sabato 17 settembre 2016

Voler bene (2)

Maria, medico geriatra, ieri è andata a fare una visita domiciliare per valutare la possibile attribuzione di invalidità ad un ultranovantenne. È accaduto al mattino pertanto alla sera ha potuto raccontare come si sono svolte le cose.
Arrivata in una umile casa di povero quartiere della periferia milanese, Maria è accolta da una coppia di coniugi canuti, con una figlia in loro compagnia. Il soggetto della visita è un uomo reduce da vent'anni di lavoro come “spacca-pietre” in Germania, rientrato in Italia per lavorare altri venticinque anni per le Ferrovie dello Stato come “lava-carrozze”, si chiama Angelo. La moglie Anna lo osserva con sguardo amorevole, la figlia vigila per l’occasione sui genitori.
Angelo si rivela subito impegnativo. Tremolante, seduto tutto curvo su di una poltrona governata da sistemi telecomandati, fa fatica ad articolare la voce, ma saluta con rispetto. Per la visita c’è da invitarlo a cambiare stanza, così si ha modo di constatare che l’alzarsi richiede un certo tempo ed impegno e resta indispensabile il deambulatore che viene spinto a fatica. Raggiunta la camera da letto, si procede con una visita di individuazione di disfunzioni organiche, non solo legate alla longeva età, bensì legate al fatto che è ormai conclamato un morbo di Parkinson. La figlia vorrebbe intromettersi per aiutare il padre, ma fa parte della visita riuscire a comprendere il livello dei deficit, per cui il soggetto delle cure non va sostituito.
Ora si torna in cucina-salotto perché la seconda parte della visita prevede di somministrare alcuni test attitudinali che classificano i possibili decadimenti cognitivi.
Tutto procede lentamente, come ci si aspetta che possa procedere in un soggetto di cui la compromissione del corpo gravemente scoliotico, quasi sicuramente sfocerà in una invalidità riconosciuta.
Manca l’ultimo step della visita. Maria chiede ad Angelo: “Scriva una frase per favore”, porgendo all’anziano un foglio e una penna.
Silenzio. Lungo silenzio. Tempo. Molto tempo.
Interviene la figlia: “Dottoressa guardi che mio padre è tantissimo tempo che non lo vedo scrivere, lasci stare…”
Maria: “Non si preoccupi. Diamo tempo”.
Maria, guardando lo sguardo presente di Angelo sul foglio, ha capito che ci sarà sufficiente energia per comandare una mano come si conviene. Ci vuole solo tempo. Il tempo darà la possibilità di ordinare i processi.
Finalmente Angelo comincia a scrivere, con un tratto appena appena decifrabile ma chiaramente interpretabile: “Anna ti volio bene”.

Spettacolo! Ecco una sfumatura del voler bene: un tempo che governato dalla commozione, lascia emergere il profondo che scalda il cuore e giustifica il nostro limite, anche di grafia. 

mercoledì 14 settembre 2016

Voler bene

Cosa vuol dire voler bene? Me lo chiedo spesso e tutte le volte che me lo domando penso che spiegare cosa vuol dire “voler bene” sia una delle cose più difficili della vita.
È difficile dire di cosa si tratta per diversi motivi, tra i quali, a mio parere, c’è quello di pensare che dobbiamo descrivere una realtà di cui siamo capaci e il confondere il “voler bene” con un sentimento passeggero.
Di fatto credo fermamente che il bene sia innanzitutto un balsamo di cui siamo riceventi, e che nel momento in cui è vero, è un per sempre ineludibile.
Da non dimenticare è poi che ciò di cui si fa esperienza, non sempre è riducibile a poche fredde parole. Per descrivere alcune perle della vita sarebbe necessaria calda poesia … e ben sappiamo, che non sempre “siamo capaci” d’arte di lemmi.
Oggi, ancora una volta, mi sono posta il difficile quesito, ma sono stata fortunata.
Non ho avuto il tempo di arrovellarmi in intricati pensieri, perché ho lasciato che lo sguardo si fermasse ad osservare un bambino che stava seduto al fianco del suo papà, durante il tragitto metropolitano che mi separa dal centro città alla periferia di casa.
Il bambino giocava con una spada. Uno di quei giocattoli di plastica che sembrano veri. Durante le “sciabolate”, trattenute con giusto limite, continuava a chiamare il papà, che pazientemente, ad ogni richiamo, prestava l’attenzione. Ad un tratto, come tutti i giochi e l’uso di giocattolo, anche la bella spada ha stancato il bambino, che prontamente nel suo papà ha trovato una soluzione di custodia. Il mite papà ha preso la spada e l’ha infilata nella cinghia superiore dello zainetto. Quella cinghia a forma di maniglia che normalmente ci permette di prendere lo zaino mantenendolo verticale. Così è stata trovata una guaina al giocattolo, che da quel momento in poi è restato sul pavimento, serrato tra i piedi del papà.
Ora il bambino, con le mani libere, ha iniziato ad essere affettuoso con un babbo che lo richiamava ad un ordine di gesti quali: il provocare solletico nei limiti del contenibile, il bisogno di mantenere la maglia senza eccesso di “sgualcimenti”, l’agitarsi entro il raggio che non mettesse a rischio di caduta.
Contemporaneamente ai richiami verbali, sempre molto contenuti, il babbo teneva una mano in modo tale da prevedere possibili movimenti imprevedibili del figlio, mentre l’altra mano assecondava il nuovo gioco: trastullarsi con la sensibilità e l’agilità del corpo.
Il mio sguardo non si è stancato di guardare la scena e arrivati al capolinea il padre del “guerriero ginnasta” mi ha dato lo spazio di un sorriso per salutarlo con una parola pronunciata in apprezzamento alla vivacità del figlio: “Stupendo!”
“Stupendo” anche perché dandomi le spalle, mostrava uno zainetto insolitamente ornato da un “oggetto fendente,dolcemente ciondolante”.
In realtà il profondo del mio dire “stupendo” è stato anche perché lo spettacolo ha coinciso con uno di quei momenti in cui mi pare di intuire cosa possa essere il “voler bene”.
Voler bene è legato al lasciarsi disarmare. Lasciare che l’altro vinca la nostra difesa. Cercare l’altro che sappiamo essere presente anche per rispondere al nostro richiamo, al nostro bisogno di attenzione, alla necessità di essere voluti.
Voler bene è accettare il limite del non esser esagerati, dell’essere contenuti in un ordine, in un rispetto, in una gestualità che tiene conto della reciprocità. Che sa cogliere quando è possibile sospendere e riprendere, per confermare sia nella sospensione che nella ripresa di essere presenti all’altro.
Voler bene è dare spettacolo di bellezza. È adornarsi di armonia aromatica d’olio prezioso.

sabato 3 settembre 2016

Dialoghi e silenzio

Mi trovo in coda, ad aspettare il mio turno per fare un biglietto acquisto panini.
Sono ad una di quelle cene organizzate per la beneficienza.
Davanti a me due uomini.
Dietro di me due donne.
Sia i due uomini che le due donne si conoscono tra loro, infatti entrambe le coppie gemellate per genere, discorrono animatamente.
Inizialmente non ho voglia di ascoltare e soprattutto desidero stare in silenzio. La giornata è stata sufficientemente stancante e il rientro dalle vacanze è stato abbastanza sconvolgente. Solo il silenzio può darmi una mano a superare lo shock dell’addio alle montagne, dell’addio alla conquista di una vetta, dell’addio al refrigerio, dell’addio a ciò che è silenzio senza doverlo “fare”.
Stando in coda, il tempo dell’attesa si prolunga, si prolunga esageratamente e l’attenzione inizia a spostarsi in alternanza ai due colloqui concitati l’uno della coppia che mi precede e l’altro della coppia che mi segue. Inizio ad ascoltare interrogandomi: di che cosa stanno parlando così vivacemente due uomini e di che cosa stanno parlando così animosamente due donne?
Rispetto ai due uomini mi viene un sospetto, facilmente gli uomini parlano di lavoro, di donne o di calcio. Lascio così che l’orecchio oda e confermo la mia ipotesi: i due soggetti sono in disputa sull’ultima partita di calcio giocata dai loro figli e sul motivo più o meno condiviso per essere ricorsi ad un rigore.
Rispetto alle due donne la previsione è più complessa. Le donne - se madri - parlano facilmente dei figli, ma spesso i dialoghi che pensi siano attribuibili a problemi di bambini, scopri solo con il loro procedere, che sono per esigenze di canidi. Comunque sia le donne parlano più spesso degli uomini e forse per questo i loro argomenti spaziano e sono meno prevedibili. Possono parlare di distrazioni, di cucina, di palestra, di vestiti, di acquisti, di arredo, insomma di tutto, di un po’, di nulla. Ascolto pertanto senza supposizioni.
È qui che resto stupita del fatto che il dialogo è su argomenti che tratto per il mio lavoro: gravidanza, amniocentesi e villocentesi. Le due signore si confrontano per l’aver fatto la diagnosi prenatale nei confronti del loro nascituro, con estrema disinvoltura.

