domenica 12 ottobre 2014

Il ciliegio è rosso

Il mattino è dall’aria fresca
Le nubi sono basse
La casa all’orizzonte è chiusa
La montagna innevata si nasconde
Il pensiero ricerca
Lo scritto ha le lettere contate
La singola parola va corretta
Il periodo semplificato
I caloriferi sono accesi
Il camino lascia spazio allo sguardo
Si ricorda la baita
Si ascolta la pioggia che cade sul tetto
Non si cerca distrazioni
Non si vuole perdere l’ispirazione
Si scrive il paper
Si dà un suggerimento
Si lavora in silenzio
Si ode qualcosa
Il torrente è gonfio
L’aria ha il profumo di nostalgia
Manca ciò che si desidera di più
E’ finita l’estate
Si sta colorando l’autunno
Il ciliegio era in fiore
Il ciliegio è rosso
Si torna a casa…

venerdì 3 ottobre 2014

Il principe ranocchio








Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.




Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare.



E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: "Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi."



Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. "Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!" disse, "piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte." "Chétati e non piangere," rispose il ranocchio, "ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco?" "Quello che vuoi, caro ranocchio," diss’ella, "i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro."



Il ranocchio rispose: "Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro."



"Ah sì," diss’ella, "ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla." Ma pensava: «Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana!». Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via.



"Aspetta, aspetta!" gridò il ranocchio: "prendimi con te, io non posso correre come fai tu." Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.



Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro - plitsch platsch, plitsch platsch - qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: "Figlia di re, piccina, aprimi!" Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: "Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?" "Ah no," rispose ella, "non è un gigante, ma un brutto ranocchio." "Che cosa vuole da te?" "Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me."



Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: "Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m'hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!" Allora il re disse: "Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri". Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: "Sollevami fino a te." La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: "Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme." La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: "Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire."



La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: "Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno." Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: "Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre." Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: "Adesso starai zitto, brutto ranocchio!" Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.



La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò: "Rico, qui va in pezzi il cocchio!"



"No, padrone, non è il cocchio,

bensì un cerchio del mio cuore,

ch'era immerso in gran dolore,

quando dentro alla fontana

tramutato foste in rana."



Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.



Be... notevole la fiaba, ma incredibile il pupazzo!
E' il regalo per un bambino... ma lo voglio anch'io!

venerdì 26 settembre 2014

Forse è il team giusto quello con cui lavoro... EVVIVA!



26-Sep-2014

Dear Dr. Mauri:

Congratulations! It is a pleasure to accept your manuscript entitled 
"ITALIAN MIDWIVES' EXPERIENCE TOWARDS LATE TERMINATION OF PREGNANCY. A 
PHENOMENOLOGIC-HERMENEUTIC STUDY" for publication in Nursing and Health 
Sciences. 

.

Thank you for your fine contribution.  On behalf of the Editors of the 
Nursing and Health Sciences, we look forward to your continued contributions 
to the Journal.

Yours sincerely,

Professor Teresa Stone
Editor-in-Chief, Nursing & Health Sciences




mercoledì 17 settembre 2014

Madama Butterfly

Ho finito di lavorare e mi dirigo verso la stazione della metropolitana per tornare a casa. Ho appena attraversato via Larga e sono già in Piazza Fontana. Cammino a lunghe falcate perché non voglio attardarmi sul percorso. Svolto a sinistra e mi rallegro dello spettacolo del Duomo che mi accingo ad affiancare. Ad un tratto mi stupisco di sentire nitidamente una voce di donna che canta. E’ una voce impostata, difficilmente una radio o un qualsiasi mezzo di diffusione del suono potrebbe trasmettere così limpidamente. Continuo a procedere lesta anche se la curiosità inizia a rallentarmi. Sono già all’altezza della porta laterale della Cattedrale e la melodia continua a tenere il volume. Ora che è qualche istante che l’ascolto, distinguo che si tratta di Opera … Puccini!? Non intendo bene le singole parole, ma potrebbe essere il dramma di Madama Butterfly. Impossibile … Torno indietro e cerco di scorgere la fonte. Finalmente la vedo, il soprano è una donna sulla sessantina, ben vestita, dignitosa, che senza microfoni si nasconde ai piedi dell’abside. Sotto i raggi del sole di marmo della vetrata che chiude la navata centrale, sull’esterno, libera dalle amplificazioni per l’acustica, la donna continua a cantare. E’ incredibile poter apprezzare le note di un’arte che ai più non interessa, sotto il cielo di un tardo pomeriggio. Ormai sono ferma. Il fascino e la commozione trasportano il mio pensiero lontano. Vorrei cercare di capire perché si arriva ad accettare di usare un mondo indifferente come palcoscenico e mi  immobilizzo. Riesco solo a recuperare alcune monete che ho nel borsellino per lasciarle nel sacchetto riposto a pochi metri dall’artista, in attesa di incrociare lo sguardo degli occhi di lei. E’ allora che rivedo in un attimo tutta la bellezza di cui mi è stata data la fortuna di godere oggi. E dopo ciò - affidando quella donna al Santo protettore degli artisti che sicuramente è elevato su una delle guglie che la sovrasta - mi metto in marcia per ripartire.

domenica 14 settembre 2014

Un Barolo annata '67

Si susseguono mattini in cui il risveglio pone una domanda sincera: perché vale la pena alzarmi?
La risposta è interessante, perché non si proietta nel futuro, non si quieta in una progettualità come verrebbe da pensare: devo fare, ho programmato di riuscire a, devo realizzare di … Questa posizione indurrebbe solo agitazione.
Bensì, la risposta pacificante e stimolante, attinge dall’esperienza passata. Si alimenta di memoria.
E’legata ad uno sguardo un tempo sconosciuto che so essermi diventato amico; è per un viaggio che potrebbe stancare, che al contrario mi ha riposata; è per una cena inaspettata a vista lago; è per una dormita in montagna quando pensavo che le vacanze fossero finite; è per una colazione possibile perché mi era già stato offerto del pane, ma per la quale successivamente qualcuno ha pensato di comprarmi una briosce; è perché pur essendo cittadina doc mi è dato di cogliere prugne direttamente dall’albero; è perché il silenzio permette di dire cose che altrimenti non potrei dire; è perché posso consegnare un pensiero e rimettere le cose nella giusta dimensione; è legata al ritorno a casa e a chi mi aspetta anche se non aveva capito che tornavo presto; è l’azzurro del cielo che porta il calore sulle spalle; è un esame lungo lungo che diventa ancora più lungo perché una studentessa trova modo di aprirsi; è un trenta e lode dato con tutte le ragioni; è un ventinove per qualcuno a cui avrei voluto dare trenta; è vedere sedute a cerchio sul prato della Guastalla le ostetriche di domani; è guardare la compagnia delle donne che mi sono date; è riuscire a pranzare sul balcone perché è una domenica di sole; è la ricerca del bello che avevo iniziato ad intravvedere ieri e di cui posso essere più certa oggi.
La risposta pacificante a quel grido del mattino - per me - è proprio perché se guardo con attenzione, è già accaduto qualcosa che non mi ero aspettata. Qualcosa, quando non me lo sarei aspettata. Qualcosa di più di quello che mi ero aspettata.
E’ legata al fatto che - come succede ad un vino “buono” - come un Barolo annata ’67 – è tanto più “ricco”, tanto più invecchia, tanto più “interiorizza ciò che è stato portato dal tempo che passa”.
E’ legata al fatto che sia che lo voglia - sia che non lo voglia - in realtà mi è stato promesso qualcosa. E’ legata al fatto che esiste il “centuplo” e alla fine di ogni giorno guardando a quello che accade, posso riconoscere d’averlo sperimentato … o quantomeno, d’averlo visto!

