giovedì 24 settembre 2015
venerdì 4 settembre 2015
Pianeta donna
Si trova spesso scritto che la donna è come la Terra. E’ proprio
vero, la donna è come la terra perché genera, e come la Terra genera, perché alterna
le sue stagioni. Nel mese, come nel corso dell’anno, così come nel corso degli
anni. E’ infertile, si prepara ad essere fertile, è fertile e si richiude nell’infertilità
per poi riprendere. E’ acerba, è pubere, è adulta, raggiunge la maturità e
lascia che le rughe la segnino perché possano crescere i di lei frutti. La
donna è ciclica come la Terra e come la Terra sa girare godendo del sole e
godendo della notte. Sa girare sorridendo e piangendo. Regala una carezza e
regala una lacrima. C’è il momento della gioia e c’è il momento in cui non
riusciamo a trattenere la commozione. A volte è difficile comprenderci, così
come è difficile comprendere la Terra. Geologia, scienze naturali, zoologia,
astronomia, astrofisica… e non riusciamo a contenere la Terra; come possiamo
illuderci che la ginecologia e l’ostetricia possano contenere la donna? Siamo
incontenibili, eppure sappiamo contenere, sappiamo tenere, così come sappiamo custodire
e partorire. Ancora sappiamo prenderci cura, nutrire. Che bello il femminile. E’
assolutamente affascinante. E allora una preghiera: che l’uomo protegga la
Terra, che la donna continui ad amare.
domenica 30 agosto 2015
Vacanza e non vacanza, per imparare a volare
Concludere le vacanze mette nelle condizioni di togliere gli occhiali da sole. Togliere quelle lenti che permettono di guardare la realtà che mi circonda con un colore meno duro, meno aggressivo, forse un po’ rosato. Essere in vacanza è guardare con occhi di riposo. Ne ho tanto bisogno a volte. Guardare con un giusto distacco. Entrare nella dimensione del tempo che si dilata in attività senza scadenze da cartellino. Fare profonde e lunghe dormite, lasciare che lo spazio del risveglio aspetti che il sole arrivi sulle coperte e cominci a baciare i piedi; grazie all’aver aperto la finestra per tempo. Ascoltare lo scorrere del torrente prima di decidere di alzarsi per la colazione. Permettere alla mente di pensare solo ad una cosa intensamente, senza interruzioni da telefono, mail o riunioni impreviste. Riconoscere che i sentieri sono per camminare e per conquistare mete per cui non è immediatamente indispensabile misurare i tempi di arrivo. Traguardi per cui non si ha da consegnare la progettualità su carta intestata.
Mi pare di poter dire che se cerco cosa rende possibile lo sguardo vacanziero, se dovessi dare un altro nome agli occhiali da sole, direi che si tratta di un fattore che normalmente rischio di escludere. Normalmente penso di determinare io le cose che si succedono nella giornata, quasi come se tutto debba essere determinato dall’agenda. La “vacanza” invece sposta, lascia entrare l’imprevisto, lascia che siano le cose a venirmi incontro e non io a sopraffarle. Lascia volare. Ecco allora che forse il tempo della vacanza può non concludersi. Anche se sono sopraggiunte le temute telefonate, mail e date di riunioni; posso guardare i messaggi che mi rassicurano perché trovo scritto in ultima riga: non preoccuparti troppo, vedrai che si troveranno le soluzioni … e io penso: posso sperimentare anche ora - anche se l’ora di adesso non la considero più vacanza - che ciò che mi viene incontro non sarà contro, sarà per me, sarà perché io possa vivere e possa farlo intensamente.
sabato 25 luglio 2015
Un uomo Cavaliere
Abito a ridosso di una Pieve, e tutte le volte che entro con
riverenza, mi metto in modo da poter scrutare da vicino quel punto preciso del
pavimento, dove il cristallo lascia intravvedere l’area di sepoltura di un
cavaliere medioevale. Il sepolcro, ora vuoto, è stato studiato nel momento del
ritrovamento della reliquia, e l’uomo a dismisura alto per quel tempo, è stato
identificato come un soldato di rango, reduce di crociate. Quattro croci rosse
sono disegnate nel sarcofago: una alla testa, una a piedi e due all’altezza
della cintola. Nel resto dello spazio, il loculo resta semplice, senza
decorazioni, con la forma che rispetta un anfratto per la calotta del cranio,
un dilatarsi per le clavicole e un ridursi fino ai malleoli. Forse gli uomini
scaltri che hanno scavato la superficie della roccia, hanno pensato di definirla
giusta per raggiungere la sufficienza, senza esagerare, senza dare troppa
importanza a chi sicuramente era già grande di cuore. Mi affascina immaginare che per secoli, quell’uomo
sia rimasto nel nascondimento, orante silenzioso fino ad essere dimenticato, e
che poi tutto ad un tratto abbia deciso di riaffiorare, quasi a dire che il
nostro stato di mendicanti è per i più sconosciuto, ma prima o poi va
riconsiderato. Chissà quale onore ora ha nei cieli un uomo così, che è rimasto
fedele alla sacra Casa. Chissà quale sarà stato il suo nome e il suo desiderio.
Se fosse possibile definire il nome con la mia fantasia, lo chiamerei Angelo -
perché tutte le volte mi porta un messaggio; o forse lo chiamerei Michele,
perché è un angelo che ha saputo lottare. Per quanto riguarda il desiderio lo definirei
Infinito – perché tutte le volte mi lascia la speranza di poter conseguire
anch’io l’infinità.
venerdì 24 luglio 2015
lunedì 13 luglio 2015
Oggi
Oggi. un giorno come tanti altri, un giorno assolutamente normale e come tale, un giorno in cui succedono una miriade di cose a cui si dà poca importanza. Eppure, ogni giorno è speciale, così come è speciale l’oggi. Basterebbe mettere a fuoco la lente dei giusti occhiali per vedere che quelle miriadi di cose che accadono, in realtà sono miriadi di frammenti di cose che non si ripeteranno più. Cose uniche, che l’oggi dona e che porteranno il giusto frutto domani, se le sapremo coltivare. E’ così che oggi, tra le miriadi di cose che ho fatto - e che neanche ricordo più - ho potuto telefonare ad una cara amica che compie i 48 anni. Mia coscritta, ho occasione di congratularmi con lei ogni 13 luglio, dal 1982. Fate voi i conti di quanto tempo è passato e di quante occasioni abbiamo avuto per festeggiare il fatidico giorno, compreso quello in cui abbiamo compiuto i diciotto anni! Così, sempre oggi, ho potuto sentire anche un’altra cara amica che non ha fatto i diciotto anni, bensì 18 anni fa, il 13 luglio, ha partorito il suo primogenito, che oggi compie la maggiore età. E così, a partire da queste due festose scadenze, ho potuto far mente locale sul bello che è riconoscere quello che hanno costruito le miriadi di frammenti che si sono succeduti nei giorni assolutamente normali, e che hanno portato al 13 luglio che è ora.
Basta poco per risvegliarsi dal terribile torpore dello scontato e della noia, basterebbe ricordarmi che ogni istante del giorno è l’anniversario di qualcosa di buono e di bello che è successo nella mia vita, non fosse altro per il fatto che mi è dato di esserci oggi, più di ieri, più di quando si pensava di aver raggiunto la maggiore età.