Ok, ho capito perché quando non sono al lavoro, preferisco ascoltare gli uomini, e in questo caso capisco perché ho preferito ritrovare il silenzio.

sabato 30 luglio 2016

Ti insegno un trucco per conoscere lo stile di una donna.


Devi avere un po’ di tempo a disposizione.
Vai al supermercato e mettiti in modo tale da osservare il punto casse.
Ora guarda le acquirenti che di volta in volta arrivano, come hanno caricato il carrello e cosa succede al momento del pagamento.

Primo caso. C’è la donna che arriva a tutta velocità. Il carrello ha dentro poche cose e disposte disordinatamente. In particolare ti accorgerai che la frutta e l’insalata sono state messe sotto alle mozzarelle e ai bicchierini dello yogurt. Raggiunto il tapirulan lo lascia scorrere vuoto per diverso tempo e solo al sospiro della donna che segue nella coda, farà in modo che gli alimenti siano disposti chi prima e chi dopo, senza far caso al fatto che potrebbero essere dritti o capovolti. Al momento di pagare, dopo che gli acquisti si sono accumulati nello spazio post check, chiederà alla cassiera di venderle un sacchetto.
La donna in oggetto è impetuosa, un po’ frettolosa e distratta. Probabilmente si dimenticherà di prendere qualcosa che a casa le manca.

Secondo caso. C’è la donna che arriva lentamente, guardinga, cercando di individuare la cassa che ha la coda più breve. Il carrello ha dentro molte cose e disposte ordinatamente. In particolare ti accorgerai che i detersivi, i barattoli e le conserve sono tutte sotto, insieme all’acqua e alle bibite. La frutta e la verdura restano in superficie. Le uova sono appoggiate sul seggiolino per il bebè, che altrimenti resterebbe vuoto e chiuso.  Raggiunto il tapirulan, cerca il segnaposto e immediatamente lo colloca. Inizia subito a disporre gli alimenti con ordine meticoloso. Stando ad osservare con attenzione noterai che dispone ciascuna cosa tenendo conto degli oggetti uguali tra loro, del peso e del genere. Infatti ciò che è da conservare in frigorifero sarà lontano da ciò che può essere conservato in dispensa. I diversi acquisti saranno appoggiati tutti nel senso dello stare retti. Chiuderà lo spazio dei suoi "generi" con un secondo segnaposto. Post check, avrà pronti i suoi numerosi sacchetti riciclati, che riempirà con diligente cura. Le uova saranno appoggiate nel sacchetto “frigor”, rigorosamente per ultime.
Sei davanti ad una donna precisa, forse un po’pignola, che impegna il tempo con scrupolo e per non dimenticare nulla si sarà fatta anche una lista spesa, che avrà di volta in volta spuntato.

Terzo caso. Vedi un carrello in coda, con dentro delle cose più o meno minute. Nessuno lo custodisce in modo continuo. A tratti appare una donna che lancia al suo interno oggetti raccolti tra le diverse corsie, secondo l’ordine dello scaffale su cui erano posti. Ogni volta che torna tiene d’occhio come avanza la coda e se chi le sta dietro ha fatto avanzare il “suo” carrello, senza superarlo. Non deve comprare molte cose, e spesso usa il carrellino, non il carrello. E’ nella fila dei “dieci pezzi”, ma al suo turno di check inevitabilmente la cassiera le deve far notare che i pezzi sono 11 o 12 … non importa, ormai ha già in mano il bancomat per pagare e nessuno la fermerà.
Sei davanti ad una donna opportunista, forse un po’ egoista, che vive di una furbizia propria a discapito della pazienza degli altri.

Ora, è evidente che tre casi non possono riassumere le infinite sfumature di modi di fare che collegano uno dei tre stili con l’altro, ma è tutto vero e ti invito a farci caso e a meditarci su.

Quale stile ti corrisponde? 

domenica 3 luglio 2016

Ho portato la sposa


Se venticinque anni fa mi avessero anticipato cosa avrei fatto il venticinque giugno di quest’anno, avrei confermato che avrei voluto viverlo!
Svegliarmi di sabato mattina alle sei e trenta, attaccare fiocchi agli specchietti, e il cartello “io porto la sposa” sul vetro del bagagliaio;
avviarmi, tra gli sguardi curiosi di una Milano per buona parte ancora addormentata, verso Monza San Fruttuoso;
accettare che chi guarda nell’abitacolo del veicolo resti un po’ deluso, dal non trovare nessuno oltre l’autista;
incontrare nel cortile della casa un uomo che va a “fare” manicure e sopracciglia, e abbracciandomi mi dice: sarà una tortura;
entrare in appartamento per incontrare la migliore amica che ho, per scoprire che ha lottato buona parte della notte con una valigia che dovrà pesare massimo venti chili;
dirigermi da parrucchiere e truccatore, finalmente con la sposa a bordo;
lasciare che al semaforo qualcuno abbozzi un sorriso o un discorso, anche se la sposa vuole sfuggire alle congratulazioni;
godere di avere nei capelli i “fiori della sposa”;
correre a tutta velocità per lasciare la macchina nel parcheggio sotterraneo del centro, così da aver modo di arrivare per tempo;
restare spettatrice della gioia di un’amica;
commuovermi negli abbracci;
partecipare al volersi bene;
rimanere sola;
perdermi nella campagna brianzola;
condizionare ritardo alla cucina;
condividere la festa;
tentare di fare una presentazione di foto, nonostante i problemi tecnici da assetto tecnologico allestito all’aperto;
sintonizzare l’impianto audio sulla musica preferita dalla sposa, bypassando la playlist dell’agriturismo;
lasciare che tutti tornino a casa, per restare con gli sposi;
accompagnare al “nido” gli sposini, con una Panda carica di fiori;
sostituire il cartello sul vetro del bagagliaio, per dichiarare: “io oggi ho portato la sposa”;
assistere alla gioia incontenibile dei bambini, che incontrandomi in tangenziale comprendono la bellezza di una macchina “addobbata”;
abbandonare qualche lacrima di gioia;
regalare alla Madonna il cuscino di rose e gladioli;
raccontare alla sera di essere contenta;
guardare la luna che chiude un giorno speciale;
ringraziare il Mistero, grande e buono nell’amore.


giovedì 9 giugno 2016

Piove dopo le 17

Forse piove dopo le 17 perché prima delle 17 ero in centro città e dopo le 17 sono arrivata nella periferia del west. Si sa, le perturbazioni sono localizzate.
Forse piove dopo le 17 perché ieri sera guardavo 17 uomini vestiti scuro, ridenti, di cui buona parte oggi avrebbe trascorso la giornata fino alle 17 con più di cento bambini al seguito. Lo so, San Giuseppe è influente sul tempo e sicuramente è favorevole con chi è stato scelto come lui da Dio.
Forse piove dopo le 17 perché è stato per quell’ora che sono uscita dal lavoro. Si sa, sembra incredibile ma l’acquazzone sopraggiunge spesso nei momenti in cui sei vulnerabile.
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora ero così affamata che solo eventi atmosferici come la pioggia o la neve avrebbero potuto sedarmi. Lo so, quando sento il profumo della pioggia riesco a frenare tutte le altre cose che sento: anche i brontolii di stomaco.  
Forse piove dopo le 17 perché a quell’ora buona parte delle persone erano già arrivate a casa dopo la fatica della giornata. Si sa, è più bello ascoltare il ticchettio della pioggia sotto un tetto e magari comodamente seduti su un divano.
Forse piove dopo le 17 perché è a quell’ora che io godo particolarmente del cielo. Lo so, guardare le luci che sfumano verso la sera mi riempie di santa nostalgia.
Forse piove dopo le 17 perché la pioggia ha deciso di cadere dopo le 17. Si sa, le nuvole vanno e vengono come vogliono.
Forse piove dopo le 17 perché solo dopo le 17 avrei trovato il tempo di descrivere quello che è successo. Lo so, mi piace raccontare quello che si tratteggia nella memoria.