La ragione di vivere è già “nella carne”, è solo da riconoscere che anche oggi la sto cercando.



domenica 13 luglio 2014

Di Nuovo in Gioco



Un padre, una figlia. Orfani; cercano il primo di proteggere l'altra, e l'altra di piacere al primo. Così facendo però, non possono essere liberi di essere loro stessi e non riescono a comprendersi. Il baseball fa da primo interprete e un lanciatore "bruciato" fa da spalla. Il film è piacevole, e la domenica pomeriggio si prestava al relax.

venerdì 11 luglio 2014

Levatrice

Venticinque anni che faccio un lavoro meraviglioso: “entrare nel mondo donna”.
Quante ne avrò incontrate di donne, di mamme, di famiglie. Non lo saprò mai, perché non ho tenuto il conto, e di questo un po’ mi dispiace. Ma quello che mi dispiace di più è che non mi è possibile ricordare ogni singola assistenza. Ieri sono stata fermata, prima di scendere al piano seminterrato dove lavoro, da un’ausiliaria. Una donna che vedo spesso, che mi sorride sempre, che è solare come la sua divisa arancione. Dopo il canonico saluto legato all’incontro, insolitamente mi ferma. Ha il coraggio di dirmi: “Mio figlio compie oggi ventuno anni, sai, è nato ventuno anni fa alla una di notte… e al parto mi hai assistito tu. Ma tu non ti ricordi, chissà quante ne hai viste!?”
Mi commuovo. Mi sento toccata su corde profonde. Mi interrogo: avrò fatto bene quello che c’era da essere?
Mi faccio coraggio e le chiedo: “Che bello! Hai un bel ricordo!? Com’è tuo figlio adesso?”
Mi apre la galleria del suo iPhone e mostra la foto di un giovane uomo sorridente, che fa l’occhiolino e con il dito esprime l’ok.
Mi sforzo di far emergere dalla mente il momento in cui ho preso in braccio quel neonato. Cerco di ricordarmi del suo primo vagito, di quando l’ho affidato alle mani tese di questa mamma che adesso sostiene un telefonino. Ho forse una vaga reminescenza.
Sono interrotta nel pensiero perché la donna riprende: “Si, ho un bel ricordo, eri tranquilla, mi hai dato fiducia, è andato tutto bene”. Ecco, finalmente si scioglie il mio timore di smemore: il mio lavoro è per salvaguardare che vada tutto bene, e quella volta è andato tutto bene. Ma il vero bene non è perche ventuno anni fa lei è rimasta contenta, il bello è che lei e suo figlio sono contenti ora. Io ho solo aiutato a mettere un mattone, perché si possa esprimere vita.
Questo non è solo chiesto al mio lavoro da professionista.
Credo che questo sia un po’ l’amare.
Credo che questo sia un po’ lo scopo stesso del vivere.
Dare l’opportunità all’altro, di riconoscere un’intensità di vita.
La prossima settimana torno in sala parto. Sono quasi finiti gli esami e riesco a trovare un po’ di tempo per insegnare sul campo. Mi manca la trincea, anche se un po’ mi intimorisce sempre, perché la domanda è la stessa ogni volta: farò bene ciò che è da essere?

E’ un’incognita che va affidata.
Non posso fare a meno di accettare la sfida del vivere.
Non voglio ridurre la possibilità di imparare ad amare.


domenica 15 giugno 2014

Una sera di festa

Il pomeriggio piovoso di una domenica estiva, si prestava nel mio immaginario, ad un tempo premiato da una serie di vasche nella calda piscina a cui sono iscritta; ma come i pensieri vanno quando e dove vogliono - con difficile successo al tentativo di arginarli - così all’ispirazione per lo scrivere non posso comandare, e se lo scelgo, posso solo soggiacere.
E’ così che questo grigio e malinconico pomeriggio, si è trasformato in un rapporto serrato con la tastiera e con la testa, per estrapolare a lettere nere su foglio bianco in proiezione, la traccia del prossimo articolo, che inizia così ad avere una forma - oltre che un database.
Mi sono lasciata introdurre dagli autori studiati durante il dottorato, per poi scorrere gli articoli più recenti e scaricati via web nelle scorse settimane. PubMed ha aperto la mattinata … e forse proprio per il messaggio che ha dato imprinting al tempo di oggi, PubMed chiude il tempo di studio con la serata.
Ora, prima che termini il lavoro sui tasti - così come ho scelto di arrendermi al fervore amanuense per il paper - perché non continuare con una creatività per il blog?
In fondo in fondo, il blog rende pubblico ciò che già è, o che vorrei che fosse.
Pertanto insisto.

Quando ero piccola il mio pensiero scritto era su una carta, rilegata con una copertina rigida e quadrata, tenuta da un lucchetto d’oro, di cui persi quasi subito la chiave - per cui il segreto non fu mai. Ora il diario è in uno spazio digitale che viene definito virtuale, ma che forse rende possibile esercitare una passione che a non tutti è cara: scrivere. Pertanto scrivo. Scrivo le parole che chiudono un giorno di festa, che lascia al tempo di domani, di dire quello che oggi non sono riuscita. E ora che l’istante sarà riposo del corpo - se possibile - che sia anche riposo di pensiero.

EVVIVA!