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5/9/1985 - 18 anni rifesteggiati a Foppolo
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5/9/1985 - 18 anni rifesteggiati a Foppolo
domenica 5 luglio 2015
Un sabato mattina e la cornacchia grigia
Oggi al mio risveglio, ho dedicato le mie prime energie al consueto giretto che mi porta a comprare il pane per la settimana. I soliti convenevoli con la signora che serve al banco, e il dovuto sorriso al panettiere che si sporge dalla porta del forno. Pochi minuti e mi ritrovo a camminare degustando piacevolmente i bocconcini ancora caldi. Sono già al secondo, quando ad un tratto mi arresto notando che dall’altra parte della strada c’è una grossa cornacchia grigia appollaiata sopra ad un cancello che mi osserva. Sono certa, mi sta guardando dritto negli occhi. La saluto con un “Ciao”, cosicché se qualcuno mi vedesse potrebbe pensare ad uno slancio di follia, e nel tempo dell’arrivederci intuisco che la sua attenzione è rivolta soprattutto al mio panino. A questo punto, stacco un pezzo di pane sufficientemente grande per essere visto e gradito, e lo lancio nel centro del selciato a senso unico, e resto ferma. Sulle prime mi pare che la cornacchia non si sia accorta del mio dono e un po’ delusa riprendo a camminare lentamente. Il pennuto non muove passo, se non il collo così da direzionare solo l’occhio destro al mio sguardo. Ho raggiunto una distanza di circa un centinaio di metri e il volatile con fare circospetto si dirige a balzelloni con estrema precisione a pizzicare col becco il prelibato bocconcino. Pertanto, devo dedurre con certezza che la morale sottesa è: non solo la cornacchia mi ha saputa guardare, bensì ha saputo aspettare nel procedere il momento più opportuno. Finale: la cornacchia grigia conosce la scaltrezza ostetrica.
martedì 30 giugno 2015
La metafora della bestiola
A volte, penso che nel mio umano ci sia richiamo alle diverse
doti che ritrovo in animali che mi circondano:
la necessità di appartenere ad un branco, come il lupo;
la volontà di amare tutta la vita lo stesso maschio, come il
falco;
essere fedele e leale, come il cane;
realizzare cibi deliziosi, come l’ape;
curare il mio corpo con minuzia, come il gatto;
cambiare d’abito a seconda della stagione, come l’ermellino;
apparire colorata, come la coccinella;
concepire e partorire nel nascondimento, come la volpe;
fare fatiche incredibili, come la formica;
lasciare che il cucciolo sia accudito dal “papà”, come il
pinguino;
curare tanti piccoli insieme, come l’elefante;
essere intraprendente nel rischiare la vita per i “figli”,
come la leonessa;
nutrire la prole, come la capra;
avere il senso dell’altruismo, come il licaone;
avere il rifugio della tana, come la marmotta;
il bisogno di territorio proprio e nello stesso tempo di
andare lontano, come l’orso;
poter salire in cima ad una montagna, come lo stambecco;
correre nel sottobosco, come il cervo;
prendere del tempo per andare in letargo, come lo
scoiattolo;
chiudermi in me stessa, come la tartaruga;
mimetizzarmi per non farmi vedere, come il camaleonte;
intrufolarmi in qualche baita, come il topolino;
godere della siesta, come l’ippopotamo;
desiderare di giocare, come la scimmia;
nuotare godendo dell’acqua, come il delfino;
voler essere veloce nella corsa, come un ghepardo;
diventare aggressiva, come il rinoceronte;
tornare docile al richiamo, come il cavallo;
prendere la giusta distanza dalle cose, come la giraffa;
essere lenta nel distacco, come il bradipo;
desiderare di lavorare per la costruzione indefessamente,
come il castoro;
non voler lasciare la terra, come un vermiciattolo;
desiderare il cielo, come l’aquila.
venerdì 26 giugno 2015
Sola
Una sera tra me e me,
per tornare dal lavoro stanca,
per distinguere la luna alle sei del pomeriggio,
per ritirare i panni stesi asciutti lasciati sotto ai panni
bagnati,
per ascoltare il silenzio,
per assemblare un quadro che aspetta da tempo di essere appeso,
per considerare che una volta tanto si può cenare con due
pesche noci,
per godere sul balcone delle lunghe ombre del crepuscolo,
per sistemare i conti in sospeso,
per sorseggiare lentamente l’acqua fresca,
per scrivere un pensiero senza l’interruzione di chi ha
bisogno del computer,
per lasciare che il tempo scorra rispettando le
canoniche scadenze,
per non far partire l’aria condizionata che spesso è inutile
oltre che dannosa,
per caricare la lavastoviglie anche se il piatto sarà uno,
perché nessuno è rimasto a casa,
perché ogni tanto gli eventi corrispondono al desiderio di
stare soli,
per lasciare che la sera m’investa con dolci pensieri,
perché domini l’amabile memoria.
sabato 20 giugno 2015
venerdì 19 giugno 2015
lunedì 15 giugno 2015
lunedì 8 giugno 2015
Se Dio Vuole: Trailer
“Se Dio vuole” il titolo di un film che valeva la pena
andare a vedere, infilandomi in un cinema del centro, frequentato quasi
esclusivamente da nobili figuri, dai capelli bianchi.
Un titolo che post visione trasformerei in: “Come lasciarsi cambiare
lo sguardo e il cuore”. Di fatto, durante la proiezione di un’ora e mezza è questo
che accade: il miracolo del cambiamento di un io, interpretato dal figlio del
grande Gassman.
Ho divorato tutto il pacchetto di caramelle gommose nel
terrore che si trattasse di una interpretazione blasfema o irriverente, mentre invece
ho potuto constatare il tocco delicato di un regista che ha idea del
Cristianesimo e di cosa possa voler dire: abbiamo tutti bisogno di essere
voluti bene da Colui che c’è, basta educare gli occhi a riconoscerLo e non
avere paura del fatto che il percorso per raggiungerLo può non essere quello
che ci eravamo immaginati.
Buona visione, se riuscite a raggiungere la proiezione per
tempo!
Questi sono film che non fanno cassetta … e girano “troppo
poco”.
sabato 6 giugno 2015
domenica 17 maggio 2015
venerdì 15 maggio 2015
La Bellezza di sempre
La Bellezza di oggi, e di ogni istante, è riassunta da un frammento di brano scritto dal mio Santo protettore, che oggi ho potuto ascoltare.
Sottolineo: che ho potuto ascoltare, non leggere. Non l’ho potuto leggere perché non avevo con me gli occhiali. Non mi è più possibile interpretare lettere in quelle piccole macchie grigie, che ormai sono ai miei occhi le parole stampate.
Pertanto, cosa ha detto quella frase?
“Fratelli, noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”*.
Caspita, vero da subito anche grazie alla minuzia di non scorgere, bensì di udire.
Di fatto la verità del contenuto di quell’invisibile scritto ha raggiunto il mio cuore e ci sto pensando ancora ora, quando chi l’ha letto l’ha fatto più di dieci ore fa.
Diversi hanno raccolto il significato profondo di questo dire. Saint-Exupéry lo riprende nel “Piccolo Principe” e chissà quanti altri.
Anche io mi permetto di riprenderlo, perché oggi è stato emblematico.
La gioia di una festa non si può misurare, il dolce di un caffè non è solo legato allo zucchero che si può aggiungere, la bellezza di un sorriso non soddisfa perché lavorano i muscoli facciali.
Il bene possibile è come legami lievi, che fa da trama e ordito al tessuto vitale.
La possibilità di godere dell’invisibile agli occhi è propria di un cuore educato ad essere libero.
La sfida dell’eternità è saper attendere che si sveli quel che è celato dall’apparente.
*Tratto da seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 4, 18 - 5, 9
lunedì 11 maggio 2015
Casuali coincidenze o volontà impazzite? E' sempre la solita storia...