martedì 26 aprile 2016

Il mistero ha un grande senso dell'umorismo

La mamma si è messa in mente di mettere a posto qualche cassetto dimenticato.
Non so se l’ispirazione le è venuta dal fatto che è ormai prossimo il festeggiamento del suo sessantesimo di matrimonio, e il desiderio è di fare un po’ d’ordine nei pensieri e nelle cose; oppure se è stata una illuminazione dall’alto, per stupirci.
Sta di fatto che facendo ciò è affiorato dal lontano 1955 un biglietto, che lei ha recapitato al papà dopo quattro anni di fidanzamento, ad un anno dal matrimonio ormai concordato.
Dopo qualche istante dal ritrovamento, ha deciso di farmi partecipare al recupero della “reliquia”, e mi ha concesso lettura del contenuto.
Con la sua voce a tutt’oggi emozionata, mi ha scandito le lettere, rendendole parola dopo parola, brevi frasi concise.
Mi sono commossa.
Anche qui un’incertezza mi assale: non so se il mio coinvolgimento è stato destato dalla prudenza amorosa trapelante dal tratto contenuto dello scritto materno, oppure se la partecipazione è stata per un modo di comunicare che riconosco anche mio, e mi assimila a lei.
Amo scrivere le cose importanti, o meglio, le cose che ritengo importanti.
Uno scritto è per sempre, e sono persuasa che dovremmo avere più coraggio nello scrivere, perché dovremmo avere più fiducia nell’eterno.
Sono grata del fatto accaduto, e mi sento confermata in un modo d’espressione d’essere.

E’ troppo bello poter rinnovare il dirsi, di ciò che è vero.

lunedì 25 aprile 2016

In conclusione di una lettura

“Secondo una certa filosofia, il luogo delle origini sarebbe vuoto: i filosofi, come fanno a saperlo? Comunque sia, la comune esperienza umana dice che, sulla strada verso le origini, troviamo una donna che ci ha messo al mondo e che, come insegnava lo psicanalista dell’Hôtel Dieu, ci ha amato di un amore sufficiente. Ma c’è anche un prima di lei, naturalmente”.

Luisa Muraro
L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto

pag 73

domenica 17 aprile 2016

Letture


"Sull’adozione. Noi viviamo in paesi dove la materia vivente, come il sangue e organi, non si compravende, si dona, e dove bambine e bambini non vanno messi in vendita né si comprano. Abbiamo presenti gli effetti deteriori della commercializzazione del sangue e degli organi, praticata in paesi meno civili dei nostri, e ci è stato spiegato perché sia doveroso passare per l’adozione e a norma di legge. Come mai, dunque, ci troviamo a discutere sulla leicità del farsi fare delle creature umane a pagamento, come fosse un problema mai affrontato prima, sul quale non esistono criteri di giudizio? Perché questa disparità di giudizio e di sensibilità nella testa delle medesime persone?"
Pag 12

giovedì 31 marzo 2016

Parafrasi della vita

Da che sono cosciente, mi rendo conto di riposare quando riesco a tornare in luoghi che mi sono famigliari.
Non è solo il fatto di conoscerli che mi distende, bensì mi ristora il significato che portano.
Sono convinta che la vita sia data per conoscere a fondo se stessi, le persone e le cose che sono date di incontrare; così alcune località e particolari, possono sostenere questa intenzione.
Andare per un sentiero, anticipando consapevolmente i percorsi di maggior difficoltà, così da mettermi nelle condizioni di passo e respiro per poterli affrontare;
raggiungere aree di risposta alla sete, intenzionalmente;
guardare con affetto un rudere, così come vorrei fare con tutto quello che lascio in sospeso;
stupirmi della bellezza del dato gratuito, contemplando un panorama incantevole;
riconoscere che tanti particolari del percorso sono cambiati, da che li ho guardati l’ultima volta;
godere del silenzio della neve, che protegge dal gelo il terreno;
raccogliermi nel calore della giacca con cui mi posso rivestire, nel momento in cui la nuvola assorbe il sole e il vento fa la sua parte;
esistere nei passi fatti insieme agli amici che amo.
Come si fa a non collegare tutto ciò ad una parafrasi del vivere?
Per cui, il mio augurio - a chiunque - è di avere nel cuore un luogo così:
raggiungibile fisicamente;
attuale nella memoria;
fissato nel sogno.

Buon cammino!

lunedì 28 marzo 2016

sabato 26 marzo 2016

sabato 19 marzo 2016

Ora

Per esistere è bastato essere voluti;
per essere certi del cielo, a volte basta guardare oltre il terso;
per fare un pellegrinaggio, a volte basta attraversare una piazza;
per definire il perdono, a volte basta oltrepassare una porta;
per continuare a sperare, a volte basta sapere che si può ricominciare;
per vivere l’attesa, a volte basta ricordare che esiste chi si ama;
per essere felici, a volte basta ricordare un abbraccio;
per esprimere quello che non si riesce a pronunciare, a volte basta un sorriso;
per esternare il bene, a volte basta una carezza;
per dire il necessario, a volte basta sapere di poter tornare a ripetere;
per riposare, a volte basta programmare una partenza;
per non perdere il presente, a volte basta vivere il silenzio;
per fissare la bellezza, a volte basta scrivere un pensiero;

per vivere c’è da essere.

giovedì 25 febbraio 2016

Lezione di vita

Trentasei bambini di quinta elementare in un’unica aula.
Mi presento e si presentano dicendo ad alta voce il nome.
Sono due terzi femmine e un terzo maschi.
Apparentemente italiani tranne tre. Si evidenzia una fanciulla che porta il chador, che direi essere egiziana, una con carnagione scura e minuta, che ha tutta l’aria di essere dello Sri Lanka, infine un maschio, che ha un nome slavo.
Il quartiere in cui siamo è notoriamente malfamato, in cui si affastellano alte case popolari in cemento armato. Senza decorazioni. Con tante antenne paraboliche. Senza portineria o ascensore. Abitato da “povera gente”, non solo nel senso economico del termine, bensì per la scarsa opportunità di godere “dell’armonia”.
Eppure, questi bambini mi hanno stupita con domande fattemi avere qualche giorno fa, in previsione di incontrarci…
Ma chi ci ha creati, cioè chi ci ha fatti nascere?
Come si sviluppa il nostro corpo?
Di solito a che età smettono di crescere gli organi?
Quando cresci ti farà male qualche osso, o qualche parte del corpo?
Come cresciamo? E' diverso per ognuno di noi?
A che età il corpo umano è sviluppato per bene?
A che età è possibile avere figli?
Come si fa a riprodursi?
Qual è l'età più adatta per fare bambini?
Non ho capito come mia mamma ha fatto a farmi crescere nella pancia...
Come nasce un bambino?
Da dove escono i bambini?
Perché nascono bambini con gravi malattie anche se i genitori sono sani?
… Stupende!
Faccio vedere loro un filmato di circa quindici minuti. Sono tutte riprese dal vero.
Restano incantati.
L’ovocita naviga nella Tuba di Falloppio, gli spermatozoi nuotano nel liquido seminale, ovocita e lo spermatozoo si incontrano, si sviluppa la morula che continua il suo viaggio nella tuba. Il filmato si concentra ora sui cromosomi, sulle cellule totipotenti, sulle singole cellule che si differenziano e si aggregano in tessuti. Io parlo sul filmato muto e spiego. Do il nome alle cellule e ai tessuti che si organizzano. Poi riprende il viaggio. La blastocisti arriva in utero. Un fotogramma dell’annidamento. Lo sviluppo dell’embrione e del feto visti con fetoscopia. Le bozze delle mani e dei piedi, della testa, degli occhi delle orecchie, del naso e della bocca, e un cuoricino che batte a tutta velocità. Un feto che ha meno di dieci giorni di vita ed è già una miniatura perfetta. Spettacolo!
Ho risposto a buona parte delle loro domande, ma ora si sono entusiasmati e iniziano ad avere lo spazio per alzare la mano e chiedere tutto quello che gli passa per la mente.
Forse anche quello che non pensavano di osar chiedere.
Alla fine dell’incontro si avvicina una bambina. Vicina vicina, all’orecchio, e mi bisbiglia: ma tu hai bambini?