E anche questo è finalmente pubblico!
Eureka!

venerdì 23 maggio 2014

Nostalgia


Nostalgia di montagna da quando sono nata
Nostalgia di mare da quando so che esiste la torre di Porto Selvaggio
Nostalgia della neve quando è estate
Nostalgia del sole quando piove
Nostalgia dei fiori d’inverno
Nostalgia dei colori quando è grigio
Nostalgia di dolce quando sono stanca
Nostalgia di salato se penso all’agriturismo
Nostalgia di buona musica quando c’è rumore
Nostalgia di silenzio quando tutti parlano insieme
Nostalgia di tecnologia quando le cose non funzionano
Nostalgia di scrivere una lettera per scrivere qualcosa di importante
Nostalgia di un parto se sto facendo troppa teoria
Nostalgia di un bel libro se sono troppo affaccendata
Nostalgia di casa se sto girando a vuoto
Nostalgia di un viaggio se cerco la bellezza
Nostalgia d’arte se la bruttura mi urta
Nostalgia di natura se tutto è troppo costruito
Nostalgia al mattino
Nostalgia alla sera
Nostalgia vera
Nostalgia profonda
Nostalgia di te

lunedì 21 aprile 2014

S. Pasqua 2014

Sono partita per la montagna dopo un ripetersi di giornate in cui il cielo aveva assunto un colore settembrino e la città tersa lasciava intravvedere all'orizzonte spettacoli da riscoprire.
Speravo nella stessa opportunità a quote più alte e il Giovedì Santo prima della S. Pasqua mi ha esaudita.
Vedere oltre il guardare lo davo legato al non avere impedimenti nel farlo o all'aria trasparente, ma l’arrestarmi sotto al ciliegio in fiore di quella salita che porta alla Chiesetta di S. Clemente, e il pensare che la mia fotografia poteva memorizzarlo così come fece Van Gogh, mi ha aperto un nuovo spazio di comprensione.
Ora cerco di farmi intendere con un parallelismo.
Sbucciando l’arancia, solitamente penso: ho fame, ho sete, potrò soddisfare la mia fame o la mia sete … o forse solamente la mia “gola”. Non mi era mai capitato di constatare: “che bella!” Altrimenti detto: “Che audacia creativa, che perfezione, che colore racchiusi in una sfera di buccia ... che buona”.
Ecco, questa cosa l’ho fatta oggi, davanti all'arancia delle dieci del mattino, ricordandomi quello che mi è successo sotto al ciliegio. Di fatto “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità”.*
Pertanto, la reale soddisfazione, così come la vera e tormentata arte di Van Gogh, non sono legate ad un superficiale appagamento di un bisogno temporizzato. Lo stupirmi e il trattenere un’esperienza costruttiva, sono vincolate dal tentativo di individuare in quei rami tempestati unicamente da fiori fruttiferi che si stagliano nel turchino, che “la vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale ci si accorge che esso combacia con il proprio destino e si trova la pace”* che permette di poter continuare a vivere la vita, come ricerca del senso del vivere.
Così tutto diventa realmente pasquale – cioè - risurrezione del “Bello”.


*C. Pavese “Il mestiere di vivere”


venerdì 28 marzo 2014

Chesterton (citazione)

Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, correnti filosofiche, bambini, costellazioni, cattedrali, l'opera, montagne, cavalli, poesie - tutti questi sono solo travestimenti. Qualcosa cammina sempre tra noi con abiti mascherati, indossa il mantello grigio di una chiesa o il mantello verde di un prato. Lui è sempre lì dentro, la Sua forma riempie le pieghe in un modo così superbo.

martedì 25 marzo 2014

Nove mesi prima...

Un giorno speciale nove mesi prima di un altro giorno speciale.
Se avessi potuto io decidere di incarnarmi, perché l’avrei fatto?
Forse per dimostrare la possibile indissolubilità della diversità di un uomo e una donna, che ormai su questa terra si contesta.
Forse per arrivare a toccare la realtà fisicamente, quando si rischia di accontentarsi del virtuale.
Forse per dimostrare che ciò che costruisce in questo mondo - che se è per se stesso implode - è solo l’amore.
Forse per perpetrare qualcosa dei miei avi: è così evidente di fronte alla morte che ciascuno lotta per l’immortalità.
Forse per essere grata della vita; quando troppo spesso ci si dimentica della bellezza che è.

In realtà non ho scelto io di incarnarmi, ma Chi lo ha permesso - e lo ha fatto all’Origine - ha anche reso possibili tutti i "forse" di quello che è desiderabile.

lunedì 17 marzo 2014

Una bella giornata

Oggi, una bella giornata.
Sarà perché ieri sera il mio cuore si è addormentato sazio.
Sarà perché la notte ho dormito profondo.
Sarà perché stamattina il cielo era di un colore speciale.
Sarà perché sono riuscita a fare tutto quello che mi hanno chiesto di fare, tranne quello che avevo programmato.
Sarà perché ho rimandato il mio pranzo a fine giornata con un buon gelato.
Sarà perché la Madonnina in cima al Duomo brillava.
Sarà perché il sole mi ha scaldato alle spalle tutto il tragitto.
Sarà perché la bellezza è solo da riconoscere.
Oggi è una bella giornata.

domenica 2 marzo 2014

Coperture pneumatiche

Oggi mi sono distratta quando attratta da un avvenimento ho iniziato a fissare cosa stava succedendo e pertanto sono rimasta a guardare.
Entra una carrozzina motorizzata di quelle per handicappati. Sopra è seduta in un modo tutto tranne che comodo, una donna che ha un'età indefinibile. La donna ha al seguito una madre e un padre - apparentemente settantenni - che la incoraggiano e le sorridono.
La donna guidatrice accosta la carrozzina alla panca.
La madre e il padre si accomodano sulla panca scelta dalla figlia, ma la carrozzina resta evidentemente troppo lontana dalla panca.
Comincia una sapiente manovra di andata e ritorno, andata e retromarcia, retromarcia e marcia... per avvicinare il più possibile - fisicamente - la propria persona al corpo di coloro dai quali ci si sente amati.
L'affaccendarsi sembra funzionare, ma ad un tratto la ruota comincia a rimbalzare contro la panca.
Lo spazio dei pneumatici impedisce il contatto ricercato e l'effetto bumerang invece di ottenere solidarizzazione (come si direbbe in ostetricia), desolidarizza.
E' un dolore che comprendo: la ricerca di qualcosa che le coperture pneumatiche rendono impossibile, o forse che tutta la vita cerca come risoluzione dell'impossibile distanza da chi amiamo, che non può essere sopportata neanche per un'ora domenicale che sembra incollare.
Quante manovre per accettare che forse la vittoria sullo spazio è data da qualcosa - che per i più - resta intangibile.

giovedì 20 febbraio 2014

Ieri... per concedersi anche un film





Giornata per pensare:

è giornata che permette di guardare anche un bel film,

un film bello perchè chi interpreta cerca la verità,

e cercare la verità è ragione per una giornata per pensare.

giovedì 23 gennaio 2014

Discussioni tra feti... o tra uomini?


Nell’utero di una donna gravida gemellare si trovavano due fratellini gemelli identici. Ormai vicini al termine della gravidanza iniziavano a trattare argomenti di discussione sempre più articolati.