Camera Daria
Grazioli Grazia
Viola Celestina
Fuoco Modesto
Grandiosa Gloria
Felice Norma
Gallo Bruno
Gallina Rosa
Vaga Fiammetta
Grosso Angelo
Tortorella Bianca
Bacchetta Chiara
La Torre Pia
Vi prometto che alla prossima segnalazione delle studentesse in ostetricia, le autorizzo a non procedere con le denunce di nascita.
Grazioli Grazia
Viola Celestina
Fuoco Modesto
Grandiosa Gloria
Felice Norma
Gallo Bruno
Gallina Rosa
Vaga Fiammetta
Grosso Angelo
Tortorella Bianca
Bacchetta Chiara
La Torre Pia
Vi prometto che alla prossima segnalazione delle studentesse in ostetricia, le autorizzo a non procedere con le denunce di nascita.
domenica 10 maggio 2015
Archetipo di vacanza
Ho necessità di comunicare con un operatore Tim.
Mi ritrovo con un abbonamento che non ho mai consapevolmente
attivato.
Digito il 119.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 2.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 6.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 5.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 1.
Attendo l’elenco infinito dei numeri proposti.
Digito 0.
Attendo e finalmente sento una voce non registrata, viva.
Mi viene chiesto qual è il mio problema. Segnalo di essere
rimasta vittima di una truffa segnalatami da un sms. Io non ho mai attivato
volutamente quel contratto. L’interlocutore non pare sorpreso, mi conforta
dicendomi che si chiamano “trappole” , i sistemi informatici per cui cliccando
su una foto o qualcosa di apparentemente innocuo, si viene catturati da veri e
propri ladri senza scrupoli.
Mi viene chiesto il nome del sito interessato e mentre si
cerca di disattivare il contatto non voluto, la tosse allergica tradisce il mio
stato di salute. L’interlocutore incuriosito chiede se è per l’asma che viaggio
su siti con nomi che ricordano farmaci. No, segnalo che non è per quello, perché
la mia allergia è già curata. La voce inizia a confrontarsi su possibili
antistaminici efficaci. Si ritrova nelle stesse condizioni. Il confronto è
produttivo e ad un tratto l’operatore mi chiede che provenienza tradisce il mio
accento. Milano, rispondo io. A mia volta chiedo e mi sento dire: partenopeo.
Mi piace pensare a zone geografiche così belle, alla bella
Italia, e faccio presente che quei posti meravigliosi ieri sera non avevano niente
da invidiare al clima che ha permesso di organizzare la cena sul balcone, in
quei dell’hinterland milanese. Ma l’interlocutore rilancia, con fare nobile,
senza allusioni o equivoci, che la cena dal balcone vista luci dell’isola d’Ischia
è probabilmente più bella ancora. Confermo. Pertanto, induco a pensare che sono
stata da quelle parti almeno una volta nella mia vita. Ma no, non sono mai
stata, sono giusto passata ad alta velocità. Ho visto il golfo di Napoli dall’autostrada,
quando ero diretta a Marina di Camerota, nel Salernitano, diversi anni fa. Non
è possibile, mi sento rispondere. Signora la sua prossima vacanza deve assolutamente
prevedere un viaggio all’isola d’Ischia, anche se fosse inverno, perché nella
Baia di Sorgeto si può immergere tutto l’anno. Il calore delle sorgenti è tale,
che i sassi della piccola spiaggetta sono quasi incandescenti. Riprendo: ci si
può sempre organizzare per arrivare con una barchetta, magari in una stagione
non troppo affollata. Vengo approvata con vivacità.
Insomma, la truffa è risolta, il telefono definitivamente
schermato e il dialogo freddo e meccanico di un operatore Tim si è trasformato
in un colloquio d’attrazione turistica.
Evviva, anche oggi si pranza all'aperto!
Evviva l’estate! domenica 19 aprile 2015
giovedì 16 aprile 2015
Quarant'anni dopo
Un giorno un amico mi ha detto che il tempo è galantuomo.
E’ vero: il tempo è galantuomo, perché il tempo è vita.
Il tempo è come il mare.
Un mare in burrasca, che porta a secca quello che pensavi alla
deriva.
Un mare calmo, che lascia galleggiare le impurità e custodisce
sommerso il profondo.
Un mare appena appena increspato dal vento, che fa trasparire
le rughe dello scorrere dei giorni.
Il tempo è galantuomo, perché rivela il vero con il suo scorrere.
Così come la vita, il tempo porta all'essenza delle cose.
Man mano che i rami si irrobustiscono e le fronde si
ammantano, il tronco affonda con le radici dove è l’essere.
sabato 28 marzo 2015
Dalla magnolia al pioppo
I giorni di luce degli ultimi tempi permettono di scorgere
cose non sempre apprezzabili. I fiori della magnolia colpiscono anche quando il
cielo è grigio, le propaggini ancora spoglie del pioppo hanno dovuto aspettare
una mattina di bagliore, per essere distinte.
Mettersi a tavola per fare colazione, avendo il tempo di
sollevare le tende per lasciare entrare il chiarore del mattino, ha fatto si
che i miei occhi si fissassero sugli alberi che svettano dal prato aldilà della
piazzetta. Gli alberi sono sempre un’attrattiva per me. Li amo perché li sento
particolarmente forti, vivi, longevi. In particolare quello gigante, robusto, che
sovrasta tutti gli altri, cattura la mia attenzione. E’ un pioppo. Un pioppo
dai grandi rami ancora secchi, liberi dalle fronde. Guardandolo bene, vedo che
il tronco principale si staglia in diversi rami secondari, e questi, prima di
diventare tante sottili frasche, raggiungono il numero di cinque. Come le
cinque dita di una mano, così il pioppo si erge al cielo. E’ l’albore della
settimana giusta per vivere la supplica. La supplica del pioppo che attende le
foglioline che lo popoleranno tra qualche giorno, rinverdisce la supplica di
salvezza del mio cuore, in attesa della Pasqua.
mercoledì 18 marzo 2015
E’ fiorita la magnolia
Ai piedi della sala parto c’è in piccolo giardinetto che nutre una magnolia. Il mio sguardo per quasi cinque anni, si è posato tante, tante, tante volte su quell’albero. Mi ricordo bene, era uno sguardo che cercava riposo, quando dalla finestra del cucinotto, mi appoggiavo al davanzale sorseggiando l’ennesimo caffè, o l’ennesimo tè. Questo a seconda se era notte o se era giorno; anche se la circostanza era sempre la stessa: qualche minuto di intervallo per poi riprendere a seguire un travaglio, a strumentare un cesareo, ad “accettare” una donna. La sala parto è sempre stata frenetica, oggi come allora, e forse oggi più di allora. La magnolia è sempre stata pacata, lenta. Oggi come allora. Come una donna gravida. Quell’albero che d’inverno passa inosservato, spoglio, basso; ad un tratto verso marzo aprile si disincanta, e domina il piccolo spazio che lo rispetta. Io, nei momenti di pausa, registravo lo scorrere delle stagioni guardando quell’albero, come mi accade di fare guardando una donna che spinge: un’attesa di sorpresa; in attesa di stupirmi. Le fronde verdi, le foglie del colore della terra, la neve sulle fronde. Poi finalmente il “vagito”: un’esplosione di fiori giganti, di rosa sfumato dal pastello, al carico. Caldi, turgidi, coprenti l’osso dei rami. Una gioia! La certezza della primavera alle porte, della vita che non abbandona. Anche oggi si è posato il mio sguardo sulla magnolia, sui suoi boccioli, sul suo colore. Non ero però al davanzale del cucinotto, anche se la circostanza era ancora una volta la stessa: un breve intervallo di riposo tra l’attività del primo mattino e l’inizio della prima ora di lezione. La scaletta di ferro che scende al bar interno alla Mangiagalli è proprio a bordo delle radici della pianta. Un caffè preso scendendo al piano meno uno - così come il caffè preso nel cucinotto del primo piano – rispondono allo stesso desiderio di pausa rigenerante e offrono lo stesso spettacolo. Anche se passano gli anni, anche se cambiano gli impegni lavorativi, ancora oggi il mio cuore resta come la linfa della magnolia: desideroso di vita, capace di maieutica.
venerdì 6 marzo 2015
mercoledì 4 marzo 2015
domenica 1 marzo 2015
Preludio di primavera
Oggi si è fatta sentire la carezza della primavera. Oggi, primo giorno di marzo, al risveglio il tempo era mite. Ho deciso di mettere la giacca primaverile e di concedermi una giornata “zingara”. Ogni tanto mi capita di svegliarmi alla mattina – o meglio di andare già a letto la sera – con il desiderio che il tempo non sia dettato dalle scadenze dell’orologio o degli impegni prefissati. Inoltre, il desiderio è di stare un po’ sola. Sola con me stessa. In silenzio. Un silenzio per ascoltare i miei tempi, lasciando che siano quelli che sono. Non scanditi dall’insieme.