Le ho risposto dicendo la verità. Con ciò sono sicura di non averla delusa, perché ha capito che facendomi quella domanda, ha dimostrato di aver compreso cosa volevo partecipare con l’appena trascorsa “lezione di vita”: il Grande Mistero che la rende possibile!



domenica 7 febbraio 2016

"Non uccidere donne e bambini"



Non uccidere le donne e i bambini, non tradire il proprio Khan, combattere il nemico fino alla morte … sono “norme” di legge che spingono a fondare l’impero mongolo, il più vasto della storia umana.
Temüjin è un uomo, che chiede ai suoi guerrieri di “essere uomini”.
Questa esortazione permetterà di essere vincente, anche perché spingerà più volte Temüjin, ad andare a chiedere forza all’Essere superiore, a Dio. Che più volte lo aiuterà, anche se il modo rimarrà agli occhi degli spettatori “miracoloso” e non esplicito.
Aiuto di cui Temüjin resterà grato, grato così da rispettare diverse cose, tra cui il grande Monastero che poteva restare vittima di una delle sue conquiste.
Temüjin è un uomo che decide, e decide grazie al riconoscere di essere scelto. Così come è evidente in uno dei dialoghi finali del film.
Borte osserva marito e figlio.
Il padre dice al figlio: “Hai l’età per scegliere moglie. Sai, scegliere moglie è la cosa più difficile della vita”. E il figlio: “E come farò a scegliere bene”. Il padre risponde: “Ti insegnerò io. Io ho scelto bene”.
Così  Borte interviene: “Ma sono stata io a sceglierti!?”.
Lo sguardo severo di Temüjin, si ferma a guardare negli occhi Borte.
Donna forte, fedele, anche se non secondo i canoni del moralismo atteso. Donna determinata a salvare comunque e sempre, il suo uomo e il loro legame.
Temüjin ancora una volta è “uomo”, e ammette: “E’ Vero”.
Un film del 2007 che merita di essere rivisto.

giovedì 4 febbraio 2016

Guardare le montagne all’orizzonte

Guardare le montagne all’orizzonte, è come guardarsi dentro.
Vedere le cime innevate, è come ammettere l’inverno della malinconia.
Riconoscere le vette, è come dare il nome al proprio desiderio.
Godere di un viaggio con il pensiero, è come attendere una condivisione.
Ricordare la baita tra i larici, è come vivere il calore del bene.
Cercare l’orizzonte, è come chiedere un orientamento.
Ritagliare il cielo con i confini del visibile, è come protendersi all’infinito.
Scorgere lo spicchio di luna nel limpido azzurro, è fiducia che un altro sguardo contemporaneamente lo colga.
Annusare l’aria frizzante che ti assale, è come confidare nell’abbraccio.
Assaporare il profumo del terso, è avere la certezza di essere amati.
Ascoltare il vento, è come vincere i limiti di tempo e spazio.
Toccare il tramonto di una sera che non riesce ad essere fredda, è come accettare che il cuore ha bisogno di te.



giovedì 7 gennaio 2016

Epifania

Leggo, copio e incollo:
EPIFANIA, I RE MAGI, IL VERO SIGNIFICATO DELLA FESTA.
Che razza di bisogno dovevano avere i Magi per mettersi insieme alla volta di un viaggio così lungo! La Scrittura non ci dice molto su di loro, ma una cosa balza subito agli occhi: nel Vangelo essi non hanno nome, sono tre eppure sono trattati come uno. L’amicizia che sperimentavano tra loro era tale che – per dirla con Cicerone – idem velle, idem nolle. Desideravano la stessa cosa e respingevano la stessa cosa. Ma che cosa permette una compagnia di questo tipo, una fraternità che superi le differenze di cultura, di razza, di storia che la Tradizione ci tramanda come tratti distintivi dei Tre Re al centro del racconto dell’Epifania?
La domanda non è affatto scontata in un tempo in cui fra gli uomini, fra gli stessi cristiani, la parola forse più impegnativa e complessa è proprio la parola amicizia, la forma storica della fraternità. Il segreto dei Magi, come accennato poc’anzi, stava nel loro Io. In nessuno di loro c’era infatti contrapposizione tra Io e Noi, tra l’esigenza di fare un cammino – un lavoro – per sé e l’evidenza del fatto che tale lavoro non poteva essere fatto in una deserta solitudine, ma dentro una strada, dentro un ambito umano a fondamento del quale doveva esserci questo
"guardare insieme le stelle", questo tenere aperti gli occhi fissi verso la realtà, ossia verso quel Cielo che della realtà è il suo significato più pieno e più vero.
I Magi tra di loro non parlano, non discutono, non si divorano, ma permangono nel silenzio di chi è tutto impegnato a scrutare il Cielo per cogliere un segno, per cogliere un astro che indichi il passo da compiere. Che libertà dovevano avere i Magi per arrendersi a quel segno così banale, così impercettibile ai soliti occhi, da non essere considerato da nessun altro se non solo da quei tre. Essi non si sono fermati a dire "Che bello!", né lo hanno razionalmente esaminato fino alla sua naturale scomparsa, ma si sono fidati, lo hanno seguito. La stella nella notte era una luce fra tante, ma agli occhi di chi cercava, agli occhi di chi mendicava, era qualcosa di più, era una chiamata.
Così oggi un dolore o una malattia, piuttosto che un amore o un piccolo successo, non si può ridurre a qualche cosa dinnanzi al quale incantarsi o ragionare, bensì ha necessità di essere – per me che lo vedo, per me che lo
vivo – un segno da seguire, una provocazione per partire, una chiamata a lasciare la mia terra per andare, per partire. Ma partire per dove? Le miglia che percorsero i Magi, alla luce dell’arido segno che a volte perfino spariva dalla loro vista, sono il percorso che può compiere qualunque uomo per scoprire che cosa c’è all’origine del segno, che cos c’è alla radice della stella, dietro al dolore, alla delusione, a qualcosa che inizia.
E fu grande – per loro come per noi – la sorpresa di trovare un bambino all’inizio di tutto. La Bibbia ci narra che, davanti al Bambino, non furono delusi o protesi ad una "devota critica", ma furono pieni di stupore, curiosi. E
riconobbero in quel bambino un Re degno dell’oro, un Sacerdote degno dell’incenso, e un Mistero - a cavallo tra la morte e la vita - degno della mirra. Riconobbero Dio. Questa è l’Epifania, la più antica festa della Chiesa dopo la Pasqua. La festa del riconoscimento disarmato di un Dio che si è fatto piccolo, si è fatto Bimbo, per poter incontrare l’attesa e il dramma di ciascuno di noi. Ma la fede, il riconoscimento di quella Presenza straordinaria nella carne ordinaria del Fanciullo di Betlemme, non rimase
un astratto ricordo. Essi tornarono a casa, alla loro casa, alla loro vita, prendendo "un’altra strada", lasciandosi cambiare per sempre, del tutto, da quell’incontro, da quel Bambino.
Ciascuno di noi, dopo i giorni del Natale, è chiamato a chiedersi "chi era" quel neonato che ha adorato nella Notte Santa del 25 dicembre. Ma forse, ancora di più, ciascuno di noi è chiamato a chiedersi chi è, come si chiama, che
cos’è, Colui che sta all’origine, alla radice, di ogni fatto, di ogni mossa, di ogni segno che si manifesta nella realtà.
Epifania è manifestazione, è riconoscimento, è semplicità di cuore. Per tornare alle nostre case, al nostro lavoro come al nostro studio, alle fatiche del nostro matrimonio come a quelle del nostro peccato, per un’altra strada, con un altro sguardo. Perché, dopo aver visto quegli occhi, dopo aver sfiorato le mani di Maria, dopo aver
ascoltato il silenzio di Giuseppe, chi ha ancora paura del 7 di gennaio? Chi ha ancora paura di ricominciare?
E’ una domanda ingenua, forse banale, ma tutto dipende dall’Io, dal suo desiderio, e da coloro che ogni giorno ci scegliamo – e possiamo sceglierci – come compagni di strada, come scrutatori delle stelle, come Re Magi.