“Tu credi nella vita dopo che saremo fuori da qui? Diciamo dopo il parto?”.
“Certo. Qualcosa dopo il parto c’è sicuramente e noi siamo qui dove siamo proprio per prepararci a quello; a quello che verrà dopo”.
“Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Anche perché come potrebbe essere la vita? Sarebbe impossibile per noi vivere così come siamo!”
“A questa domanda non so rispondere. Non so, ma sicuramente so - perché in parte già vedo - che ci sarà più luce che qua dentro, anche perché la luce se guardi bene viene da fuori. E poi magari avremo più spazio per le braccia e per le gambe e per altre cose che adesso sappiamo di avere ma non riusciamo a capire cosa potrebbero servire … Magari cammineremo con le nostre gambe, correremo e giocheremo a calcio o potremo gustare cose deliziose con la bocca… visto che adesso scalciamo e assaporiamo lo zucchero del liquido amniotico”.
“Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca qualcosa di diverso da quello che riusciamo a bere? Ridicolo! E’ solo il cordone ombelicale che ci porta vita … anzi, ci dice anche che la vita dopo il parto è da escludere, perché è troppo corto per arrivare fuori da qui”.
“Invece io credo che debba esserci qualcosa. Certo, sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere già, sarà di più. In fondo qui dentro ci sei solo tu, e io ti voglio bene… ma io capisco che vorrei voler bene di più, e magari a qualcuno di un po’ diverso da me stesso …”.
“O quante storie, nessuno è mai venuto da un posto fuori da qui, nessuno è tornato dopo il parto a dirci cosa c’è fuori e poi come fai a sapere che può esserci qualcuno con la faccia o con il corpo diverso dal nostro? Sono tutte tue immaginazioni. Uscire da qui sarà la fine della vita e in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla”.
“Beh, ti confermo che io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente capisco che vedremo almeno la mamma e che lei si prenderà cura di noi”.
“Mamma? Tu credi nella mamma? E perché se c’è non si fa vedere adesso?”
“Che sciocco che sei. Certo che si fa vedere già da adesso … è tutta intorno a noi, ci contiene! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei il nostro mondo non esisterebbe. Da chi pensi che siano fatte queste pareti?”
“Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista”.
“Ma scusa, quando a volte - soprattutto quando siamo in silenzio - si riesce a sentire la voce, a percepire la sua carezza attraverso la parete che ci avvolge. Tu cosa pensi? E’ lei che ci parla e accarezza il nostro mondo. E poi sento anche un’altra voce, più profonda, più forte, che spesso le sta vicino vicino… e sento anche della musica e dei rumori. Io credo ogni giorno di più che ci sia una vita fuori da qui, che ci aspetta qualcosa di grande, che le nostre mani potranno costruire qualcosa di bello, abbracciare e che potremo fare per essere sempre più contenti!”.
“Sarà, ma io non mi fido e cerco di non pensare. Vedo solo quello che vedo e del mio cuore ascolto solo che batte. Non mi interessa scervellarmi o illudermi, non voglio restare deluso e faccio finta di niente”.

Ma un giorno iniziarono le contrazioni e un intenso massaggio ritmico e inesorabile costrinse i gemellini ad affacciarsi alla luce del canale del parto.
Il primo ad essere partorito fu proprio il fratellino scettico, che trovatosi improvvisamente accolto dalle mani dell’ostetrica che lo appoggiarono delicatamente tra le braccia della mamma e i baci del papà, piangendo irrefrenabilmente cominciò ad urlare:

“E’ tutto vero! Avevi ragione! Sbrigati a venire fuori … pigrone!”

domenica 5 gennaio 2014

sabato 4 gennaio 2014

Cose belle

Cosa c’è di meraviglioso quali una colazione o un pranzo in compagnia? Il panorama delle montagne che si lasciano accarezzare dal sole o dalla neve. Non so se è meglio il sole o la neve… so quale compagnia preferisco per la prima o seconda colazione e so che mi fa impazzire che il sole e la neve si associno, ma so altrettanto bene che non sempre le cose si riesce a gemellarle come si vorrebbe. Di fatto quando la neve fiocca a larghe falde è impossibile che sia presente anche il sole; o quando il pranzo ha da essere fugace si possa godere della compagnia. In ogni caso la neve quieta il mio animo, mi permette di raggiungere una certa soddisfazione che pochi momenti riescono ad equiparare (tra i quali - ad esempio – una colazione condivisa o un pranzo partecipato). Ma forse sia la neve a cielo coperto, che un desinare in solitudine lasciano lo spazio alla certezza di una presenza che va oltre le cose apparenti e che rende speciali sia la neve che il cibo. Pertanto mi arrendo: la bellezza è sempre l’apertura a un complesso.

sabato 28 dicembre 2013

S Natale 2013

Tra gli astanti al Presepio del S Natale le bestiole... per le quali la mia immedesimazione cade sulle "capre"... senza dubbi!
Senza dubbi perchè:
alla capra si attribuiscono diverse cose ma in realtà...
la capra è domestica... ma è anche selvaggia;
la capra sa stare... anche se a volte sa scappare;
la capra è docile... ma non troppo;
la capra è comunitaria... ma anche solitaria;
la capra è agile... soprattutto sui rupi;
la capra bela... ma poco;
la capra fa latte... l'unico che in emergenza  può sostituire quello materno (per il neonato umano);
insomma, la capra... è la capra e basta.

domenica 22 dicembre 2013

Un film in serata



Come a volte accade... mi guardo un film. Vederne uno dove gli attori sono ottimi, è accettata la possibilità del miracolo e il fine è lieto... è buona cosa.

sabato 7 dicembre 2013

Leggendo Orwell

"La figlia del reverendo", protagonista del romanzo che dopo esser scappata di casa, si ritrova senza memoria, si ridesta dal sonno.

Fu solamente a questo punto, dopo esser diventata consapevole della maggior parte degli oggetti circostanti, che Dorothy si rese conto di se stessa. Fino ad allora era stata, come dire, un paio d'occhi e, dietro a questi, un cervello ricettivo ma puramente impersonale. Ma adesso, con un curioso, leggerissimo choc, scoprì la propria esistenza unica e singola; poté "sentire" se stessa nell'atto di esistere; pareva che qualcosa dentro di lei stesse esclamando: "Io sono io!"...
Nondimeno, questa scoperta non la tenne occupata più di un momento. Fin dal principio, vi andò unito un senso di incompletezza, di qualcosa vagamente insoddisfacente. E consisteva in questo: l' "io sono io", che era parso una risposta, era diventato a sua volta una domanda. Non era più "io sono io", ma "chi sono io?".

Come dedica...