Così un primo del mese per pellegrinare. Concedermi d’alzarmi dopo il solito, di fare colazione con calma, di uscire, di incontrare un volto amico … così da lasciarmi accarezzare dai preludi della primavera, godendo di pace e sole.
Passare in uno o due negozi - che restano aperti anche la domenica - per cercare cose che forse non esistono. Fare tardi sul pranzo; che diventa l’occasione per stare ad un tavolino all’aperto. Recuperare un acquisto in saldo; perché so di aver messo il buono sconto - datato per oggi - in borsa. Passare dalla palestra per sfruttare l’assenza di sportivi; per fare qualche vasca. Ripartire verso casa fermandomi al super; per riempire il bagagliaio di frutta.
Così una domenica insolita; quando normalmente incontro tante persone e tante persone con cui si ha da discorrere.
Ma oggi va bene così; l’avevo preannunciato trovando consenso.
In fondo non è male riconoscere che a volte si ha da dire poche parole.
Oggi, avevo solo da dare e ricevere la carezza della primavera.
sabato 7 febbraio 2015
Sabato mattina
Alzarsi prima di quanto la necessità chiede, per avere cinque minuti per me, per pensare, per camminare in silenzio. E’ fatto che si perpetua tutti i sabato mattina. Con la scusa di comprare il pane, esco. Esco così come sono uscita di casa oggi, sgattaiolando fuori dal caldo, aprendo con il minor rumore possibile il blindo, quasi per non farmi sentire. Così comincia il cammino che costeggia le case basse, ancora addormentate, con le tapparelle chiuse e i giardinetti con i vialetti spazzati. Ormai non sono più bianchi neanche i tetti. Nella notte la neve si è sciolta quasi tutta, e nei pochi mucchi rimasti sulla strada, i solchi dei piedi che li hanno calpestati sono profondi, bagnati.
In realtà, forse, ora, sta piovendo. Goccioline sottili e ghiacciate cercano di attraversare il cappello e la sciarpa di lana, ma io non sento il fastidio della pioggia leggera. Così come mi rallegra il fiocco di neve, resisto al clima del mattino umido. Raggiungo il fornaio con passo lento, quasi non volendo accorciare troppo il tempo che mi concedo per stare sola.
So chi incontrerò in panetteria: la signora che mi servirà chiedendomi: “Il solito?” e Nicola. Quell’omino anziano di un’età indefinibile, che porta sempre con sé un cagnetto non suo. Loro fanno parte del momento, del rito, delle due parole che vanno oltre la cortesia perché il “Buongiorno signora” è sincero.
Può partecipare al tutto anche il panettiere, il marito della signora che sta riempiendo il mio sacchetto di bocconcini caldi. Quando capita che si affaccia alla porta che mette in comunicazione il forno con il negozio, come oggi, gli concedo sempre un largo sorriso. Cosa c’è di più bello di un uomo che ti dà il pane? Il pane per il corpo e il pane per lo spirito? Sono ciò che c’è di più bello al mondo, insieme alle montagne e al cielo.
E all’uscita dal negozio, la conclusione della prassi. Incamminarmi per partire con le attività che il giorno chiede, assaporando il pane appena sfornato. Uno, due, a volte tre panini. Tanto sono piccoli … penso sempre tra me e me; giustificando la ghiottoneria. E così il pensiero e il cammino terminano, per dare spazio a nuovi incontri e faccende, alimentata da un inizio semplice.
domenica 4 gennaio 2015
Inizio anno 2015
C’è un modo di dire simpatico che tutti gi anni, quando comincio l’anno, mi accompagna: “quello che fai il primo dell’anno, lo farai tutto l’anno!” Impegnativo – detto ciò - intrattenersi in qualsiasi attività, se si accetta come vero che quelle a cui si darà spazio il primo gennaio, saranno quelle che accompagneranno il susseguirsi dei trecentossesantacinque giorni dei dodici mesi che seguiranno. In ogni caso, per l’ironia che il detto comporta e per non sbagliare di perdere anche solo il bene di un giorno trascorso a livello del desiderio; anche quest’anno mi sono messa nelle condizioni di cominciare “bene” il 2015. Innanzitutto baci e abbracci ai famigliari presenti allo scocco della mezzanotte. Genitori, sorella, nipoti e cognato sono sicuramente presenze di cui essere grata. Ben presto ho spedito una serie di messaggi agli amici per augurare tutto il bene possibile. Di fatto dietro ad ogni invio c’è il sottinteso: ti avrei voluto qui con me, perché non riesco a concepirmi sola. Poi il brindisi e il panettone. Sono sicuramente un po’ festaiola e tanto golosa. Contemporaneamente lo sguardo è stato rivolto da tutti ai fuochi artificiali. Impossibile non incantarsi di fronte alla valle illuminata da un cielo multicolore. Poi il caldo del lettuccio. Il riposo è il primo modo per volersi bene. Nonostante la trapunta di piuma, sono stata costretta a stare rannicchiata per il freddo che altrimenti avrebbe assalito un piede o un braccio, ma il sacrifico del naso congelato è stato vinto dal penetrante profumo di camino. Ai risvegli notturni inevitabili è bene - dato che non escludiamo che si potrebbero perpetrare per tutto l’anno - dare uno spazio convogliato a dolci pensieri: abbracci che potranno essere dati, gusti e profumi che potranno essere assaporati, gite che potranno essere fatte, nostalgia di “bellezza”. Al risveglio: la colazione. Nel dubbio “del detto” è bene non lasciarsi mancare nulla di quello che è possibile e buono. Poi, lavarsi, pettinarsi, truccarsi (possibilmente domando qualcuno di quei segni che “ci si mette una vita a far comparire”), mettersi gli scarponi e incamminarsi in compagnia. I bisogni insostituibili sono: l’acquisto di generi di prima necessità, il godere dell’aria (in questo caso frizzante), del sole (in questo caso sfolgorante), del cielo (in questo caso azzurro intenso) e della voglia di raggiungere una meta. Per chiudere: il servizio a perché tutti i presenti possano essere messi nelle stesse condizioni: assicurarsi il possibile, irriducibile e inequivocabile perpetrarsi dei giorni che cercano e portano il desiderato. Ecco, alla luce del sopra-riportato, che il simpatico "detto" può essere modificato: "quello che hai fatto il primo dell'anno è stato così vero da desiderare che riaccada per tutto l'anno?" Ai sinceri, l'ardua risposta.
domenica 28 dicembre 2014
martedì 23 dicembre 2014
Natale Santo
Dalle «Omelie sulla Madonna» di san Bernardo,
abate
(Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54)
Hai udito, Vergine, che
concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera
di un uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta:
deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di
compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene
offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito
liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti
alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in
vita. Te ne supplica in
pianto, Vergine pia, Adamo, esule dal paradiso con la sua misera discendenza;
te ne supplicano Abramo e Davide; te ne supplicano insistentemente i santi
patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione
tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue
ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione
dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di
Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la
risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al
Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: di’ la tua parola umana e
concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola
eterna. Perché tardi? Perché
temi? Credi all’opera del Signore, da’ il tuo assenso ad essa, accòglila. Nella
tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo
devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa
sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel
silenzio è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella
parola. Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il
grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le
genti batte fuori alla porta. Non sia che, mentre tu sei titubante, egli passi oltre
e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Lèvati su, corri,
apri! Lèvati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. «Eccomi», dice, «sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38)
lunedì 8 dicembre 2014
Luce riflessa e panorama da sogno
Se devo immaginare un panorama da sogno, penso alla luna e penso alla montagna.