sabato 2 gennaio 2016

2016 e neve

Sono tornata a casa;
accompagnata da molteplici e soffici, compagni bianchi.
Io li amo.
Ora mi stanno ipnotizzando: scendono fitti, illuminati dai lampioni della piazza.
Si attaccano senza esitazione alla pavimentazione, alle auto, all’ombrello della signora che sta rincasando di fretta.
Dal vetro sento il freddo che li avvolge nella sera, ma nessun rumore.
La notte sarà silenziosa, come solo la neve può rendere.
Penso alle montagne e alle piste da sci, che finalmente si vestiranno d’inverno.
Considero chi deve partire, chi deve viaggiare, chi deve arrivare.
Siate prudenti – mi verrebbe da dire – perché ciò che appartiene al freddo sa essere arduo.

domenica 20 dicembre 2015

Cielo e terra. La trasparenza di un diario on line.

Cosa separa la terra dal cielo?
E’ una domanda che mi sono posta in diversi momenti.
Succede però, a volte, qualcosa sposta il punto di vista.
E’ così che ieri ho dato un altro ordine alla questione, tramutandola in affermazione.
Così ora, posso accennare: cosa unisce il cielo alla terra.
Un viaggio che diventa preghiera.
Un pranzo seduti davanti ad un anfiteatro di montagne.
Una siesta che gode del sole.
Una pista da sci senza neve.
Un vento mite.
Una lacrima non trattenuta.
Un te con i biscotti.
Una S. Messa per i coscritti.
Il silenzio di ieri e di oggi.
Lo stupore.
Lo stupore per le cose semplici; che sono imprevedibile richiamo all’essere.
Essere, grazie all’Alterità.
Ecco cosa è la verità: il cielo si unisce alla terra.

E il Natale è solo l’inizio.

sabato 12 dicembre 2015

Il Presepe in sala Parto




Venerdì.
Il pomeriggio volge al termine.
Senza accorgermene è diventato tardi rispondendo all’ennesima mail.
Sono le diciassette ma ho promesso che andavo a montare il presepe.
Faccio per andare in Sala Parto e mi accorgo che ho da tornare indietro per leggere il codice d’accesso della porta d’ingresso a comando appuntato in agenda; purtroppo è tempo che non vado e la memoria inizia a fare “cilecca”.
Arrivo con il mio “sacchettone”.
Entro sotto lo sguardo attento di una decina di parenti incuriositi.
Il corridoio è gremito da “lettini volanti”, che accolgono mamme e neonati.
Deduco che è stato uno di quei giorni “ossitocici”, che fanno correre le ostetriche e in cui partoriscono tante donne.
Chissà cosa sarà mai che induce tanto travaglio.
Sarà l’aria del Natale.
Sarà la voglia di nascere.
Sarà che Dio non si è ancora stancato dell’umanità.
Cerco la capostetrica e le confermo che monterò il Presepe.
Il 18 dicembre la giuria verrà a fotografarlo e dovrà valutare se sarà il più bello dell’Ospedale. Non possiamo rimandare che sia pronto.
Inizio a cercare uno scatolone. Trovo vuoto quello dei set di assistenza al taglio cesareo. E’ sufficientemente alto e largo. Procedo.
Cerco l’angolo protetto dall’albero di Natale, nell’area del pre/post-parto.
Lì saremo tutti più tranquilli.
Mi inginocchio sul pavimento, osservata da una mamma che allatta la neonata tenendola pelle a pelle.
Rivesto lo scatolone con un lenzuolo verde.
Inizio ad estrarre dal “sacchettone”: la capanna, la sacra famiglia, i due pastori, le sei capre, le cinque pigne e qualche sassolino sciolto.
Mi ero riproposta di fare delle pecore, ma sono venute “cornute”, pertanto sono verosimilmente delle capre.
Capra o pecora, tutti i personaggi ora sono sotto una pioggia di aghi di larice che, abbondanti e resinosi, ricoprono il piano d’appoggio, trasformandolo da verde ospedaliero ad oro di montagna.
Sono soddisfatta.
Chiamo la capostetrica e insieme scattiamo qualche foto.
Un bambino grandicello - fratellino di qualche neonatino - si avvicina all’opera e chiede: “di cosa è fatta?”.
“Di sassi”, rispondo io. “Ma non solo. Comunque di cose che ho trovato in montagna”.
“Bello”.
E’ la reazione che desideravo.

Lo sguardo puro riconosce la bellezza; così come il corpo anela alla dolcezza del riposo; così come il mio cuore è in attesa del Santo Bambino.

giovedì 3 dicembre 2015

Avvento e aghi di larice

L’ultima volta che sono stata nella casa di montagna ho fatto una gita meravigliosa e ho sfruttato il fatto che, salendo con la quota, i larici avessero lasciato cadere i loro aghi, per raccoglierne un sacchetto.
Gli aghi mi servono perché sono una di quelle donne che crede nel S. Natale, e che in attesa che arrivi, si attrezza per realizzare il Presepe.
Il Presepe lo costruirò in Sala Parto, come ormai è consueto da tanti anni a questa parte.
Negli ultimi due anni, si è poi aggiunta la possibilità di vincere il premio del “Presepe più bello dell’Ospedale”, per cui oltre alla mia volontà produttiva, si associa l’essere precettata dalle coordinatrici dell’area. Pertanto ho tutte le autorizzazioni per procedere.
Ora, gli aghi di larice sono come me in attesa, perché prima che vadano a rappresentare la terra, c’è bisogno che con la imminente ulteriore ascesa montana, io recuperi delle pigne per fare gli alberi, e dei sassi per fare le pecore. Sassi che devono esser grandi per i corpi, e piccoli per le quattro zampe e la testa. Almeno tre pecore, quindi tre grandi e quindici piccoli.
Il silicone per incollare i pezzi è già sulla mia scrivania. Anche lui in “Avvento”.
Detto questo, per ora ho silicone ancora sigillato, aghi nel sacchetto e la Madonna il bambinello e San Giuseppe già fatti tempo fa.
Ma ieri gli aghi mi hanno sorpresa.
Ho deciso di iniziare a portarli al lavoro, così al mattino presto, quando sono scesa in garage, li ho trasportati e li ho messi in macchina con me. Di lì a poco, mi sono accorta che iniziavo a sentire nel veicolo un profumo particolare, inconfondibile, come essere nel bosco di fianco a quella baita che aspetta con il camino acceso. Sorprendente! La fragranza simile a quella della resina, ha iniziato a pervadere l’aria e a effondermi dolcezza di riposo.
Per me l’olfatto è essenziale.
Il sacchetto l’ho poi chiuso nell’armadio del mio ufficio tutto il tempo del lavoro, fino a quando non è arrivata nel primo pomeriggio una docente che mi ha salutata, manifestando una stanchezza tale da commuovermi.
Cosa potevo fare oltre che guardarla con tenerezza?
Mi è venuto un guizzo.
Le ho detto: “Chiuda gli occhi”.
Ho preso il sacchetto, l’ho aperto e glielo ho messo sotto le narici.
Le ho chiesto di inspirare profondo.
Per un attimo ho avuto timore che la cara prof aprisse gli occhi e mi dicesse che ero un po’ matta, invece l’effetto sortito è stato il ricalco della mia esperienza.
“Che buono!” Mi sono sentita dire. Ed io: “E’ per regalarle un po’ di dolcezza di riposo. E lei: “Ha ragione, risposa”.
E così sarà il mio Presepe: la culla del Bambino che è dolcezza di riposo!