"La passione da sola mette in fuga la verità, che, suscettibile e agile, riesce a sottrarsi alle sue grinfie.
La ragione da sola non riesce a sorprendere la preda.
Mentre la passione e ragione unite, o meglio, la ragione appassionata che si slancia con impeto ma sa poi trattenersi al momento giusto, riescono a catturare senza danno la nuda verità"
Maria Zambrano

martedì 12 novembre 2013

Sole a catinelle Trailer Ufficiale (2013)

Una serata in compagnia per farsi quattro risate, anche se il gergo potrebbe essere un filo meno volgare... Ma in fondo un film che vuole fare ironia su: massoni, psicologi, yoga, vegani, pseudosinistra e tanto altro... non può che spingersi un po'... almeno nel parlato.
In ogni caso qualcosa si porta a casa - oltre ad essersi rilassati - ed è il sapore di un uomo che cerca ciò a cui vuole bene e ciò da cui si sente voluto bene, in un mondo in crisi, dove tutto sembra contro.

martedì 5 novembre 2013

5 novembre 2013

Oggi giornata da urlo!
Ma no, cosa avete pensato!? Giornata da urlo per la bellezza della città al risveglio. Non l'avrei detto ieri sera, così stamattina l'aria tersa mi ha stupita con il panorama impareggiabile di un cielo senza nuvole che senza veli si rischiarava per l'alba. Il tempo della metropolitana ed emergo a Duomo, dove la Cattedrale sembra farsi toccare dalle mani che iniziano a sentire il freddo dell'inverno che si avvicina. La parte più bella della giornata è cominciata: camminare attraversando la piazza grande ancora silenziosa, costeggiare piazza Fontana e piazza Santo Stefano ed approdare ai confini dei Giardini della Guastalla fino a raggiungere il Santuario di S. Antonio Maria Zaccaria e infine la Mangiagalli e la Regina Elena. I regni dell'ostetricia, i tetti simbolo della maternità milanese, le sedi di coronamento di tante nascite e palestre di altrettante assistenze. Che bello cominciare così, diventa meno greve la stanchezza della sera e la malinconia di quello che mi manca... tanto che resta una nuova attesa per ricominciare domani.

martedì 22 ottobre 2013

Costruttori di Cattedrali (6)

Una voce cara l’aveva preannunciato,
io attendevo,
attendevo certa che sarebbe accaduto.
Oggi,
sotto la pioggerellina di ottobre,
che colora d’incarnato il marmo di Candoglia,
che fa splendere la Madonnina d'oro,
finalmente è successo:
la gru è tornata
e con lei quegli uomini accorti,
tesi,
laboriosi,
che issano sulle guglie sembianze di altri uomini;
Santi,
che rendono gloria alla costruzione sacra
e al suo Signore.





venerdì 27 settembre 2013

Contemplare la bellezza

È già da tempo che hai detto di sì ad un uomo speciale e ti ricordi perfettamente che gli hai detto di sì proprio perché ti eri accorta che era speciale. Ma cos’ha di speciale questo Tu? Di speciale ha quello che ancora in questo tempo presente è riuscito a stupirti: ti ama. Accorgerti di Lui è come quando in alta montagna – ma proprio in alta alta montagna – dopo che hai conquistato la vetta inizi a scendere e voltandoti indietro lo vedi così che guardandolo sei felice perché c’è. Sapere che c’è è come quando al mattino – ma proprio al mattino mattino, quando è presto – ti svegli e ti accorgi che lui è nel tuo primo pensiero. Pensarlo è come quando dopo cena – e magari hai fatto un po’ tardi dopo il lavoro, ma il lavoro lavoro – finalmente hai un attimo per fermarti e ti accorgi che la giornata è stata piena di tante cose, belle e meno belle e l’hai vissuta tutta intensamente. Vivere intensamente è proprio per la certezza in ogni istante – ma veramente in ogni istante, cioè ora – che sei voluta bene così come sei. Che lui ti voglia bene così come sei è allora evidente alla sera quando sei stanca – ma proprio stanca stanca tanto che ti si chiudono gli occhi – e andando a dormire ti accorgi del suo abbraccio. Che bello questo tempo di chiarezza, che bello questo tempo di certezza; che sia tempo di mettere il suo sigillo sul cuore e di riconoscerlo anche quando sei distratta e non ti ricordi di aver detto di sì ad un uomo speciale.

lunedì 23 settembre 2013

Evviva!

Dear Dr. Paola Agnese Mauri,

Thank you for submitting your manuscript #MACI2615R1 entitled "INTRAPARTUM EPIDURAL ANALGESIA AND ONSET OF LACTATION: A PROSPECTIVE STUDY IN AN ITALIAN BIRTH CENTRE" to the Maternal and Child Health Journal Journal.  We have concluded our review of this manuscript and are pleased to inform you that this article has been accepted for publication in the MCH Journal 


E ADESSO SI INVIA IL QUARTO!

venerdì 6 settembre 2013

Cineteca degli ultimi tempi (7)

Bianca come il latte rossa come il sangue
Non lasciarmi
Per concludere il tempo di “vacanza” o forse meglio di “convalescenza” due film apparentemente diversi ma che in realtà vedo simili. Così conformi da lasciar trasparire entrambi che l’amore è qualcosa di non appariscente, misterioso, tenace e fedele; che la vita scopre quando vive incensurata la sua faccia drammatica.
E poi Katy e Silvia – figure d’interpreti femminili veraci … condivisibili.

Cineteca degli ultimi tempi (6)

mercoledì 4 settembre 2013

Cineteca degli ultimi tempi (5)



Avatar
Fantascienza...!?
Uno spunto interessante: se capisci che ti manca qualcosa (in questo caso sei paraplegico), forse riesci a godere di quello che ti è dato.
(Per rilassarsi)

Cineteca degli ultimi tempi (4)



The road
Cosa vuol dire essere cattivi? Cosa vuol dire essere buoni? Forse per essere buoni la lotta deve essere per la sopravvivenza di un senso del vivere più che per la per la sopravvivenza della carne.
(Inquietante)

Cineteca degli ultimi tempi (3)



Voglia di tenerezza
Trama che potrebbe essere abbastanza scontata... ma grandissimi attori
(Spettacolo)

Cineteca degli ultimi tempi (2)



La migliore offerta
E' possibile il massimo inganno, ma resta impossibile in ciò che vuole essere una amicizia non avere almeno un istante di verità
(Provocante)

Cineteca degli ultimi tempi (1)



Le regole della casa del sidro
Impressionante come si può generare un "figlio" - nel senso di un uomo che riesce ad immedesimarsi nelle intenzioni di chi lo "genera" - senza che questo figlio trascuri di fare sue tutte le cose ereditate vivendo la propria vita fino in fondo... anche sbagliando
(Piaciuto)

sabato 31 agosto 2013

Post

Oggi è un giorno meraviglioso di settembre. Uno di quei giorni in cui il sole è terso e senti cantare le cicale anche nel parco di fronte a casa. In realtà sei comodamente sdraiata nel tuo letto e ti rilassi preparando domande divertenti per festeggiare i cinquant’anni di una delle tue migliori amiche. E’ proprio preparando quelle domande che ripercorri un po’ anche la tua storia e ti rendi conto che le circostanze, le persone e le cose, ti hanno portata dove sei e di questo non cambieresti nulla. Nessun rimpianto, nessun rancore, solo la bellezza di avere ancora un po’ di tempo per desiderare quella vita che non hai ancora scoperto esattamente dove ti condurrà; solo la dolcezza di poter dimostrare ancora tanto bene a chi ami.
Sono un po’ ferita, sono un po’ dolorante, ma forse è proprio questo che mi apre, senza essere melensa, senza essere sentimentale. In fondo chiedersi se siamo al posto giusto non ha niente di emotivo, anzi, schiude spazi di ragioni, di sì detti o non detti, di no detti o non detti e così della volontà di riconoscere e di scegliere ciò che ci affascina realmente, facendoci attraversare la noia e l’indifferenza che ci ucciderebbero.