Le due cose sono facilmente accumunabili e chicchessia potrebbe nel suo immaginario pensare di aver capito a cosa mi riferisco.
In realtà la mia immaginazione non è per qualcosa di pensato, bensì per qualcosa che accade realmente in una notte di luna piena, a cielo terso, ad una certa quota.
Quello che accade è luce.
C’è qualcosa di speciale quando la luce riflessa della luna, diventa a sua volta luce riflessa dalla neve, tanto che la montagna risulta essere inequivocabilmente illuminata.
In più l’altra notte c’era anche qualche nuvoletta, che in modo altrettanto baldanzoso era luminosa, anche se il mio sguardo si è posato sul quadro nella mezzanotte.
Affascinante come la luce del sole, adombrata dall’ombra della terra che si proietta nello spazio, riesce lo stesso a raggiungere quell’emisfero di terra che sarebbe nel buio.
Riusciamo a non passare sempre e comunque le nostre notti all’ombra della terra, e quando succede che il riverbero lunare ha dei riflettori nevosi, lo spettacolo fa superare il sonno.
Resterei ore a contemplare, se non fosse che il freddo dello stare vicino alla vetrata mi rende nostalgica del torpore della trapunta.
Per questa volta sono contenta così. So che ci saranno altre occasioni. Si tratta solo di saper aspettare.
Pertanto, posso tornare a sognare quello che accade.
domenica 23 novembre 2014
venerdì 14 novembre 2014
Il rosso di una giornata
I cuscini al risveglio;
gli orecchini come prima cosa da indossare;
il rossetto, anche se poco;
l'albero disegnato sul copriletto;
la giacca di finta pelle;
il colore della metropolitana;
l'edera meravigliosa sull'albero davanti al padiglione Litta;
le correzioni alla tesi;
il commento alla mail;
l'acqua del te ai frutti rossi;
il pomodoro sulla pizza in mensa;
il succo d'arancia al rientro a casa;
la spia della lavatrice;
la spia della lavastoviglie;
la striscia sulla scatola del sale;
la striscia sulla scatola del brillantante;
il sangue del coniglio che devo cucinare;
il sangue dal piede tagliato con i cocci della coppetta caduta in frantumi;
la conserva di pomodori scaduta;
i pomodorini sulla tavola;
il portatovagliolo;
la testa della saliera;
la presina fatta all'uncinetto;
i fiori sullo strofinaccio;
il sacchetto di stoffa da stirare;
la custodia del telefono che suona (quello che mi ha fatto la mia mamma);
il golf che indossa chi mi appare sul display del telefono;
il tasto da schiacciare per terminare la conversazione.
E per finire commento:
desidero ricordarmi di te, come mi accorgo del rosso che riconosco.
domenica 12 ottobre 2014
Il ciliegio è rosso
Il mattino è dall’aria fresca
Le nubi sono basse
La casa all’orizzonte è chiusa
La montagna innevata si nasconde
Il pensiero ricerca
Lo scritto ha le lettere contate
La singola parola va corretta
Il periodo semplificato
I caloriferi sono accesi
Il camino lascia spazio allo sguardo
Si ricorda la baita
Si ascolta la pioggia che cade sul tetto
Non si cerca distrazioni
Non si vuole perdere l’ispirazione
Si scrive il paper
Si dà un suggerimento
Si lavora in silenzio
Si ode qualcosa
Il torrente è gonfio
L’aria ha il profumo di nostalgia
Manca ciò che si desidera di più
E’ finita l’estate
Si sta colorando l’autunno
Il ciliegio era in fiore
Il ciliegio è rosso
Si torna a casa…
Le nubi sono basse
La casa all’orizzonte è chiusa
La montagna innevata si nasconde
Il pensiero ricerca
Lo scritto ha le lettere contate
La singola parola va corretta
Il periodo semplificato
I caloriferi sono accesi
Il camino lascia spazio allo sguardo
Si ricorda la baita
Si ascolta la pioggia che cade sul tetto
Non si cerca distrazioni
Non si vuole perdere l’ispirazione
Si scrive il paper
Si dà un suggerimento
Si lavora in silenzio
Si ode qualcosa
Il torrente è gonfio
L’aria ha il profumo di nostalgia
Manca ciò che si desidera di più
E’ finita l’estate
Si sta colorando l’autunno
Il ciliegio era in fiore
Il ciliegio è rosso
Si torna a casa…
venerdì 3 ottobre 2014
Il principe ranocchio
Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare.
E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: "Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi."
Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. "Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!" disse, "piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte." "Chétati e non piangere," rispose il ranocchio, "ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco?" "Quello che vuoi, caro ranocchio," diss’ella, "i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro."
Il ranocchio rispose: "Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro."
"Ah sì," diss’ella, "ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla." Ma pensava: «Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana!». Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via.
"Aspetta, aspetta!" gridò il ranocchio: "prendimi con te, io non posso correre come fai tu." Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro - plitsch platsch, plitsch platsch - qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: "Figlia di re, piccina, aprimi!" Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: "Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?" "Ah no," rispose ella, "non è un gigante, ma un brutto ranocchio." "Che cosa vuole da te?" "Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me."
Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: "Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m'hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!" Allora il re disse: "Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri". Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: "Sollevami fino a te." La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: "Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme." La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: "Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire."
La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: "Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno." Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: "Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre." Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: "Adesso starai zitto, brutto ranocchio!" Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.
La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò: "Rico, qui va in pezzi il cocchio!"
"No, padrone, non è il cocchio,
bensì un cerchio del mio cuore,
ch'era immerso in gran dolore,
quando dentro alla fontana
tramutato foste in rana."
Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.
Be... notevole la fiaba, ma incredibile il pupazzo!
E' il regalo per un bambino... ma lo voglio anch'io!
venerdì 26 settembre 2014
Forse è il team giusto quello con cui lavoro... EVVIVA!
26-Sep-2014
Dear Dr. Mauri:
Congratulations! It is a pleasure to accept your manuscript entitled
"ITALIAN MIDWIVES' EXPERIENCE TOWARDS LATE TERMINATION OF PREGNANCY. A
PHENOMENOLOGIC-HERMENEUTIC STUDY" for publication in Nursing and Health
Sciences.
.
Thank you for your fine contribution. On behalf of the Editors of the
Nursing and Health Sciences, we look forward to your continued contributions
to the Journal.
Yours sincerely,
Professor Teresa Stone
Editor-in-Chief, Nursing & Health Sciences
mercoledì 17 settembre 2014
Madama Butterfly
Ho finito di lavorare e mi dirigo verso la stazione della
metropolitana per tornare a casa. Ho appena attraversato via Larga e sono già
in Piazza Fontana. Cammino a lunghe falcate perché non voglio attardarmi sul
percorso. Svolto a sinistra e mi rallegro dello spettacolo del Duomo che mi
accingo ad affiancare. Ad un tratto mi stupisco di sentire nitidamente una voce
di donna che canta. E’ una voce impostata, difficilmente una radio o un
qualsiasi mezzo di diffusione del suono potrebbe trasmettere così limpidamente.