Morale: buona ascesa montana per i prossimi giorni, buon desiderio di ricercare ciò che riposa il cuore, buona attesa del S. Natale!

giovedì 5 novembre 2015

Mi sento gialla

Mi sento argento: alla mattina al risveglio, una delle prime cose che faccio è scegliere una collana e un paio d’orecchini da indossare.
Mi sento rossa: prendo la metropolitana e i vagoni sono dominati dalla tinta della linea.
Mi sento azzurra: alzo gli occhi al cielo e constato che anche oggi è una bella giornata.
Mi sento bianca: quando il lavoro di scrivania diventa lungo, scatta lo screen saver e sono improvvisamente catapultata sulla neve che traluce dallo schermo.
Mi sento gialla: la pausa pranzo mi permette di attraversare i giardini della Guastalla, fermarmi qualche istante per alzare lo sguardo, e lasciarmi incantare dalle fronde degli Alberi dei Tulipani.
Mi sento marrone: mi permetto per qualche passo di affondare i piedi nelle foglie appassite degli ippocastani.
Mi sento nera: ascolto con amarezza cosa vorrebbero “modificare” dell’esperienza di tirocinio fatta la scorsa estate, le studentesse del secondo anno.
Mi sento arancione: alla fine della lezione/incontro, chiedo per chiudere i lavori, di salutarci pronunciando un colore o una parola. Le due studentesse che ho di fronte fanno evidentemente riferimento al pile che indosso.
Mi sento oro: sto tornando sui miei passi, sulla guglia maggiore della Cattedrale svetta la Madonnina illuminata.
Mi sento grigia: mi trattengo qualche istante in più nei garage, cercando di aiutare i due generi del Mario, che lo aiutano a camminare sostenendolo di peso.
Mi sento verde: mi concedo di viaggiare con la memoria e di incrociare il Tuo sguardo.

Mi sento colorata: lascio che si chiudano gli occhi per un momento, vorrei immedesimarmi con la profondità del Tuo cuore.

sabato 31 ottobre 2015

Un uomo cavaliere (2)

 
Questa mattina, come di consueto il sabato mattina, dopo il giretto per comprare il pane, ho raggiunto la “Pieve”. Entrando – dopo il dovuto religioso saluto – ho  trovato posto alla solita panca che mi permette di scrutare da vicino la “nicchia del cavaliere”. Posto che scelgo per sentire un compagno nella preghiera.
Ad un tratto odo il passo veloce e leggero di un bambino di circa tre anni, che correndo arriva ad affacciarsi alla corda che protegge la nicchia dalla navata. Stirando la corda con le manine, così da toglierla dall’altezza dei suoi occhi, per poter vedere meglio, sospira: “Che bello!”  
Lo guardo e gli sussurro: “C’era dentro un guerriero. C’era dentro un cavaliere!”
Mi guarda. Reggiamo reciprocamente lo sguardo, il tempo necessario per rendere certa l’intesa. Il bambino si allontana e prende posto vicino al suo papà, che lo teneva controllato da lontano.
Dopo qualche istante arriva una donna, che conosco bene. Si avvicina e si siede al mio fianco. Le lancio un’occhiata che lei coglie per mormorarmi: “Ma perché ti sei seduta qui? Che schifo, questa è una tomba”. Incompresa, rispondo: “E’ bella!”.
Termina la celebrazione, che di li a poco era cominciata. Esco e lascio “Pieve” e cavaliere.
Il tempo di passare dal cartolaio e tornare a casa, per pensare.
Perché un sarcofago scavato nella terra è bello? Cosa ha notato quel bambino che guardo anch'io? Pertanto, cosa ha visto - o meglio - cosa non ha visto la donna al mio fianco?
Ecco che il pensiero risponde alla verità sottesa dalle domande scritte: è bello vedere l’oltre. E’ bello vedere oltre ciò che appare.
Spesso, se ci fermiamo all'apparenza delle cose, le cose appaiono “brutte”, quando in realtà, nel loro compreso, sono davvero “belle”.
E’ questo “oltre” che ha colto lo sguardo del bambino e che colgo anch'io.
La nicchia vuota, umida e mortifera, in realtà trasfigura di un uomo disteso, caldo e nobile.
Con questo comprendo anche di più una frase che i più sono convinti sia stata scritta nel “Caligola” di Albert Camus - perché così fu detto della citazione - in realtà è stata detta da Che Guevara e ripresa dal mio maestro: “Siate realisti, domandate l’impossibile!”.

Così, resta che ci sarà chi riderà, e ci sarà chi non comprenderà … ma io e quel bambino continueremo a “essere realisti e a domandare l’impossibile!”

venerdì 16 ottobre 2015

Snoopy e &





Mi spiace... ma questo non me lo perderò!

domenica 11 ottobre 2015

Una domenica per pensare, una domenica per studiare ... una domenica per "smentire" la tragedia indicata da Sini

" … La verità è la tomba dei filosofi".
Nessuno la degna più di uno sguardo
"La signora è decisamente invecchiata".

Carlo Sini si esprime
Antogno Gnoli lo intervista

La Repubblica 10 maggio 2015

venerdì 9 ottobre 2015

Questioni di "cuore"

Sento, senza voler ascoltare, il dialogo tra due giovani fanciulli di circa 16/17 anni. L’uno suggerisce all’altro: “Io la vorrei alta, bionda, magra, bella e sexy”. L’altro asseconda.
Reagisco immediatamente tra me e me, considerando: «E io lo vorrei sensibile, comprensivo, buono, determinato e leale».
A questo punto mi fermo a pensare qualche istante e sorrido di sottecchi, quando con il ragionamento mi lascio trasportare dal gioco di confronto tra aggettivi. Accoppiandoli due a due, resta l’apparente abisso tra il desiderio manifestato da cuori giovani – forse troppo giovani -  e un cuore più stagionato… e francamente d’indole femminile.
Resto ancora un attimo assorta, per chiedermi se quello che di getto si dice e pensa, esprime fino in fondo quello che realmente si vorrebbe. Mi rispondo un “ni”.
Di fatto, credo che l’apparenza può colorare una tela, ma il significato del quadro è più profondo.

In sincerità sfido chiunque a non confermare che la verità è - a prescindere da come attrae e si manifesta - che l'altro, lo vorremmo «per sempre».

lunedì 5 ottobre 2015

Libero pensiero per la nascita di Camilla


Si nasce con la gioia di poter cominciare.
Si vive per la gioia di poter ricominciare.
Evviva l’essere spettatrici del nascere e del vivere!

giovedì 24 settembre 2015

venerdì 4 settembre 2015

Pianeta donna

Si trova spesso scritto che la donna è come la Terra. E’ proprio vero, la donna è come la terra perché genera, e come la Terra genera, perché alterna le sue stagioni. Nel mese, come nel corso dell’anno, così come nel corso degli anni. E’ infertile, si prepara ad essere fertile, è fertile e si richiude nell’infertilità per poi riprendere. E’ acerba, è pubere, è adulta, raggiunge la maturità e lascia che le rughe la segnino perché possano crescere i di lei frutti. La donna è ciclica come la Terra e come la Terra sa girare godendo del sole e godendo della notte. Sa girare sorridendo e piangendo. Regala una carezza e regala una lacrima. C’è il momento della gioia e c’è il momento in cui non riusciamo a trattenere la commozione. A volte è difficile comprenderci, così come è difficile comprendere la Terra. Geologia, scienze naturali, zoologia, astronomia, astrofisica… e non riusciamo a contenere la Terra; come possiamo illuderci che la ginecologia e l’ostetricia possano contenere la donna? Siamo incontenibili, eppure sappiamo contenere, sappiamo tenere, così come sappiamo custodire e partorire. Ancora sappiamo prenderci cura, nutrire. Che bello il femminile. E’ assolutamente affascinante. E allora una preghiera: che l’uomo protegga la Terra, che la donna continui ad amare. 