Lo spazio è dato, e ciò che lo riempie è dato, ma può essere anche costruito. Io desidero costruire la Cattedrale – e ciò ai post di questo blog è stranoto – perché allora non continuare ad avere il coraggio di dirlo al mondo, con forza?
Perché forse è proprio questa l’unica cosa che mi spaventa di questo mondo: non si ha più il coraggio di costruire nulla perché si ha paura del sole, del canto delle cicale, del trascorrere del tempo, dell’amicizia, delle circostanze, delle persone, delle cose, di amare, delle ferite e del dolore, dei sì e dei no, delle scelte, della definitività … si ha paura di vivere!

domenica 25 agosto 2013

L'attimo

Se potessi fermare il vento lo farei nel momento in cui porta il profumo di rododendro;
se potessi fermare le parole lo farei dopo aver detto che ho bisogno di te;
se potessi fermare il mare lo farei per restare al largo;
se potessi fermare i pensieri lo farei nel momento in cui ti ho in mente;
se potessi fermare lo sguardo lo farei mentre sto guardando le montagne;
se potessi fermare un viaggio lo farei dopo averti raggiunto;
se potessi fermare le stagioni lo farei mentre nevica d’inverno;
se potessi fermare il tempo lo farei dopo aver imparato a volerti bene;
se potessi fermare gli eventi lo farei mentre sto per conquistare una cima;
se potessi fermare gli anni lo farei per ritrovare il momento in cui ho iniziato a preferirti;
se potessi fermare un torrente lo farei con un lago alpino;
se potessi fermare lo scrivere lo farei dopo averti dedicato una lettera;
se potessi fermare una costruzione lo farei con una baita;
se potessi fermare le mani lo farei mentre ti do una carezza;
se potessi fermare la corsa lo farei perché ho scoperto che non si possono superare tutti gli ostacoli;
se potessi fermare il giorno lo farei al mattino mentre si fa colazione insieme;
se potessi fermare la notte sarebbe per godere della luna piena;
se potessi fermare il freddo lo farei con un tuo abbraccio;
se potessi fermare il caldo lo farei dormendo in un rifugio d’alta quota;
quando non potrò non fermare la vita; sarò certa che tu mi ami.

venerdì 5 luglio 2013

Io

Donna, creatura meravigliosa, tanto "forte", quanto "fragile".

domenica 23 giugno 2013

Una frazione di pensieri

Cos’è la mente umana?
Alcuni dicono che per capire una cosa c’è da decifrarne l’esperienza.

Ti penso.
Papà, oggi che vado a Piacenza se trovassi uno di quei salami morbidi che ti piaccionno tanto te lo prendo.
Mamma mia che difficile restare concentrati.
Questa volta l’ho fatta grossa. Devo trovare il momento per dirlo. Il prima possibile.
Mi manchi. Ho voglia di vederti.
Amica, adesso ti mando un sms per darti un bacio almeno via telefono.
Cosa stavo facendo?
Chissà che tempo farà?
A che ora devo partire? Ma, facciamo per le 13.30 poi si vedrà..
Ok adesso si mangia, il richiamo è stato inequivocabile.

Cos’è la mente umana?
Alcuni dicono che per capire una cosa c’è da decifrarne l’esperienza.
Per scrivere queste 10 righe ci ho messo 1 minuto, ma le ho pensate tutte insieme in una milli-frazione di secondo.

Cos’è la mente umana?

Fascino travolgente, indescrivibile.

giovedì 20 giugno 2013

Parto trigemino...

Finalmente è uscito il libro per le ostetriche, scritto dal corpo docente del Corso di Laurea in Ostetricia di Milano!
E ci sarà anche il sito...

domenica 16 giugno 2013

Vivere è colore

Se penso alla notte, vedo nero.
Se penso al risveglio, vedo bianco.
Se penso al vestito, vedo arancione.
Se penso alla vacanza, vedo  marrone.
Se penso ai tuoi occhi, vedo verde.
Se penso al cielo, vedo celeste.
Se penso ad un viaggio, vedo carminio.
Se penso a restare, vedo lilla.
Se penso al pranzo, vedo giallo.
Se penso al pomeriggio, vedo blu.
Se penso agli impegni, vedo grigio.
Se penso agli esami, vedo viola.
Se penso a oggi, vedo azzurro.
Se penso a domani, vedo rosso.
In sintesi…

penso alla vita: vedo colore.

venerdì 31 maggio 2013

Stralcio di lezione sullo stile Mauri... il continuum sul libro che un giorno pubblicherò


Le dodici fatiche di Ercole e l’ostetrica

Quali nessi possiamo riconoscere tra Ercole e l’Ostetrica?
Quali nessi tra un eroe greco e una professione antica come la mitologia?
Tanti, tanti riassumibili in qualche modo nell’essere di Ercole e dell’ostetrica e nelle dodici fatiche di Ercole e i motivi per cui le dodici fatiche originano; che riportano a dodici punti fermi che l’ostetrica deve possedere.
L’eroe Eracle - che i Romani chiamarono Ercole, figlio del dio Zeus e Alcmena (donna mortale) - gode della doppia natura terrena e celeste. Dopo la morte per volontà degli dei, viene assunto nell'Olimpo e riceve in sposa Ebe, la dea dell'eterna giovinezza.
Così l’Ostetrica è figlia della scienza umana, ma la contraddistingue la capacità di toccare l’arte divina di Colui che è l’Essere, che dà l’essere, che fa nascere, che fa essere. Pertanto anche l’Ostetrica ha una doppia perizia. Perizia terrena e celeste, riceve in carico la donna per garantirle salute e la donna e il feto per garantire vita.

Ercole, continuerà a distinguersi per forza, coraggio e bellezza.
L’Ostetrica, dovrà continuare nel suo esistere ad avere forza, coraggio e bellezza.

Gli eroi come Ercole, hanno compiuto imprese straordinarie, così l’Ostetrica, può fare altrettanto.
Le imprese di Ercole originano da lontano, dal lontano concepimento dello stesso Ercole.
Teseo e Zeus, dopo aver reso Alcmena gravida di Eracle, proclamano che il primo bambino da allora in poi nato dalla stirpe di Perseo, sarebbe diventato re, volendo che questo privilegio ricada su Ercole. Ma la moglie di Zeus, Era, sentito questo, fece in modo di anticipare di due mesi la nascita di Euristeo, appartenente appunto alla stirpe di Perseo, mentre quella di Eracle la fece ritardare di tre. Venuto a sapere quanto era successo, Zeus andò su tutte le furie, tuttavia il suo avventato proclama rimase valido.
Già questa prima parte del racconto mitologico, richiama l’Ostetrica a quanto sia fondamentale che la nascita di un bambino avvenga al giusto termine. Sia la prematurità che l’otre termine, sono fonte di problemi e di insidie, che possono complicare irreparabilmente gli eventi.