Continuo a procedere lesta anche se la curiosità inizia a rallentarmi. Sono già
all’altezza della porta laterale della Cattedrale e la melodia continua a
tenere il volume. Ora che è qualche istante che l’ascolto, distinguo che si
tratta di Opera … Puccini!? Non intendo bene le singole parole, ma potrebbe
essere il dramma di Madama Butterfly. Impossibile … Torno indietro e cerco di
scorgere la fonte. Finalmente la vedo, il soprano è una donna sulla sessantina,
ben vestita, dignitosa, che senza microfoni si nasconde ai piedi dell’abside.
Sotto i raggi del sole di marmo della vetrata che chiude la navata centrale,
sull’esterno, libera dalle amplificazioni per l’acustica, la donna continua a
cantare. E’ incredibile poter apprezzare le note di un’arte che ai più non
interessa, sotto il cielo di un tardo pomeriggio. Ormai sono ferma. Il fascino
e la commozione trasportano il mio pensiero lontano. Vorrei cercare di capire
perché si arriva ad accettare di usare un mondo indifferente come palcoscenico
e mi immobilizzo. Riesco solo a
recuperare alcune monete che ho nel borsellino per lasciarle nel sacchetto
riposto a pochi metri dall’artista, in attesa di incrociare lo sguardo degli
occhi di lei. E’ allora che rivedo in un attimo tutta la bellezza di cui mi è
stata data la fortuna di godere oggi. E dopo ciò - affidando quella donna al
Santo protettore degli artisti che sicuramente è elevato su una delle guglie
che la sovrasta - mi metto in marcia per ripartire.
domenica 14 settembre 2014
Un Barolo annata '67
Si susseguono mattini in cui il risveglio pone una domanda
sincera: perché vale la pena alzarmi?
La risposta è interessante, perché non si proietta nel
futuro, non si quieta in una progettualità come verrebbe da pensare: devo fare,
ho programmato di riuscire a, devo realizzare di … Questa posizione indurrebbe solo
agitazione.
Bensì, la risposta pacificante e stimolante, attinge
dall’esperienza passata. Si alimenta di memoria.
E’legata ad uno sguardo un tempo sconosciuto che so essermi
diventato amico; è per un viaggio che potrebbe stancare, che al contrario mi ha
riposata; è per una cena inaspettata a vista lago; è per una dormita in
montagna quando pensavo che le vacanze fossero finite; è per una colazione
possibile perché mi era già stato offerto del pane, ma per la quale
successivamente qualcuno ha pensato di comprarmi una briosce; è perché pur
essendo cittadina doc mi è dato di cogliere prugne direttamente dall’albero; è
perché il silenzio permette di dire cose che altrimenti non potrei dire; è
perché posso consegnare un pensiero e rimettere le cose nella giusta
dimensione; è legata al ritorno a casa e a chi mi aspetta anche se non aveva
capito che tornavo presto; è l’azzurro del cielo che porta il calore sulle
spalle; è un esame lungo lungo che diventa ancora più lungo perché una
studentessa trova modo di aprirsi; è un trenta e lode dato con tutte le
ragioni; è un ventinove per qualcuno a cui avrei voluto dare trenta; è vedere sedute
a cerchio sul prato della Guastalla le ostetriche di domani; è guardare la
compagnia delle donne che mi sono date; è riuscire a pranzare sul balcone perché
è una domenica di sole; è la ricerca del bello che avevo iniziato ad
intravvedere ieri e di cui posso essere più certa oggi.
La risposta pacificante a quel grido del mattino - per me -
è proprio perché se guardo con attenzione, è già accaduto qualcosa che non mi
ero aspettata. Qualcosa, quando non me lo sarei aspettata. Qualcosa di più di
quello che mi ero aspettata.
E’ legata al fatto che - come succede ad un vino “buono” - come
un Barolo annata ’67 – è tanto più “ricco”, tanto più invecchia, tanto più
“interiorizza ciò che è stato portato dal tempo che passa”.
E’ legata al fatto che sia che lo voglia - sia che non lo
voglia - in realtà mi è stato promesso qualcosa. E’ legata al fatto che esiste
il “centuplo” e alla fine di ogni giorno guardando a quello che accade, posso
riconoscere d’averlo sperimentato … o quantomeno, d’averlo visto!
La ragione di vivere è già “nella carne”, è solo da
riconoscere che anche oggi la sto cercando.
domenica 13 luglio 2014
Di Nuovo in Gioco
Un padre, una figlia. Orfani; cercano il primo di proteggere l'altra, e l'altra di piacere al primo. Così facendo però, non possono essere liberi di essere loro stessi e non riescono a comprendersi. Il baseball fa da primo interprete e un lanciatore "bruciato" fa da spalla. Il film è piacevole, e la domenica pomeriggio si prestava al relax.
venerdì 11 luglio 2014
Levatrice
Venticinque anni che faccio un lavoro meraviglioso: “entrare
nel mondo donna”.
Quante ne avrò incontrate di donne, di mamme, di famiglie. Non
lo saprò mai, perché non ho tenuto il conto, e di questo un po’ mi dispiace. Ma
quello che mi dispiace di più è che non mi è possibile ricordare ogni singola assistenza.
Ieri sono stata fermata, prima di scendere al piano seminterrato dove lavoro,
da un’ausiliaria. Una donna che vedo spesso, che mi sorride sempre, che è
solare come la sua divisa arancione. Dopo il canonico saluto legato all’incontro,
insolitamente mi ferma. Ha il coraggio di dirmi: “Mio figlio compie oggi
ventuno anni, sai, è nato ventuno anni fa alla una di notte… e al parto mi hai
assistito tu. Ma tu non ti ricordi, chissà quante ne hai viste!?”
Mi commuovo. Mi sento toccata su corde profonde. Mi
interrogo: avrò fatto bene quello che c’era da essere?
Mi faccio coraggio e le chiedo: “Che bello! Hai un bel
ricordo!? Com’è tuo figlio adesso?”
Mi apre la galleria del suo iPhone e mostra la foto di un giovane
uomo sorridente, che fa l’occhiolino e con il dito esprime l’ok.
Mi sforzo di far emergere dalla mente il momento in cui ho
preso in braccio quel neonato. Cerco di ricordarmi del suo primo vagito, di
quando l’ho affidato alle mani tese di questa mamma che adesso sostiene un
telefonino. Ho forse una vaga reminescenza.
Sono interrotta nel pensiero perché la donna riprende: “Si,
ho un bel ricordo, eri tranquilla, mi hai dato fiducia, è andato tutto bene”.
Ecco, finalmente si scioglie il mio timore di smemore: il mio lavoro è per
salvaguardare che vada tutto bene, e quella volta è andato tutto bene. Ma il
vero bene non è perche ventuno anni fa lei è rimasta contenta, il bello è che
lei e suo figlio sono contenti ora. Io ho solo aiutato a mettere un mattone, perché
si possa esprimere vita.
Questo non è solo chiesto al mio lavoro da professionista.
Credo che questo sia un po’ l’amare.
Credo che questo sia un po’ lo scopo stesso del vivere.
Dare l’opportunità all’altro, di riconoscere un’intensità di
vita.
La prossima settimana torno in sala parto. Sono quasi finiti
gli esami e riesco a trovare un po’ di tempo per insegnare sul campo. Mi manca
la trincea, anche se un po’ mi intimorisce sempre, perché la domanda è la
stessa ogni volta: farò bene ciò che è da essere?