domenica 30 agosto 2015

Vacanza e non vacanza, per imparare a volare

Concludere le vacanze mette nelle condizioni di togliere gli occhiali da sole. Togliere quelle lenti che permettono di guardare la realtà che mi circonda con un colore meno duro, meno aggressivo, forse un po’ rosato. Essere in vacanza è guardare con occhi di riposo. Ne ho tanto bisogno a volte. Guardare con un giusto distacco. Entrare nella dimensione del tempo che si dilata in attività senza scadenze da cartellino. Fare profonde e lunghe dormite, lasciare che lo spazio del risveglio aspetti che il sole arrivi sulle coperte e cominci a baciare i piedi; grazie all’aver aperto la finestra per tempo. Ascoltare lo scorrere del torrente prima di decidere di alzarsi per la colazione. Permettere alla mente di pensare solo ad una cosa intensamente, senza interruzioni da telefono, mail o riunioni impreviste. Riconoscere che i sentieri sono per camminare e per conquistare mete per cui non è immediatamente indispensabile misurare i tempi di arrivo. Traguardi per cui non si ha da consegnare la progettualità su carta intestata. Mi pare di poter dire che se cerco cosa rende possibile lo sguardo vacanziero, se dovessi dare un altro nome agli occhiali da sole, direi che si tratta di un fattore che normalmente rischio di escludere. Normalmente penso di determinare io le cose che si succedono nella giornata, quasi come se tutto debba essere determinato dall’agenda. La “vacanza” invece sposta, lascia entrare l’imprevisto, lascia che siano le cose a venirmi incontro e non io a sopraffarle. Lascia volare. Ecco allora che forse il tempo della vacanza può non concludersi. Anche se sono sopraggiunte le temute telefonate, mail e date di riunioni; posso guardare i messaggi che mi rassicurano perché trovo scritto in ultima riga: non preoccuparti troppo, vedrai che si troveranno le soluzioni … e io penso: posso sperimentare anche ora - anche se l’ora di adesso non la considero più vacanza - che ciò che mi viene incontro non sarà contro, sarà per me, sarà perché io possa vivere e possa farlo intensamente.


sabato 25 luglio 2015

Un uomo Cavaliere

Abito a ridosso di una Pieve, e tutte le volte che entro con riverenza, mi metto in modo da poter scrutare da vicino quel punto preciso del pavimento, dove il cristallo lascia intravvedere l’area di sepoltura di un cavaliere medioevale. Il sepolcro, ora vuoto, è stato studiato nel momento del ritrovamento della reliquia, e l’uomo a dismisura alto per quel tempo, è stato identificato come un soldato di rango, reduce di crociate. Quattro croci rosse sono disegnate nel sarcofago: una alla testa, una a piedi e due all’altezza della cintola. Nel resto dello spazio, il loculo resta semplice, senza decorazioni, con la forma che rispetta un anfratto per la calotta del cranio, un dilatarsi per le clavicole e un ridursi fino ai malleoli. Forse gli uomini scaltri che hanno scavato la superficie della roccia, hanno pensato di definirla giusta per raggiungere la sufficienza, senza esagerare, senza dare troppa importanza a chi sicuramente era già grande di cuore.  Mi affascina immaginare che per secoli, quell’uomo sia rimasto nel nascondimento, orante silenzioso fino ad essere dimenticato, e che poi tutto ad un tratto abbia deciso di riaffiorare, quasi a dire che il nostro stato di mendicanti è per i più sconosciuto, ma prima o poi va riconsiderato. Chissà quale onore ora ha nei cieli un uomo così, che è rimasto fedele alla sacra Casa. Chissà quale sarà stato il suo nome e il suo desiderio. Se fosse possibile definire il nome con la mia fantasia, lo chiamerei Angelo - perché tutte le volte mi porta un messaggio; o forse lo chiamerei Michele, perché è un angelo che ha saputo lottare. Per quanto riguarda il desiderio lo definirei Infinito – perché tutte le volte mi lascia la speranza di poter conseguire anch’io l’infinità.

lunedì 13 luglio 2015

Oggi

Oggi. un giorno come tanti altri, un giorno assolutamente normale e come tale, un giorno in cui succedono una miriade di cose a cui si dà poca importanza. Eppure, ogni giorno è speciale, così come è speciale l’oggi. Basterebbe mettere a fuoco la lente dei giusti occhiali per vedere che quelle miriadi di cose che accadono, in realtà sono miriadi di frammenti di cose che non si ripeteranno più. Cose uniche, che l’oggi dona e che porteranno il giusto frutto domani, se le sapremo coltivare. E’ così che oggi, tra le miriadi di cose che ho fatto - e che neanche ricordo più - ho potuto telefonare ad una cara amica che compie i 48 anni. Mia coscritta, ho occasione di congratularmi con lei ogni 13 luglio, dal 1982. Fate voi i conti di quanto tempo è passato e di quante occasioni abbiamo avuto per festeggiare il fatidico giorno, compreso quello in cui abbiamo compiuto i diciotto anni! Così, sempre oggi, ho potuto sentire anche un’altra cara amica che non ha fatto i diciotto anni, bensì 18 anni fa, il 13 luglio, ha partorito il suo primogenito, che oggi compie la maggiore età. E così, a partire da queste due festose scadenze, ho potuto far mente locale sul bello che è riconoscere quello che hanno costruito le miriadi di frammenti che si sono succeduti nei giorni assolutamente normali, e che hanno portato al 13 luglio che è ora. Basta poco per risvegliarsi dal terribile torpore dello scontato e della noia, basterebbe ricordarmi che ogni istante del giorno è l’anniversario di qualcosa di buono e di bello che è successo nella mia vita, non fosse altro per il fatto che mi è dato di esserci oggi, più di ieri, più di quando si pensava di aver raggiunto la maggiore età..
5/9/1985 - 18 anni rifesteggiati a Foppolo

domenica 5 luglio 2015

Un sabato mattina e la cornacchia grigia

Oggi al mio risveglio, ho dedicato le mie prime energie al consueto giretto che mi porta a comprare il pane per la settimana. I soliti convenevoli con la signora che serve al banco, e il dovuto sorriso al panettiere che si sporge dalla porta del forno. Pochi minuti e mi ritrovo a camminare  degustando piacevolmente i bocconcini ancora caldi. Sono già al secondo, quando ad un tratto mi arresto notando che dall’altra parte della strada c’è una grossa cornacchia grigia appollaiata sopra ad un cancello che mi osserva. Sono certa, mi sta guardando dritto negli occhi. La saluto con un “Ciao”, cosicché se qualcuno mi vedesse potrebbe pensare ad uno slancio di follia, e nel tempo dell’arrivederci intuisco che la sua attenzione è rivolta soprattutto al mio panino. A questo punto, stacco un pezzo di pane sufficientemente grande per essere visto e gradito, e lo lancio nel centro del selciato a senso unico, e resto ferma. Sulle prime mi pare che la cornacchia non si sia accorta del mio dono e un po’ delusa riprendo a camminare lentamente. Il pennuto non muove passo, se non il collo così da direzionare solo l’occhio destro al mio sguardo. Ho raggiunto una distanza di circa un centinaio di metri e il volatile con fare circospetto si dirige a balzelloni con estrema precisione a pizzicare col becco il prelibato bocconcino. Pertanto, devo dedurre con certezza che la morale sottesa è: non solo la cornacchia mi ha saputa guardare, bensì ha saputo aspettare nel procedere il momento più opportuno. Finale: la cornacchia grigia conosce la scaltrezza ostetrica.