Anni dopo, Ercole mentre si trova in preda ad un attacco di follia provocatogli da Era, uccide sua moglie e i suoi figli. Ritornato padrone di sé e rendendosi conto di ciò che aveva fatto, decide di ritirarsi a vivere in solitudine in un territorio disabitato.
Ecco, ciò che corrode l’eroe, è anche ciò che può annichilire l’Ostetrica. La donna e i suoi figli sono il primo bene da tutelare in qualsiasi modo e se ciò non vien garantito, l’Ostetrica è un nulla arido.

Ercole, rintracciato dal cugino Teseo, viene convinto a recarsi dall'Oracolo di Delfi; lì la Pizia gli dice che, per espiare la sua colpa, deve recarsi a Tirinto al fine di servire Euristeo (re di Tirinto e Micene) per dodici anni, compiendo una serie di imprese, le quali sarebbero state stabilite proprio da costui. Euristeo però è l'uomo che rubò ad Ercole i diritti di sovranità e che, di conseguenza, egli odia più di ogni altro, ma Ercole, superando questo, come compenso per il completamento delle fatiche, riceverà l'immortalità.
Alle sovrumane imprese di Ercole, spesso compiute con un atteggiamento di sfida alla morte, si può attribuire anche un significato filosofico, morale e allegorico che supera quello immediato di semplice narrazione di gesta eroiche: la figura di Ercole rappresenta una tradizione di mistica interiore e le fatiche possono essere interpretate come una sorta di cammino spirituale.
Ecco, l’Ostetrica nelle dodici indicazioni allegoriche, può trovare qualcosa di conveniente, che sfida il mondo della maieutica e che indirizzano a far vincere la vita e a realizzare la professionalità.

Ecco quali furono le dodici fatiche di Ercole e come le codifichiamo per l’Ostetrica:
1)      Uccisione del leone di Nemea – La fisiologia, essenza dell’ostetrica
Ercole uccise il leone di Nemea, mostro dalla pelle invulnerabile, a mani nude con forza incredibile avvolgendo le sue braccia grandi intorno al leone, tirandogli il collo e strangolandolo a morte. Morto il mostro enorme, Ercole tentò di scuoiare la bestia, ma la pelle era così dura che non poté né lacerarla né tagliarla. Allora provò ad adoperare gli stessi enormi artigli del leone: questi furono efficaci ed Ercole ottenne il suo trofeo. Ammirando quella impenetrabilità e resistenza della pelle del leone, se la gettò addosso come un mantello e la tirò fin sopra la testa come un elmo. Da questo momento Ercole indossò sempre la pelle di leone come protezione per le battaglie nelle successive imprese.
La prima cosa che l’Ostetrica deve conquistare è la padronanza della fisiologia, perché così come un leone domina la foresta, la fisiologia determina le dinamiche della vita e del suo sviluppo. La fisiologia è incredibilmente forte, come un leone, e come il leone di Nemea va presa a mani nude, perché nel momento in cui si interviene su di essa con altre maniere, si rischia la sua ribellione.  L’Ostetrica che conquista il rispetto della fisiologia si ricopre del suo mantello e non ha da temere alcun imprevisto o pericolo. Il mantello della fisiologia permette di prevedere e/o affrontare gli avvenimenti che si succederanno e l’impenetrabilità della pelle del leone è lo scudo che ogni essere vivente ha in dotazione per la salute dell’essere. Questo l’Ostetrica lo deve salvaguardare.

2)      Uccisione dell'Idra di Lerna – Il dolore da convertire
L'Idra era un drago dalle tante teste (di cui una immortale) che viveva nella palude di Lerna e atterriva i villaggi vicini divorando uomini e bestie quando si svegliava dal suo sonno. Quando Ercole cominciò a tagliare le teste con la spada si accorse che da ognuna ne ricrescevano due, per cui, decise di bruciarle con tronchi infuocati. La testa centrale che era immortale, invece, la schiacciò con un masso. Infine intinse nel sangue del mostro le sue frecce, che da quel momento, quando andavano a segno, provocavano ferite che non si rimarginavano.
La cosa che fa paura alla donna, che fa paura a ciascun essere vivente, è il dolore. Mostro dalle tante facce. L’Ostetrica lo sa: togli un dolore fisico e compare più acuto un dolore da complesso di colpa, da abbandono, da rabbia. Il dolore in ostetricia è viscerale, è profondo, è dentro, è immortale. Le armi per lenirlo non possono essere taglienti, non possono essere spade, bensì devono far consumare il dolore. Devono farlo estinguere così come fa il fuoco con il legno. Il dolore deve lasciar trasparire la sua anima per esaurirsi, e nel peggiore dei casi, deve essere schiacciato fino a dissolversi in un’altra natura di carne e di sangue. Ma quel sangue, così convertito, lascerà il segno in ogni cosa che chiederà di essere compresa.

... segue...

Tivoli (Roma) - Il soffitto della sala di Ercole in Villa d'Este






















domenica 12 maggio 2013

La culla affatturata - e non essere "solo" fate

Uno dei momenti più tenebrosi, nelle spesso tenebrose novelle delle fate, è il momento della nascita. Ci illudiamo di capire il perchè. La nascita è un evento importante non solo per l'individuo che viene al mondo ma anche per il gruppo che quella nascita ha voluto e non voluto, favorito o avversato. E' pertanto comprensibile che le fate, quelle buone e quelle cattive, insieme alle forze benefiche e malefiche, si affaccendino intorno alla culla per determinare, nel bene e nel male, la vicenda e il futuro del nascituro. Spesso, nelle novelle delle fate, le culle sono affatturate. Vi aleggiano intorno presentimenti e presagi che il Chiostri, nell'intensità del dire e del non dire degli astanti e in una certa soffocatezza degli ambienti, è maestro nel farci percepire.
La nascita e la culla sono comunque un fatto "di qua", del nostro mondo umano. Perchè nessuno sa come le fate nascono. E quanto alle culle, lo apprendiamo dalla fata Belinda (in La reggia della fata Belinda di Emma Perodi), le cose per loro vanno anche peggio: "Le fate, fanciulla, hanno molte consolazioni: asciugano lacrime, consolano infelici, concedono ricchezze ai diseredati; ma manca loro quello che rende bella la vita delle altre donne: non possono avere un marito da amare, nè figli da proteggere, per i quali si possano sacrificare con giubilo".
Le fate non nascono, sono. Non possono condividere, se non di riflesso, il destino di tutti.
Se questo è vero, il dominio dove le fate, nel bene e nel male, esercitano tutti i loro poteri è quello che riguarda il prima e il dopo la nascita. Di tutti. Anche di quelli che non hanno mai creduto alle fate.
(Tratto da Tra fate e nani. Il mondo incantato di Carlo Chiostri. Salani Editore)

Evviva le fate! Evviva chi non è "solo" fata!

sabato 4 maggio 2013

L'Anti-Ostetrica

Scrofa et Lupus
Faciendum prius de homine periculum quam eius te committas fidei

Una scrofa gemeva per le doglie.
Accorse il lupo che si disse in grado
di fungere da ostetrica e si offrì.
Lei conosceva quella mala bestia
e rifiutò la sua bontà sospetta:
"Ti chiedo solo di stare lontano".
(...)
Già. Si fosse fidata di quel perfido
avrebbe pianto tardi la sua sorte.