E’ un’incognita che va affidata.
Non posso fare a meno di accettare la sfida del vivere.
Non voglio ridurre la possibilità di imparare ad amare.
Non posso fare a meno di accettare la sfida del vivere.
Non voglio ridurre la possibilità di imparare ad amare.
domenica 15 giugno 2014
Una sera di festa
Il pomeriggio piovoso di una domenica estiva, si prestava nel
mio immaginario, ad un tempo premiato da una serie di vasche nella calda
piscina a cui sono iscritta; ma come i pensieri vanno quando e dove vogliono -
con difficile successo al tentativo di arginarli - così all’ispirazione per lo
scrivere non posso comandare, e se lo scelgo, posso solo soggiacere.
E’ così che questo grigio e malinconico pomeriggio, si è
trasformato in un rapporto serrato con la tastiera e con la testa, per
estrapolare a lettere nere su foglio bianco in proiezione, la traccia del
prossimo articolo, che inizia così ad avere una forma - oltre che un database.
Mi sono lasciata introdurre dagli autori studiati durante il
dottorato, per poi scorrere gli articoli più recenti e scaricati via web nelle
scorse settimane. PubMed ha aperto la mattinata … e forse proprio per il
messaggio che ha dato imprinting al tempo di oggi, PubMed chiude il tempo di
studio con la serata.
Ora, prima che termini il lavoro sui tasti - così come ho
scelto di arrendermi al fervore amanuense per il paper - perché non continuare
con una creatività per il blog?
In fondo in fondo, il blog rende pubblico ciò
che già è, o che vorrei che fosse.
Pertanto insisto.
Quando
ero piccola il mio pensiero scritto era su una carta, rilegata con una
copertina rigida e quadrata, tenuta da un lucchetto d’oro, di cui persi quasi subito
la chiave - per cui il segreto non fu mai. Ora il diario è in uno spazio
digitale che viene definito virtuale, ma che forse rende possibile esercitare
una passione che a non tutti è cara: scrivere. Pertanto scrivo. Scrivo le
parole che chiudono un giorno di festa, che lascia al tempo di domani, di dire
quello che oggi non sono riuscita. E ora che l’istante sarà riposo del corpo - se possibile - che sia anche riposo di pensiero.
venerdì 23 maggio 2014
Nostalgia
Nostalgia di montagna da quando sono nata
Nostalgia di mare da quando so che esiste la torre di Porto
Selvaggio
Nostalgia della neve quando è estate
Nostalgia del sole quando piove
Nostalgia dei fiori d’inverno
Nostalgia dei colori quando è grigio
Nostalgia di dolce quando sono stanca
Nostalgia di salato se penso all’agriturismo
Nostalgia di buona musica quando c’è rumore
Nostalgia di silenzio quando tutti parlano insieme
Nostalgia di tecnologia quando le cose non funzionano
Nostalgia di scrivere una lettera per scrivere qualcosa di
importante
Nostalgia di un parto se sto facendo troppa teoria
Nostalgia di un bel libro se sono troppo affaccendata
Nostalgia di casa se sto girando a vuoto
Nostalgia di un viaggio se cerco la bellezza
Nostalgia d’arte se la bruttura mi urta
Nostalgia di natura se tutto è troppo costruito
Nostalgia al mattino
Nostalgia alla sera
Nostalgia vera
Nostalgia profonda
Nostalgia di te
lunedì 21 aprile 2014
S. Pasqua 2014
Sono partita per la montagna dopo un ripetersi di giornate
in cui il cielo aveva assunto un colore settembrino e la città tersa lasciava
intravvedere all'orizzonte spettacoli da riscoprire.
Speravo nella stessa opportunità a quote più alte e il
Giovedì Santo prima della S. Pasqua mi ha esaudita.
Vedere oltre il guardare lo davo legato al non avere
impedimenti nel farlo o all'aria trasparente, ma l’arrestarmi sotto al ciliegio
in fiore di quella salita che porta alla Chiesetta di S. Clemente, e il pensare
che la mia fotografia poteva memorizzarlo così come fece Van Gogh, mi ha aperto
un nuovo spazio di comprensione.
Ora cerco di farmi intendere con un parallelismo.
Sbucciando l’arancia, solitamente penso: ho fame, ho sete,
potrò soddisfare la mia fame o la mia sete … o forse solamente la mia “gola”.
Non mi era mai capitato di constatare: “che bella!” Altrimenti detto: “Che
audacia creativa, che perfezione, che colore racchiusi in una sfera di buccia ... che buona”.
Ecco, questa cosa l’ho fatta oggi, davanti all'arancia delle
dieci del mattino, ricordandomi quello che mi è successo sotto al ciliegio. Di
fatto “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità”.*
Pertanto, la reale soddisfazione, così come la vera e
tormentata arte di Van Gogh, non sono legate ad un superficiale appagamento di
un bisogno temporizzato. Lo stupirmi e il trattenere un’esperienza costruttiva,
sono vincolate dal tentativo di individuare in quei rami tempestati unicamente
da fiori fruttiferi che si stagliano nel turchino, che “la vita non è ricerca
di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale ci si
accorge che esso combacia con il proprio destino e si trova la pace”* che
permette di poter continuare a vivere la vita, come ricerca del senso del
vivere.
Così tutto diventa realmente pasquale – cioè - risurrezione
del “Bello”.
*C. Pavese “Il mestiere di vivere”
venerdì 28 marzo 2014
Chesterton (citazione)
Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, correnti filosofiche, bambini, costellazioni, cattedrali, l'opera, montagne, cavalli, poesie - tutti questi sono solo travestimenti. Qualcosa cammina sempre tra noi con abiti mascherati, indossa il mantello grigio di una chiesa o il mantello verde di un prato. Lui è sempre lì dentro, la Sua forma riempie le pieghe in un modo così superbo.
martedì 25 marzo 2014
Nove mesi prima...
Un giorno speciale nove mesi prima di un altro giorno
speciale.
Se avessi potuto io decidere di incarnarmi, perché l’avrei
fatto?
Forse per dimostrare la possibile indissolubilità della
diversità di un uomo e una donna, che ormai su questa terra si contesta.
Forse per arrivare a toccare la realtà fisicamente, quando
si rischia di accontentarsi del virtuale.
Forse per dimostrare che ciò che costruisce in questo mondo
- che se è per se stesso implode - è solo l’amore.
Forse per perpetrare qualcosa dei miei avi: è così evidente
di fronte alla morte che ciascuno lotta per l’immortalità.
Forse per essere grata della vita; quando troppo spesso ci
si dimentica della bellezza che è.
In realtà non ho scelto io di incarnarmi, ma Chi lo ha
permesso - e lo ha fatto all’Origine - ha anche reso possibili tutti i "forse" di
quello che è desiderabile.
lunedì 17 marzo 2014
Una bella giornata
Oggi, una bella giornata.
Sarà perché ieri sera il mio cuore si è addormentato sazio.
Sarà perché la notte ho dormito profondo.
Sarà perché stamattina il cielo era di un colore speciale.
Sarà perché sono riuscita a fare tutto quello che mi hanno chiesto di fare, tranne quello che avevo programmato.
Sarà perché ho rimandato il mio pranzo a fine giornata con un buon gelato.
Sarà perché la Madonnina in cima al Duomo brillava.
Sarà perché il sole mi ha scaldato alle spalle tutto il tragitto.
Sarà perché la bellezza è solo da riconoscere.
Oggi è una bella giornata.
Sarà perché ieri sera il mio cuore si è addormentato sazio.
Sarà perché la notte ho dormito profondo.
Sarà perché stamattina il cielo era di un colore speciale.
Sarà perché sono riuscita a fare tutto quello che mi hanno chiesto di fare, tranne quello che avevo programmato.