martedì 30 giugno 2015

La metafora della bestiola


A volte, penso che nel mio umano ci sia richiamo alle diverse doti che ritrovo in animali che mi circondano:
la necessità di appartenere ad un branco, come il lupo;
la volontà di amare tutta la vita lo stesso maschio, come il falco;
essere fedele e leale, come il cane;
realizzare cibi deliziosi, come l’ape;
curare il mio corpo con minuzia, come il gatto;
cambiare d’abito a seconda della stagione, come l’ermellino;
apparire colorata, come la coccinella;
concepire e partorire nel nascondimento, come la volpe;
fare fatiche incredibili, come la formica;
lasciare che il cucciolo sia accudito dal “papà”, come il pinguino;
curare tanti piccoli insieme, come l’elefante;
essere intraprendente nel rischiare la vita per i “figli”, come la leonessa;
nutrire la prole, come la capra;
avere il senso dell’altruismo, come il licaone;
avere il rifugio della tana, come la marmotta;
il bisogno di territorio proprio e nello stesso tempo di andare lontano, come l’orso;
poter salire in cima ad una montagna, come lo stambecco;
correre nel sottobosco, come il cervo;
prendere del tempo per andare in letargo, come lo scoiattolo;
chiudermi in me stessa, come la tartaruga;
mimetizzarmi per non farmi vedere, come il camaleonte;
intrufolarmi in qualche baita, come il topolino;
godere della siesta, come l’ippopotamo;
desiderare di giocare, come la scimmia;
nuotare godendo dell’acqua, come il delfino;
voler essere veloce nella corsa, come un ghepardo;
diventare aggressiva, come il rinoceronte;
tornare docile al richiamo, come il cavallo;
prendere la giusta distanza dalle cose, come la giraffa;
essere lenta nel distacco, come il bradipo;
desiderare di lavorare per la costruzione indefessamente, come il castoro;
non voler lasciare la terra, come un vermiciattolo;
desiderare il cielo, come l’aquila.

venerdì 26 giugno 2015

Sola

Una sera tra me e me,
per tornare dal lavoro stanca,
per distinguere la luna alle sei del pomeriggio,
per ritirare i panni stesi asciutti lasciati sotto ai panni bagnati,
per ascoltare il silenzio,
per assemblare un quadro che aspetta da tempo di essere appeso,
per considerare che una volta tanto si può cenare con due pesche noci,
per godere sul balcone delle lunghe ombre del crepuscolo,
per sistemare i conti in sospeso,
per sorseggiare lentamente l’acqua fresca,
per scrivere un pensiero senza l’interruzione di chi ha bisogno del computer,
per lasciare che il tempo scorra rispettando le canoniche scadenze,
per non far partire l’aria condizionata che spesso è inutile oltre che dannosa,
per caricare la lavastoviglie anche se il piatto sarà uno,
perché nessuno è rimasto a casa,
perché ogni tanto gli eventi corrispondono al desiderio di stare soli,
per lasciare che la sera m’investa con dolci pensieri,

perché domini l’amabile memoria. 

lunedì 8 giugno 2015

Se Dio Vuole: Trailer


“Se Dio vuole” il titolo di un film che valeva la pena andare a vedere, infilandomi in un cinema del centro, frequentato quasi esclusivamente da nobili figuri, dai capelli bianchi.
Un titolo che post visione trasformerei in: “Come lasciarsi cambiare lo sguardo e il cuore”. Di fatto, durante la proiezione di un’ora e mezza è questo che accade: il miracolo del cambiamento di un io, interpretato dal figlio del grande Gassman.
Ho divorato tutto il pacchetto di caramelle gommose nel terrore che si trattasse di una interpretazione blasfema o irriverente, mentre invece ho potuto constatare il tocco delicato di un regista che ha idea del Cristianesimo e di cosa possa voler dire: abbiamo tutti bisogno di essere voluti bene da Colui che c’è, basta educare gli occhi a riconoscerLo e non avere paura del fatto che il percorso per raggiungerLo può non essere quello che ci eravamo immaginati.
Buona visione, se riuscite a raggiungere la proiezione per tempo!

Questi sono film che non fanno cassetta … e girano “troppo poco”.

venerdì 15 maggio 2015

La Bellezza di sempre


La Bellezza di oggi, e di ogni istante, è riassunta da un frammento di brano scritto dal mio Santo protettore, che oggi ho potuto ascoltare.
Sottolineo: che ho potuto ascoltare, non leggere. Non l’ho potuto leggere perché non avevo con me gli occhiali. Non mi è più possibile interpretare lettere in quelle piccole macchie grigie, che ormai sono ai miei occhi le parole stampate.
Pertanto, cosa ha detto quella frase?
“Fratelli, noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”*.
Caspita, vero da subito anche grazie alla minuzia di non scorgere, bensì di udire.
Di fatto la verità del contenuto di quell’invisibile scritto ha raggiunto il mio cuore e ci sto pensando ancora ora, quando chi l’ha letto l’ha fatto più di dieci ore fa.
Diversi hanno raccolto il significato profondo di questo dire. Saint-Exupéry lo riprende nel “Piccolo Principe” e chissà quanti altri.
Anche io mi permetto di riprenderlo, perché oggi è stato emblematico.
La gioia di una festa non si può misurare, il dolce di un caffè non è solo legato allo zucchero che si può aggiungere, la bellezza di un sorriso non soddisfa perché lavorano i muscoli facciali.
Il bene possibile è come legami lievi, che fa da trama e ordito al tessuto vitale.
La possibilità di godere dell’invisibile agli occhi è propria di un cuore educato ad essere libero.
La sfida dell’eternità è saper attendere che si sveli quel che è celato dall’apparente.

*Tratto da seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 4, 18 - 5, 9

lunedì 11 maggio 2015

Casuali coincidenze o volontà impazzite? E' sempre la solita storia...

Camera Daria
Grazioli Grazia
Viola Celestina
Fuoco Modesto
Grandiosa Gloria
Felice Norma
Gallo Bruno
Gallina Rosa
Vaga Fiammetta
Grosso Angelo
Tortorella Bianca
Bacchetta Chiara
La Torre Pia

Vi prometto che alla prossima segnalazione delle studentesse in ostetricia, le autorizzo a non procedere con le denunce di nascita.

domenica 10 maggio 2015

Archetipo di vacanza

Ho necessità di comunicare con un operatore Tim.
Mi ritrovo con un abbonamento che non ho mai consapevolmente attivato.
Digito il 119.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 2.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 6.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 5.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 1.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 0.
Attendo e finalmente sento una voce non registrata, viva.
Mi viene chiesto qual è il mio problema. Segnalo di essere rimasta vittima di una truffa segnalatami da un sms. Io non ho mai attivato volutamente quel contratto. L’interlocutore non pare sorpreso, mi conforta dicendomi che si chiamano “trappole” , i sistemi informatici per cui cliccando su una foto o qualcosa di apparentemente innocuo, si viene catturati da veri e propri ladri senza scrupoli.
Mi viene chiesto il nome del sito interessato e mentre si cerca di disattivare il contatto non voluto, la tosse allergica tradisce il mio stato di salute. L’interlocutore incuriosito chiede se è per l’asma che viaggio su siti con nomi che ricordano farmaci. No, segnalo che non è per quello, perché la mia allergia è già curata. La voce inizia a confrontarsi su possibili antistaminici efficaci. Si ritrova nelle stesse condizioni. Il confronto è produttivo e ad un tratto l’operatore mi chiede che provenienza tradisce il mio accento. Milano, rispondo io. A mia volta chiedo e mi sento dire: partenopeo.
Mi piace pensare a zone geografiche così belle, alla bella Italia, e faccio presente che quei posti meravigliosi ieri sera non avevano niente da invidiare al clima che ha permesso di organizzare la cena sul balcone, in quei dell’hinterland milanese. Ma l’interlocutore rilancia, con fare nobile, senza allusioni o equivoci, che la cena dal balcone vista luci dell’isola d’Ischia è probabilmente più bella ancora. Confermo. Pertanto, induco a pensare che sono stata da quelle parti almeno una volta nella mia vita. Ma no, non sono mai stata, sono giusto passata ad alta velocità. Ho visto il golfo di Napoli dall’autostrada, quando ero diretta a Marina di Camerota, nel Salernitano, diversi anni fa. Non è possibile, mi sento rispondere. Signora la sua prossima vacanza deve assolutamente prevedere un viaggio all’isola d’Ischia, anche se fosse inverno, perché nella Baia di Sorgeto si può immergere tutto l’anno. Il calore delle sorgenti è tale, che i sassi della piccola spiaggetta sono quasi incandescenti. Riprendo: ci si può sempre organizzare per arrivare con una barchetta, magari in una stagione non troppo affollata. Vengo approvata con vivacità.
Insomma, la truffa è risolta, il telefono definitivamente schermato e il dialogo freddo e meccanico di un operatore Tim si è trasformato in un colloquio d’attrazione turistica.
Evviva, anche oggi si pranza all'aperto!
Evviva l’estate!