occhi di chi cercava, agli occhi di chi mendicava, era qualcosa di più, era una chiamata.
Così oggi un dolore o una malattia, piuttosto che un amore o un piccolo successo, non si può ridurre a qualche cosa dinnanzi al quale incantarsi o ragionare, bensì ha necessità di essere – per me che lo vedo, per me che lo
vivo – un segno da seguire, una provocazione per partire, una chiamata a lasciare la mia terra per andare, per partire. Ma partire per dove? Le miglia che percorsero i Magi, alla luce dell’arido segno che a volte perfino spariva dalla loro vista, sono il percorso che può compiere qualunque uomo per scoprire che cosa c’è all’origine del segno, che cos c’è alla radice della stella, dietro al dolore, alla delusione, a qualcosa che inizia.
E fu grande – per loro come per noi – la sorpresa di trovare un bambino all’inizio di tutto. La Bibbia ci narra che, davanti al Bambino, non furono delusi o protesi ad una "devota critica", ma furono pieni di stupore, curiosi. E
riconobbero in quel bambino un Re degno dell’oro, un Sacerdote degno dell’incenso, e un Mistero - a cavallo tra la morte e la vita - degno della mirra. Riconobbero Dio. Questa è l’Epifania, la più antica festa della Chiesa dopo la Pasqua. La festa del riconoscimento disarmato di un Dio che si è fatto piccolo, si è fatto Bimbo, per poter incontrare l’attesa e il dramma di ciascuno di noi. Ma la fede, il riconoscimento di quella Presenza straordinaria nella carne ordinaria del Fanciullo di Betlemme, non rimase
un astratto ricordo. Essi tornarono a casa, alla loro casa, alla loro vita, prendendo "un’altra strada", lasciandosi cambiare per sempre, del tutto, da quell’incontro, da quel Bambino.
Ciascuno di noi, dopo i giorni del Natale, è chiamato a chiedersi "chi era" quel neonato che ha adorato nella Notte Santa del 25 dicembre. Ma forse, ancora di più, ciascuno di noi è chiamato a chiedersi chi è, come si chiama, che
cos’è, Colui che sta all’origine, alla radice, di ogni fatto, di ogni mossa, di ogni segno che si manifesta nella realtà.
Epifania è manifestazione, è riconoscimento, è semplicità di cuore. Per tornare alle nostre case, al nostro lavoro come al nostro studio, alle fatiche del nostro matrimonio come a quelle del nostro peccato, per un’altra strada, con un altro sguardo. Perché, dopo aver visto quegli occhi, dopo aver sfiorato le mani di Maria, dopo aver
ascoltato il silenzio di Giuseppe, chi ha ancora paura del 7 di gennaio? Chi ha ancora paura di ricominciare?
E’ una domanda ingenua, forse banale, ma tutto dipende dall’Io, dal suo desiderio, e da coloro che ogni giorno ci scegliamo – e possiamo sceglierci – come compagni di strada, come scrutatori delle stelle, come Re Magi.
sabato 2 gennaio 2016
2016 e neve
Sono tornata a casa;
accompagnata da molteplici e soffici, compagni bianchi.
Io li amo.
Ora mi stanno ipnotizzando: scendono fitti, illuminati dai
lampioni della piazza.
Si attaccano senza esitazione alla pavimentazione, alle
auto, all’ombrello della signora che sta rincasando di fretta.
Dal vetro sento il freddo che li avvolge nella sera, ma
nessun rumore.
La notte sarà silenziosa, come solo la neve può rendere.
Penso alle montagne e alle piste da sci, che finalmente si
vestiranno d’inverno.
Considero chi deve partire, chi deve viaggiare, chi deve arrivare.
Siate prudenti – mi verrebbe da dire – perché ciò che appartiene al freddo sa essere arduo.
domenica 20 dicembre 2015
Cielo e terra. La trasparenza di un diario on line.
Cosa separa la terra dal cielo?
E’ una domanda che mi sono posta in diversi momenti.
Succede però, a volte, qualcosa sposta il punto di vista.
E’ così che ieri ho dato un altro ordine alla questione,
tramutandola in affermazione.
Così ora, posso accennare: cosa unisce il cielo alla terra.
Un viaggio che diventa preghiera.
Un pranzo seduti davanti ad un anfiteatro di montagne.
Una siesta che gode del sole.
Una pista da sci senza neve.
Un vento mite.
Una lacrima non trattenuta.
Un te con i biscotti.
Una S. Messa per i coscritti.
Il silenzio di ieri e di oggi.
Lo stupore.
Lo stupore per le cose semplici; che sono imprevedibile
richiamo all’essere.
Essere, grazie all’Alterità.
Ecco cosa è la verità: il cielo si unisce alla terra.
E il Natale è solo l’inizio.
giovedì 17 dicembre 2015
sabato 12 dicembre 2015
Il Presepe in sala Parto
Venerdì.
Il pomeriggio volge al termine.
Senza accorgermene è diventato tardi rispondendo all’ennesima
mail.
Sono le diciassette ma ho promesso che andavo a montare il
presepe.
Faccio per andare in Sala Parto e mi accorgo che ho da
tornare indietro per leggere il codice d’accesso della porta d’ingresso a
comando appuntato in agenda; purtroppo è tempo che non vado e la memoria inizia
a fare “cilecca”.
Arrivo con il mio “sacchettone”.
Entro sotto lo sguardo attento di una decina di parenti
incuriositi.
Il corridoio è gremito da “lettini volanti”, che accolgono
mamme e neonati.
Deduco che è stato uno di quei giorni “ossitocici”, che fanno
correre le ostetriche e in cui partoriscono tante donne.
Chissà cosa sarà mai che induce tanto travaglio.
Sarà l’aria del Natale.
Sarà la voglia di nascere.
Sarà che Dio non si è ancora stancato dell’umanità.
Cerco la capostetrica e le confermo che monterò il Presepe.
Il 18 dicembre la giuria verrà a fotografarlo e dovrà valutare
se sarà il più bello dell’Ospedale. Non possiamo rimandare che sia pronto.
Inizio a cercare uno scatolone. Trovo vuoto quello dei set
di assistenza al taglio cesareo. E’ sufficientemente alto e largo. Procedo.
Cerco l’angolo protetto dall’albero di Natale, nell’area del
pre/post-parto.
Lì saremo tutti più tranquilli.
Mi inginocchio sul pavimento, osservata da una mamma che
allatta la neonata tenendola pelle a pelle.
Rivesto lo scatolone con un lenzuolo verde.
Inizio ad estrarre dal “sacchettone”: la capanna, la sacra
famiglia, i due pastori, le sei capre, le cinque pigne e qualche sassolino
sciolto.
Mi ero riproposta di fare delle pecore, ma sono venute “cornute”,
pertanto sono verosimilmente delle capre.
Capra o pecora, tutti i personaggi ora sono sotto una
pioggia di aghi di larice che, abbondanti e resinosi, ricoprono il piano d’appoggio,
trasformandolo da verde ospedaliero ad oro di montagna.
Sono soddisfatta.
Chiamo la capostetrica e insieme scattiamo qualche foto.
Un bambino grandicello - fratellino di qualche neonatino -
si avvicina all’opera e chiede: “di cosa è fatta?”.
“Di sassi”, rispondo io. “Ma non solo. Comunque di cose che
ho trovato in montagna”.
“Bello”.
E’ la reazione che desideravo.
Lo sguardo puro riconosce la bellezza; così come il corpo anela
alla dolcezza del riposo; così come il mio cuore è in attesa del Santo Bambino.
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