Sarà perché ho rimandato il mio pranzo a fine giornata con un buon gelato.
Sarà perché la Madonnina in cima al Duomo brillava.
Sarà perché il sole mi ha scaldato alle spalle tutto il tragitto.
Sarà perché la bellezza è solo da riconoscere.
Oggi è una bella giornata.
domenica 2 marzo 2014
Coperture pneumatiche
Oggi mi sono distratta quando attratta da un avvenimento ho iniziato a fissare cosa stava succedendo e pertanto sono rimasta a guardare.
Entra una carrozzina motorizzata di quelle per handicappati. Sopra è seduta in un modo tutto tranne che comodo, una donna che ha un'età indefinibile. La donna ha al seguito una madre e un padre - apparentemente settantenni - che la incoraggiano e le sorridono.
La donna guidatrice accosta la carrozzina alla panca.
La madre e il padre si accomodano sulla panca scelta dalla figlia, ma la carrozzina resta evidentemente troppo lontana dalla panca.
Comincia una sapiente manovra di andata e ritorno, andata e retromarcia, retromarcia e marcia... per avvicinare il più possibile - fisicamente - la propria persona al corpo di coloro dai quali ci si sente amati.
L'affaccendarsi sembra funzionare, ma ad un tratto la ruota comincia a rimbalzare contro la panca.
Lo spazio dei pneumatici impedisce il contatto ricercato e l'effetto bumerang invece di ottenere solidarizzazione (come si direbbe in ostetricia), desolidarizza.
E' un dolore che comprendo: la ricerca di qualcosa che le coperture pneumatiche rendono impossibile, o forse che tutta la vita cerca come risoluzione dell'impossibile distanza da chi amiamo, che non può essere sopportata neanche per un'ora domenicale che sembra incollare.
Quante manovre per accettare che forse la vittoria sullo spazio è data da qualcosa - che per i più - resta intangibile.
Entra una carrozzina motorizzata di quelle per handicappati. Sopra è seduta in un modo tutto tranne che comodo, una donna che ha un'età indefinibile. La donna ha al seguito una madre e un padre - apparentemente settantenni - che la incoraggiano e le sorridono.
La donna guidatrice accosta la carrozzina alla panca.
La madre e il padre si accomodano sulla panca scelta dalla figlia, ma la carrozzina resta evidentemente troppo lontana dalla panca.
Comincia una sapiente manovra di andata e ritorno, andata e retromarcia, retromarcia e marcia... per avvicinare il più possibile - fisicamente - la propria persona al corpo di coloro dai quali ci si sente amati.
L'affaccendarsi sembra funzionare, ma ad un tratto la ruota comincia a rimbalzare contro la panca.
Lo spazio dei pneumatici impedisce il contatto ricercato e l'effetto bumerang invece di ottenere solidarizzazione (come si direbbe in ostetricia), desolidarizza.
E' un dolore che comprendo: la ricerca di qualcosa che le coperture pneumatiche rendono impossibile, o forse che tutta la vita cerca come risoluzione dell'impossibile distanza da chi amiamo, che non può essere sopportata neanche per un'ora domenicale che sembra incollare.
Quante manovre per accettare che forse la vittoria sullo spazio è data da qualcosa - che per i più - resta intangibile.
giovedì 20 febbraio 2014
Ieri... per concedersi anche un film
Giornata per pensare:
è giornata che permette di guardare anche un bel film,
un film bello perchè chi interpreta cerca la verità,
e cercare la verità è ragione per una giornata per pensare.
giovedì 23 gennaio 2014
Discussioni tra feti... o tra uomini?
Nell’utero di una donna gravida gemellare si trovavano
due fratellini gemelli identici. Ormai vicini al termine della gravidanza
iniziavano a trattare argomenti di discussione sempre più articolati.
“Tu credi nella vita dopo che saremo fuori da qui?
Diciamo dopo il parto?”.
“Certo. Qualcosa dopo il parto c’è sicuramente e noi
siamo qui dove siamo proprio per prepararci a quello; a quello che verrà dopo”.
“Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Anche perché
come potrebbe essere la vita? Sarebbe impossibile per noi vivere così come
siamo!”
“A questa domanda non so rispondere. Non so, ma
sicuramente so - perché in parte già vedo - che ci sarà più luce che qua
dentro, anche perché la luce se guardi bene viene da fuori. E poi magari avremo
più spazio per le braccia e per le gambe e per altre cose che adesso sappiamo
di avere ma non riusciamo a capire cosa potrebbero servire … Magari cammineremo con
le nostre gambe, correremo e giocheremo a calcio o potremo gustare cose
deliziose con la bocca… visto che adesso scalciamo e assaporiamo lo zucchero
del liquido amniotico”.
“Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare
dalla bocca qualcosa di diverso da quello che riusciamo a bere? Ridicolo! E’
solo il cordone ombelicale che ci porta vita … anzi, ci dice anche che la vita
dopo il parto è da escludere, perché è troppo corto per arrivare fuori da qui”.
“Invece io credo che debba esserci qualcosa. Certo, sarà
diverso da quello cui siamo abituati ad avere già, sarà di più.
In fondo qui dentro ci sei solo tu, e io ti voglio bene… ma io capisco che
vorrei voler bene di più, e magari a qualcuno di un po’ diverso da me stesso …”.
“O quante storie, nessuno è mai venuto da un posto fuori
da qui, nessuno è tornato dopo il parto a dirci cosa c’è fuori e poi come fai a
sapere che può esserci qualcuno con la faccia o con il corpo diverso dal
nostro? Sono tutte tue immaginazioni. Uscire da qui sarà la fine della vita e
in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che
ci porta al nulla”.
“Beh, ti confermo che io non so esattamente come sarà
dopo il parto, ma sicuramente capisco che vedremo almeno la mamma e che lei si
prenderà cura di noi”.
“Mamma? Tu credi nella mamma? E perché se c’è non si
fa vedere adesso?”
“Che sciocco che sei. Certo che si fa vedere già da
adesso … è tutta intorno a noi, ci contiene! E’ in lei e grazie a lei che
viviamo. Senza di lei il nostro mondo non esisterebbe. Da chi pensi che siano
fatte queste pareti?”
“Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma,
per cui, è logico che non esista”.
“Ma scusa, quando a volte - soprattutto quando siamo
in silenzio - si riesce a sentire la voce, a percepire la sua carezza
attraverso la parete che ci avvolge. Tu cosa pensi? E’ lei che ci parla e accarezza
il nostro mondo. E poi sento anche un’altra voce, più profonda, più forte, che
spesso le sta vicino vicino… e sento anche della musica e dei rumori. Io credo
ogni giorno di più che ci sia una vita fuori da qui, che ci aspetta qualcosa di
grande, che le nostre mani potranno costruire qualcosa di bello, abbracciare e
che potremo fare per essere sempre più contenti!”.
“Sarà, ma io non mi fido e cerco di non pensare. Vedo
solo quello che vedo e del mio cuore ascolto solo che batte. Non mi interessa
scervellarmi o illudermi, non voglio restare deluso e faccio finta di niente”.
Ma un giorno iniziarono le contrazioni e un intenso
massaggio ritmico e inesorabile costrinse i gemellini ad affacciarsi alla luce
del canale del parto.
Il primo ad essere partorito fu proprio
il fratellino scettico, che trovatosi improvvisamente accolto dalle mani dell’ostetrica
che lo appoggiarono delicatamente tra le braccia della mamma e i baci del papà,
piangendo irrefrenabilmente cominciò ad urlare:
“E’ tutto vero! Avevi ragione! Sbrigati a venire fuori
… pigrone!”
domenica 5 gennaio 2014
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