Da Fedro, Favole. BUR Poesia Biblioteca Universale Rizzoli

domenica 28 aprile 2013

Le ali della Libertà - "O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per mo...

Ogni tanto c’è da tornare a vedere un bel film. Un film di quelli che ti fanno pensare, perché le cose che guardi e che ascolti hanno un significato. Un significato che va oltre le apparenze. Questo film in particolare fa pensare a ciò che consideriamo bene e ciò che giudichiamo male, a ciò che consideriamo giustizia e a ciò che giudichiamo ingiustizia; e riesce a ribaltare gli schemi preconcetti. Come è possibile che il mondo degli ergastolani sia umano, così umano da far emergere la disumanità dei carcerieri? Ed esser umani è voler innanzitutto vivere, “far di tutto per vivere” dice l’interprete e dice bene, anche se in questo “fare di tutto” si supera il limite della consueta accettabilità e della  decenza . Infine il tema di stare tra le mura di una prigione ed evadere, stare ed evadere per gustare fino in fondo il mistero affascinante dell’amicizia. Veramente uno spettacolo, il buon cinema è esperienza da perpetrare.

sabato 6 aprile 2013

Costruttori di Cattedrali (5)

Per osservare qualsiasi cosa ci vuole un punto di vista, Gibellato ha deciso di far posare gli occhi del visitatore sulle singole statue, sui fregi, sui volti, sugli oggetti scolpiti nella pietra del Duomo, particolari che potrebbero passare inosservati, ma sorprendendoli si può meglio capire perché l’estensore dell’Imitazione di Cristo abbia potuto scrivere: “Ex uno Verbo omnia et unum loquuntur omnia”, da una sola Parola tutto e una sola parola tutto grida. Alcuni di questi particolari sono diventati più visibili solo dopo il restauro. Altri, che Gibellato stesso non ha notato, sono conosciuti solo dagli studiosi, altri forse sono noti solo a chi li ha scolpiti. Come ogni realtà di questo mondo, anche il tetto del Duomo vela e svela. La perfezione con la quale è rifinito ogni particolare, anche il più piccolo e il più inaccessibile, nasconde se non un segreto almeno un’intenzione, un motivo che dia conto di quella perfezione ricercata, voluta, anche se non immediatamente visibile. Come il trucco dei prestigiatori, c’è ma non si vede. Ma, a guardare bene, si può arrivare a scolpirlo. Il grande dantista americano Charles S. Singleton, nel suo La poesia della Divina Commedia, dedica un capitolo alla ricerca de Il numero del poeta al centro, e scopre che non è il tre, nemmeno il dieci, bensì il sette. Intorno a questo numero Dante ha costruito tutta la struttura delle tre Cantiche, uno schema deliberatamente nascosto, ma ben presente nella mente del poeta dal primo canto all’ultimo. Per ricavarlo Singleton ha operato tutta una serie di calcoli a partire dalla numerazione dei versi. Ma i manoscritti non numeravano i versi, pertanto, prima della invenzione della stampa chi avesse voluto cogliere questo percorso a base sette – che conduce al verso 70 del canto diciassettesimo del Purgatorio da cui si dipartono specularmente e simmetricamente tutti gli altri canti – avrebbe dovuto contarsi da solo i versi dei cento canti. Dante si aspettava che il lettore lo scorgesse? Singleton risponde con un esempio che sembra fatto apposta per l’introduzione di questo libro: il fregio scultoreo del tetto della cattedrale di Chartres. “Un particolare lavorato con altrettanta cura che quelli della facciata, benché, data la sua posizione, una volta che il tetto fu completato e gli operai discesero per l’ultima volta dai ponti, non potesse più essere scorto da occhio umano – a meno che non capiti di notarlo a qualcuno che salga lassù per riparazioni. Ma sarà lecito pensare che siffatte considerazioni sfiorassero la mente del maestro che disegnò quel particolare o dello scalpellino che lo lavorò con amorevole cura? No di certo, perché sappiamo che quell’edificio era stato costruito non soltanto per la vista degli uomini. Quel disegno, qualunque fosse il suo posto nella struttura, l’avrebbe veduto Colui che tutto vede, Colui che ha creato il mondo con meraviglioso ordine in pondere, numero, censura; e l’avrebbe certo guardato come prova che l’architetto umano aveva imitato l’universo che Egli, Divino Architetto, aveva creato innanzi tutto per la propria contemplazione, e poi, per la contemplazione degli angeli e degli uomini”. (Charles S. Singleton La poesia della Divina Commedia, Il Mulino, 1978, pag 462). Epperò, settecento anni dopo (ancora il sette) la figura disegnata da Dante fu, per la prima volta, vista da un altro uomo. Singleton è convinto che la cosa non dispiaccia al poeta. Perché i segreti e i misteri sono fatti per essere scoperti. C’è una seconda scoperta nel punto di vista scelto dal professor Gibellato per guidarci sui tetti del Duomo, e come ogni scoperta è una riscoperta, come ogni novità è un rinnovamento. Lo scrittore inglese G. K. Chesterton, vissuto a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo, lo descrive così, parlando di sé e dei “frammenti di futile giornalismo o di impressioni non meno passeggere” di cui è costellata la sua produzione saggistica che paragona ad “avanzi” di pietra e “blocchi frantumati”. E tuttavia – aggiunge – solo in forza di tali frammenti senza importanza oso vantarmi di essere mediovalista (…). So ben io perché ho radunato tutte queste sciocchezze. Non ho pazienza, e forse nemmeno il talento ordinatore necessari per dipanare il filo che pur lega questi miei disordinati scritti. Ma il legame esiste. La sequenza di mostri deformi e sgraziati che ora presento al lettore non è una serie di capricciosi o singoli idoli, scolpiti a caso in tante solitarie valli e isole. Questi mostri sono destinati alle grondaie di una ben definita cattedrale. A me tocca scolpire le figure grottesche perché altro non so fare; e devo lasciare ad altri gli angeli, gli archi e le guglie: Ma non ho dubbi intorno allo stile di questa architettura e alla santità della cattedrale”. (G.K. Chesterton Saggi scelti, Edizioni Paoline, 1962, pag 25).





Tratto da Casotto U., Gibellato E. I Mostri, i Santi e la Rana. Percorso guidato sul Duomo di Milano, Edizioni LINDAU, 2012